“Rugantino” di Garinei e Giovannini

(Italia, dal 1962)

Il 15 dicembre del 1962 debutta al teatro Sistina di Roma “Rugantino”, commedia musicale ideata da Pietro Garinei e Sandro Giovannini, e scritta insieme a Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni, con le musiche affidate al maestro Armando Trovajoli.

L’idea è quella di ispirarsi alla maschera romana di Rugantino, il classico giovane figlio della strada e senza famiglia, forte a parole ma debole nei fatti, che compie le sue gesta nella Roma papalina (epoca così cara al grande Magni), e di farne una commedia amara nella migliore tradizione di quelle che splendono in quegli anni al cinema. L’alchimia fra testi, musiche e interpretazioni è straordinaria, e il successo è clamoroso.

Rugantino è il protagonista perfetto per una commedia all’italiana, e i nostri due più grandi produttori teatrali scelgono un attore come Nino Manfredi per impersonarlo. La bella Rosetta viene affidata alla splendida Lea Massari (che, nessuno si offenda, rimane la più bella fino ad oggi), quello di Mastro Titta a un colosso comico come Aldo Fabrizi, Eusebia a un’altra grande attrice comica come Bice Valori, mentre quello di Bojetto, il figlio di Titta, a Carlo delle Piane.

Tutti volti, appunto, della nostra grande commedia cinematografica. In più ci sono le musiche immortali del maestro Trovajoli che crea canzoni come “Roma nun fa la stupida stasera”, “Ciumachella de Trestevere” e “Tirolallero” che ancora oggi canticchiamo.

“Rugantino” oltre ad essere rappresentato in tutti i grandi teatri d’Italia, viene esportato all’estero: in Canada, a Broadway, e poi in un lungo tour in America latina (a Buenos Aires Manfredi ha tutto il tempo di partecipare alla riprese del film “Il Gaucho” proprio nei momenti di pausa).

Nel 1978 viene prodotta una seconda edizione con Enrico Montesano come protagonista accanto ad Alida Chelli in quelli di Rosetta, mentre Fabrizi e la Valori mantengono i loro ruoli. Anche stavolta il successo è enorme.

Vent’anni dopo a vestire i panni dei protagonisti, nella terza edizione, saranno Valerio Mastandrea e Sabrina Ferilli. In tutto “Rugantino” viene messo in scena in sette edizioni nell’arco di oltre cinquant’anni (Enrico Brignano al momento ne è l’ultimo protagonista in quella del 2013) a dimostrare la grandezza di una commedia che, come la città in cui è ambientata, sembra eterna.

Su Youtube sono disponibili le ultime edizioni, la più significativa per me – nessuna si senta offeso un’altra volta! – è quella del 1978 che vidi al teatro bambino. Della prima, quella con Manfredi e la Massari, purtroppo non esiste traccia video.

25 anni dalla morte di Aldo Fabrizi

Aldo Fabrizi

Il 2 aprile del 1990 scompariva Aldo Fabrizi a Roma, nella stessa città dove era nato nel 1905. La grande vena artistica di Fabrizi esplose in giovanissima età, ma l’indigenza della sua famiglia lo costrinse ad adattarsi a fare tutti i lavori più umili per mantenere madre e sorelle. Il primo riconoscimento del suo genio arriva nel 1928 con la pubblicazione  di “Lucciche ar sole”, una raccolta di poesie in dialetto romano.  Qualche anno dopo arriva anche l’esordio sul palcoscenico come macchiettista, sul quale era salito per la prima volta per recitare le proprie opere. Le sue enormi capacità istrioniche e il grande senso del comico lo portano quasi subito ad avere successo. Nel 1942 esordisce anche al cinema con “Avanti c’è posto” di Mario Bonnard con il quale collabora anche alla sceneggiatura, così come accadrà per quasi tutti i film in cui reciterà negli anni successivi. Come quando nel 1945 interpreta don Pappagallo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, al quale impone il suo giovane e semi sconosciuto battutista Federico Fellini come coautore alla sceneggiatura. Nel 1948 arriva un nuovo esordio: dietro la macchina da presa con “Emigrantes”, girato in occasione di una turné teatrale nel sud America. Da attore simbolo del Neorealismo, col passare degli anni, Aldo Fabrizi comincia lentamente a diventare emblema della grande Commedia all’Italiana. I titoli sono numerosi, ma fra i più amati e rappresentativi no si può non ricordare “La famiglia Passaguai” (da lui stesso diretto nel 1951), “Guardie e ladri” (1951) di Mario Monicelli,  “Hanno rubato un tram” (sempre da lui diretto nel 1954), “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, e “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattoli. Nel 1974 partecipa a quello che, oltre ad essere un capolavoro della cinematografia mondiale, è considerato il canto del cigno della grande Commedia all’Italiana: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.

