“Little Miss Sumo” di Matt Kay

(UK, 2018)

Questo cortometraggio ci porta in Giappone, lo stesso Giappone dove pochi giorni fa si è conclusa la Rugby World Cup 2019 che, nonostante l’arrivo di uno dei cicloni più devastanti degli ultimi cinquant’anni, si è svolta senza problemi o grandi intoppi.

Il Paese del Sol Levante ha mostrato una incredibile – ma certo non inaspettata – capacità organizzativa assieme agli stadi che hanno ospitato tutte le partite della manifestazione sempre pieni di pubblico festoso. Un grande amore per lo sport quindi.

Ma se guardiamo i circa diciannove minuti di “Little Miss Sumo”, scritto e diretto da Matt Kay, non possiamo che rimanere perplessi. Perché attraverso la storia della ventenne Hiyori Kon, Kay ci racconta come in Giappone sia di fatto impossibile per una donna aspirare a diventare una lottatrice di sumo professionista.

Fino alle scuole elementari l’antico sport del sumo viene fatto praticare a tutti i bambini, indifferentemente dal loro sesso. Poi però le cose cambiano.

Crescendo, alle ragazze vengono proposti, più o meno perentoriamente, altri sport. Il periodo dell’università è l’ultimo nel quale una ragazza può praticarlo dopo, di fatto, in Giappone non esistono più eventi o occasioni ufficiali per le donne.

Così seguiamo Hiyori Kon in Corea del Sud per partecipare ad un torneo internazionale dove le atlete da battere sono quasi tutte russe o ucraine.

Se è vero che il sumo ha antiche radici ed è legato indissolubilmente a storiche tradizioni, è vero anche che rinnovarsi ed evolversi fa parte integrante della storia umana, ed è possibile farlo anche senza calpestare la storia di nessuno. E’ strano perciò che un Paese tanto particolare e affascinante abbia ancora degli strascichi così “maschilisti”.

Insomma, come il comportamento di alcuni giocatori della nazionale inglese di rugby che appena terminata la finale, mentre il Sud Africa neo campione del mondo alzava al cielo la William Webb Ellis Cup, infastiditi attendevano la fine della premiazione chi dando le spalle al palco, chi camminando per il campo tenendo distrattamente in mano la medaglia d’argento, che invece quella medaglia si è proprio rifiutato di indossarla. Proprio loro che hanno inventato alcuni fra gli sport più belli del mondo.

Chi ama e pratica lo sport ovviamente non deve per forza amare la sconfitta, ma non può evitare di confrontarsi col mondo che cambia o non rispettare tutti i suoi avversari, sia i più deboli che i più forti.

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