“Grasso è bello” di John Waters

(USA, 1988)

Il trasgressivo John Waters (classe 1946) nel 1962, agli albori della sua singolare carriera di cineasta, scrive una sceneggiatura ironica e provocatoria sugli scontri sociali legati all’integrazione razziale che in quei giorni infiammano la sua città, Baltimora, e la sua Nazione tutta.

Poco fuori la città più grande del Maryland, sorgeva il “Gwynn Oak Park”, uno dei numerosi parchi divertimento sparsi per gli Stati Uniti. Fra le sue peculiarità c’era quella di avere una grande sala da ballo dalla quale, il sabato e la domenica, un’emittente radiofonica locale trasmetteva programmi musicali in diretta.

Agli inizi degli anni Sessanta, come numerose altre attività commerciali statunitensi, il “Gwynn Oak Park” era rigorosamente vietato alle persone e ai bambini di colore. Per questo davanti ai suoi cancelli si consumarono manifestazioni e scontri, più o meno pacifici, fra attivisti e reazionari razzisti.

Da questa storica convergenza sociale, il giovanissimo John Waters trae ispirazione per il suo script “Hairspray” che però verrà prodotto e realizzato oltre vent’anni dopo, quando Waters è già un regista affermato e il suo amico d’infanzia e attore feticcio Harris Glenn Milstead, in arte “Divine” (per cui Waters scrisse originariamente la parte nel ’62), un’icona cinematografica e televisiva richiestissima.

La giovane e ottimista Tracy Turnblad (Ricki Lake) ama ballare. Con la sua compagna di scuola Penny passa interi pomeriggi danzando davanti alla tv che trasmette il programma musicale più famoso di Baltimora. Sua madre Edna (Divine) che lavora a casa come stiratrice, la critica continuamente ma suo padre Wilbur (Jerry Stiller) che possiede un negozio di scherzi di carnevale, non manca mai di incoraggiarla.

Nonostante il suo evidente sovrappeso Tracy decide di partecipare come ballerina al programma, ma sulla sua strada dovrà scontrarsi con Amber Van Tussle, la reginetta dello show, taglia 42, sostenuta dai suoi facoltosi genitori che possiedono il più grande parco di divertimenti della città…

Graffiante e cattivissima commedia dark che ci parla di integrazione, bullismo e tolleranza al ritmo della grande musica americana 50’s-60’s. Nel 1988 l’integrazione negli Stati Uniti aveva fatto grandi passi in avanti, ma di lì a poco sarebbe comunque esploso il caso del pestaggio del tassista di colore Rodney King da parte di alcuni agenti bianchi del LSPD, che avrebbe acceso la miccia alla cosiddetta “Rivolta di Los Angeles”.

Ma oltre al colore della pelle, Waters ci parla anche di quello che c’è sotto. Sceglie, infatti, una protagonista in sovrappeso negli edonistici anni Ottanta, dove l’apparire acquista quasi un valore assoluto. Sono gli anni dell’avvento dell’aerobica, del footing e del fitness. Dove l’obesità di Divine è anche un’ingombrante metafora della sua ambigua sessualità. Siamo in piena emergenza mondiale AIDS, quella che ancora per molto tempo numerosi ameni benpensanti chiameranno “la malattia dei gay”, mentre Giovanni Paolo II continua ad associare il preservativo al Diavolo. Essere omosessuali, quindi, è provocatoriamente come essere obesi in un mondo “fit wear” o di colore un paio di decenni prima.

Per la chicca: il film contiene numerosi camei di grandi artisti musicali a partire da quello di Sonny Bono che veste i panni del padre di Amber, Deborah Harry (che canta la canzone dei titoli di testa) vesti i panni della madre, Pia Zadora e Rick Ocasek quelli di due beatnik.

Seconda chicca: lo stesso John Waters appare in un cameo nei panni di un diabolico psichiatra chiamato dai genitori per “curare” Penny dalla sua inammissibile infatuazione per un ragazzo di colore.

Nel 2002 dal film viene tratto un musical che sbanca Broadway, tanto da portare Hollywood a produrre un remake con John Travolta nel ruolo di Divine, Michelle Pfeiffer in quello della Harry e Christopher Walken in quelli di Stiller.

 

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