“Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica

(Yugoslavia/Italia/UK, 1988)

Siamo alla fine degli edonistici anni Ottanta e mentre il nostro Paese è convinto di vivere un secondo e clamoroso Boom economico, proprio a due passi dai nostri confini esiste una realtà radicalmente diversa.

Nella periferia di Skopje, nella Macedonia del Nord, vive una comunità di rom che guarda all’Italia come il nuovo e splendente Eldorado. Si raccontano leggende e miti su chi arriva nel nostro Paese senza una lira e torna così ricco da potersi costruire una vera e propria casa in muratura “all’italiana”, e smettere così per sempre di vivere in una baracca.

Fra i giovani della comunità c’è Perhan (Davor Dujmovic) che vive con sua nonna Khaditza, suo zio alcolista e perdente giocatore d’azzardo Merdzan, e Danira sua sorella minore che è afflitta da una malformazione alla gamba. Il giovane è innamorato della sua coetanea Azra la cui madre però, vista l’indigenza in cui vive Perhan, lo caccia via senza pietà.

Quando il piccolo figlio di Ahmed, il facoltoso mercante che ha la sua “attività” in Italia, non sembra più riuscire a respirare, Khaditza con ancestrali – e poco ortodossi – metodi lo riesce a salvare. Per questo si fa promettere da Ahmed di portare presso l’ospedale di Lubiana Danira per curarle la gamba, accompagnata da Perhan.

Inizia così il viaggio verso un nuovo avvenire per i due fratelli, quando però Danira viene ricoverata a Lubiana, Perhan è costretto a seguire Ahmed a Milano. Ma la realtà cozzerà tragicamente con i sogni di cui Perhan si è sempre ingenuamente nutrito…

Così come la splendida “Princesa” dell’immortale Fabrizio De Andrè ci racconta la storia di Fernandinho che da Bahia approda sui marciapiedi di Milano, così Kusturica ci narra il tragico viaggio di Perhan verso quella Milano che in quegli anni era davvero una “Milano da bere”.

Amarissima scena finale che ricorda molto quella del film cecoslovacco “Treni strettamente sorvegliati” diretto da Jiří Menzel e vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1968. L’idea per questo lungometraggio viene a Kusturica leggendo la notizia di un neonato venduto in una comunità rom in Italia, e la sceneggiatura la scrive insieme al suo storico collaboratore Gordan Mihic. Il film vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle nostre sale di questa pellicola, il Muro di Berlino è crollato e il Balcani sono stati dilaniati, all’inizio del decennio successivo, da una sanguinosa guerra etnico/civile. Ma il miraggio che rappresenta il nostro Paese – così come quelli più ricchi d’Europa – attrae ancora milioni di profughi che non provengono più dai Balcani, ma da terre più lontane devastate da guerre, fame e terrorismo.

Lascia perplessi, ma ahimè non sorpresi, che proprio in questi tempi alcuni Paesi dell’Unione Europea vogliano alzare veri e proprio muri contro gli immigrati. Nazioni che più o meno trent’anni fa erano in una situazione simile ai protagonisti di questa bellissima pellicola. D’altronde anche noi italiani siamo spesso “vittime” di rigurgiti razzisti e sovranisti, dimenticando troppo facilmente che, oltre a ospitare nei nostri confini il Santo Padre – del quale, almeno una volta su dieci, qualche italiano dovrebbe pur seguire gli insegnamenti… – sopratutto siamo stati uno dei popoli più emigranti del nostro continente.

Da far vedere a scuola.

Purtroppo questo film è inedito in dvd nel nostro Paese, quindi per vederlo – o rivederlo – si è costretti a rivolgersi al mondo dell’usato del VHS (!) o sperare che qualche sito di streaming lo riproponga.

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