“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti

Lo chiamavano jeeg robot Loc

(Italia, 2015)

Be’ gente, il cinema italiano non è morto!

Nei giorni in cui Gianfranco Rosi trionfa a Berlino, l’immenso Ennio Morricone vince il suo primo meritatissimo Oscar (quello alla carriera sapeva tanto di contentino), esce nelle sale italiane questo straordinario film di Gabriele Mainetti.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” ci strilla che la cultura italiana non è morta. Che c’è chi è capace di fondere sapientemente quel pazzo geniale di Quentin Tarantino al poeta delle periferie che era Pier Paolo Pasolini.

Ci può essere un’altra via alle solite commedie nostrane che ormai con quelle grandi “all’italiana” hanno in comune solo il nome. E possiamo fare di meglio che scimmiottare il cinema straniero con psicodrammi da telenovelas.

Già con i suoi cortometraggi Mainetti ci aveva raccontato la contaminazione della televisione giapponese nel subproletariato urbano, ma con questo film il passo è più lungo. Jeeg Robot stavolta è una figura secondaria, quello che conta sono gli essere umani che riescono a non dimenticare di essere tali.

Complimenti a Gabriele Mainetti che lo ha diretto, a Nicola Guaglianone che l’ha scritto, e Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli che lo interpretano magistralmente. Tutti molto bravi e anche coraggiosi.

Chiudo con una simpatica considerazione: scommetto che se a quelli – molto pochi, ne sono convinto – che non apprezzeranno il film, venisse rivelato che in realtà Gabriele Mainetti è lo pseudonimo di un cineasta esordiente coreano o americano, il 99% di questi griderebbe al miracolo cinematografico del decennio …poracci!

 

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