“Un tram che si chiama desiderio” di Elia Kazan

(USA, 1951)

Quattro anni dopo aver diretto a Broadway la prima messa in scena di “Un tram che si chiama desiderio” (che anche grazie a lui diventerà l’opera più famosa di Tennesse Williams), viene affidata allo stesso Elia Kazan la regia del suo primo adattamento cinematografico.

Il successo clamoroso al teatro convince la produzione a prendere in blocco il cast, tranne per il ruolo della protagonista Blanche DuBois. A Jessica Tandy – che l’aveva incarnata sulle assi del palcoscenico di Broadway – viene preferita infatti la star Vivien Leigh – già famosissima protagonista di “Via col vento” – che nel 1949 l’aveva impersonata splendidamente all’Aldwych Theatre di Londra, sotto la regia del marito Laurence Olivier.

Kazan, che conosce bene l’opera teatrale ma che è anche un maestro dietro la macchina da presa, realizza un vero e proprio capolavoro cinematografico che mantiene ogni tragica essenza della pièce originale. L’adattamento viene scritto da Oscar Saul, ma la mano di Kazan si vede chiaramente in ogni fotogramma. Ancora oggi il film conserva tutta la sua potenza narrativa, raccontandoci la drammatica discesa agli inferi di una donna vittima di se stessa e soprattutto vittima degli uomini e dei loro più famelici desideri.

L’impatto sull’immaginario collettivo è clamoroso, e Marlon Brando si ritrova ad essere uno degli uomini più famosi e desiderati del pianeta. Il successo del film, tanto per fare un esempio, lancia definitivamente l’uso – soprattutto negli USA – della t-shirt (allora indumento quasi esclusivo delle Forze Armate) che sostituisce di fatto la classica canottiera. Le cronache del tempo ci raccontano dei continui lavaggi che Kazan faceva fare alle magliette che poi avrebbe indossato lo stesso Brando per renderle sempre più aderenti.     

La pellicola fa incetta di premi in tutto il mondo. Candidata a 12 Oscar ne vince 4: la Leigh come miglior attrice protagonista (che si aggiudica anche la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia, dove viene assegnato a Kazan il Gran Premio della Giuria), Karl Malden come miglior attore non protagonista e Kim Hunter come miglior attrice non protagonista (che si aggiudica anche il Golden Globe). La quarta il film la vince come miglior scenografia.

Incredibilmente così Brando, candidato come migliore attore protagonista, non la vince: gli viene preferito Humprey Bogart per “La regina d’Africa” di John Huston. Se è indubbia la grande prova d’attore di Bogart nel capolavoro di Huston, è inaccettabile la sconfitta di Brando. Perché sono passati quasi settant’anni dalla realizzazione del film e ancora oggi si studia la sua interpretazione di Stanley Kowalski che di fatto ha cambiato per sempre il modo di recitare, sublimando prima a Broadway e poi a Hollywood il metodo Stanislavskij; tecnica alla base dell’Actor’s Studio (tra i cui fondatori c’era lo stesso Kazan) di cui lo stesso Brando fu allievo. Evidentemente l’attore scontò la brutale e sanguigna carnalità del suo personaggio, troppo vero e sessuato per essere premiato nella società americana tanto perbenista di allora, assieme al suo storico e personale anticonformismo.  

Il dvd contiene la preziosa versione in italiano fatta quando il film uscì nelle nostre sale. A doppiare superbamente i due protagonisti sono Lydia Simoneschi (che già aveva donato la voce alla Leigh in “Via col vento”) e Stefano Sibaldi. Se rimane storica la sua prestazione (tanto che Luciano Ligabue la usa per aprire il suo storico brano “Marlon Brando è sempre lui” mentre chiama disperato “…Stella! …Stella!”) è vero anche che Sibaldi non presterà mai più la voce a Brando, poi doppiato soprattutto dai grandi Giuseppe Rinaldi ed Emilio Cigoli.

Questo, probabilmente, perché il tono della voce di Sibaldi sembra più adatto alla commedia che al dramma, non essendo particolarmente basso e carnoso. Ma se si ascolta la versione originale del film ci si accorge che in realtà la voce di Brando possiede un tono molto più simile a quello di Sibaldi, rispetto a quelli di Rinaldi o Cigoli, molto più profondi. A dimostrazione di ciò, quando qualche anno dopo uscì nelle nostre sale il film “Bulli e pupe” di Joseph L. Mankiewicz, in cui Brando canta – e il nostro distributore decise di non doppiare le parti cantate – non a caso molte delle fan nostrane dell’attore rimasero …un pizzichino deluse.

Nella sezione extra è presente il commento originale del film fatto da Karl Malden, e dai critici Rudy Behlmer e Jeff Young. Sono inseriti anche due trailer originali: quello del film e quello de “La valle dell’Eden” diretto da Kazan nel 1955.

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