Parallelamente alla carriera cinematografica, Fabrizi prosegue quella teatrale nella quale spicca il suo Mastro Titta nel pluripremiato “Rugantino” di Garinei e Giovannini del 1962. Ma Fabrizi è anche fra i pionieri della sua generazione in televisione, dove partecipa a trasmissioni di sempre maggior successo fino ai suoi mitici sketch nel varietà del sabato sera “Speciale per noi” (1969) di Antonello Falqui.

A un quarto di secolo dalla sua scomparsa, Aldo Fabrizi merita di essere ricordato come uno dei grandi artisti italiani del Novecento, e non solo come straordinario attore comico. I volumi da lui pubblicati, molti dei quali dedicati alla gastronomia, ci testimoniano la grande versatilità del suo genio. Chi lo ha frequentato personalmente (fu grande e intimo amico dell’immenso Totò) lo ha sempre ricordato come un uomo dal carattere duro ed estremamente esigente, a volte persino arrogante. Proprio questa sua indole difficile, e soprattutto la sua dichiarata simpatia verso l’allora destra nostalgica italiana (partecipò in prima fila all’esequie di Giorgio Almirante) contribuirono a oscurare la sua arte negli anni successivi alla sua morte. Lungi da me entrare nel merito di una discussione politica, visto che poi non l’ho mai pensata come Fabrizi, ma è un dato di fatto che la cultura di sinistra fighetta e radical chic degli anni Novanta lo ha indiscutibilmente gettato nel dimenticatoio per le sue idee. Allora semmai dovremmo aprire un dibattito su come e se le idee politiche e personali di un artista (che come Fabrizi seppe anche farsi gioco degli aspetti più risibili di quel mondo a cui poi era politicamente legato come in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” e “Gerarchi si muore”) debbano essere considerate rispetto alla sua arte: ma entreremmo in un ambito davvero difficile da circoscrivere che io, sinceramente, proprio non ho voglia di affrontare qui. Quello che so è che ogni volta che c’è un film o uno sketch con Fabrizi (lo sciatore o lo scolaro su tutti), anche se lo conosco a memoria, lo rivedo di gusto sghignazzando.

Federico Fellini

Fellini Cop 1

A vent’anni dalla morte del grande Federico Fellini è ancora viva e fertile la sua eredità. Al cinema, come molti della mia generazione, in realtà ne ho viste poche di opere felliniane: “E la nave va” (1983) con la mia scuola media, “Ginger e Fred”(1986), ”Intervista”(1987) e “La voce della Luna”(1990). Il resto della sua cinematografia  – tranne poi in qualche rara retrospettiva in pellicola – solo attraverso il piccolo schermo. E nonostante questo, film come “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, il grande “8 e ½” e “Amarcord” mi hanno stregato e affascinato. Del suo genio, soprattutto oggi, tutti ne parlano sviscerandone ogni piccolo elemento ma, oltre a queste cose, io vorrei semplicemente ricordare la grande ironia che impregna ogni sua opera. Non è un caso che fosse nato come autore di battute e gag, fra gli altri di Aldo Fabrizi, lavoro per il quale incontrerà Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani sul set di “Roma Città Aperta”. Film per il quale firma due scene memorabili: l’imbarazzo di Don Pietro (interpretato da Fabrizi) davanti alla statua di una ninfa nuda e la fantastica “ammappelà Don Piè che padellata che j’avete dato!”. Di battute e sketch esilaranti sono pieni tutti i suoi film, ma io ne preferisco due su tutte: la ricostruzione di una sera all’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale in “Roma”, e i due pittori sospesi sulla grande scenografia in “Intervista”. Un ultima cosa: leggendo di come Fellini fosse stato e sia tutt’ora un monumento alla cultura italiana, l’emblema di come il genio italico possa essere amato e preso ad esempio nel mondo mi chiedo – oggi come vent’anni fa – ma perché allora aveva tutti quei problemi per trovare produttori disposti a finanziargli i film? Mi ricordo bene, infatti, che alla fine degli anni Ottanta, fra gli addetti ai lavori, ci si lamentava di questo. E’ vero, il cinema italiano a causa della televisione era economicamente – e non solo! – in crisi. Ma era davvero così complicato e rischioso produrre un film che certamente poi si sarebbe venduto in tutto il mondo?  I più maligni imputavano la cosa non tanto a ragioni di distribuzione, ma ad una specie di ripicca nata dal film “Ginger & Fred”. Nel film una vecchia coppia di ballerini viene richiamata per partecipare ad uno show revival presso una televisione privata, il cui proprietario è uno strano commendatore che vanta di avere un passato artistico di nome Lombardoni …cattiverie, solo cattiverie!