“Il giovane Montalbano” di Andrea Camilleri

(Italia, dal 2012)

Il commissario Salvo Montalbano, grazie al genio di Andrea Camilleri – coadiuvato da Francesco Bruni – alla bravura di Luca Zingaretti e alla regia di Alberto Sironi, è diventato uno dei – pochi… – simboli positivi recenti del nostro Paese. Tanto che ogni qualvolta viene trasmessa una puntata in prima o in replica, gli ascolti (come si diceva una volta) sono sempre ottimi.

Non era facile mettere le mani su una serie così di successo, ma il grande Camilleri ha trovato il colpo di genio. Partendo dalla semplice domanda: com’era Salvo, prima di diventare Montalbano? Camilleri ha ideato una serie dedicata agli inizi della carriera di commissario del suo protagonista.

Arriviamo così a Vigata agli inizi degli anni Novanta, quando Montalbano, vice commissario in un piccolo paesino dell’entroterra, viene promosso e assegnato nella città in cui è nato. Il suo Commissariato è stato appena inaugurato e lui ne prende possesso non senza preoccupazioni.

Oltre ai casi verticali, che trovano la loro conclusione nella stessa puntata, nel corso di tutta la serie scopriamo lentamente l’arrivo di ogni personaggio che poi diventerà fondamentale nella serie con Zingaretti. Assistiamo magicamente ai primi incontri di Montalbano con Catarella, Fazio, Augello, Pasquano e ovviamente Livia.

Oltre alla “solita” bravura della coppia di sceneggiatori Camilleri-Bruni, bisogna riconosce quella dietro la macchina da presa di Gianluca Maria Tavarelli, e soprattutto quella di Michele Riodino che, nonostante la scarsa somiglianza con Zingaretti e la folta e riccia chioma, prende in pieno Montalbano, arrivando a farci credere tranquillamente di essere lo stesso che poi interpreterà l’attore romano.

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