“Il gatto venuto dallo spazio”  di Norman Tokar

(USA, 1979)

Alla fine degli anni Settanta, con l’esplosione del fenomeno di “Guerre Stellari”, anche la Disney decide di produrre pellicole dedicate allo spazio. Nello stesso anno, infatti, realizza due produzioni diametralmente opposte, una seria e di pura fantascienza, l’altra faceta e dedicata alle famiglie, target classico della casa fondata da Walt Disney.

Se “The Black Hole – Il buco nero” è la prima vera e propria sperimentazione di fantascienza per adulti della casa di Burbank, “Il gatto venuto dallo spazio” invece si rifà alle pellicole per tutta la famiglia come “Herbie il maggiolino tutto matto” o “F.B.I. operazione gatto”. E proprio a quest’ultimo classico, il cui protagonista indiscusso è uno splendido e arguto felino, si rifà Ted Key per scrivere la sceneggiatura della pellicola.

Ma non siamo più a metà degli anni Sessanta, c’è stato il famigerato ’68 e la sua contestazione, soprattutto contro il potere costituito. E se prima ai Men in Black e ai militari in generale bisognava dare assoluto e incondizionato rispetto, ora (nel 1979) i tempi sono cambiati e così ci si può permettere anche di prenderli in giro.

Così “The Cat From Outer Space” – titolo originale che si rifà ironicamente ai classici degli anni Cinquanta e soprattutto a quel famigerato “Plan 9 from Outer Space” del 1959 diretto da Edward Davis Wood Jr, considerato il regista “peggiore” nella storia del cinema e a cui si è ispirato Tim Burton per il suo “Ed Wood” – ci racconta una storia con un plot abbastanza simile a quello del film che, poco più di due anni dopo, sbancherà quasi tutti i botteghini del mondo: “E.T. – L’extraterrestre” diretto da Steven Spielberg.

Certo, toni e soprattutto regia sono completamente diversi, ma il fatto che un giovane alieno rimanga suo malgrado bloccato sulla Terra e che alcuni esseri umani lo aiutino a tornare a “casa” dai suoi genitori è il plot centrale di entrambi i film. D’altronde il grande Carlo Rambaldi, creatore di E.T. – e per questo insieme a Dennis Muren e Kenneth Smith vincitore del premio Oscar per i migliori effetti speciali nel 1983 – affermò in più di un’intervista che si ispirò proprio al suo gatto per realizzare gli occhi e soprattutto lo sguardo dell’extraterrestre più famoso del cinema.

Tornando a “Il gatto venuto dallo spazio”, è una deliziosa e leggera pellicola che però rimane sempre piacevole da vedere nonostante gli anni trascorsi dalla sua realizzazione, tanto da essere continuamente citata da numerosi film, anche recenti. Un esempio? Jake, il gatto spaziale protagonista, riesce a parlare con i suoi amici terrestri – goffi e arretrati tecnologicamente – grazie al suo collare speciale capace di far muovere cose e individui e di tradurre ogni tipo di linguaggio, anche quello animale, proprio come quello del grande Doug in “Up” di Peter Docter.

E poi, diciamoci la verità, chi possiede un gatto – anche se nel caso dei felini è probabile che sia esattamente il contrario… – non si chiede ogni tanto da dove nasca la regale superiorità “animale” del suo amico a quattro zampe?

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