“Dietro la maschera” di Peter Bogdanovich

(USA, 1985)

Roy Lee Dennis, detto Rocky per la passione di sua madre per il rock, è stato un ragazzo che all’eta di due anni ha dovuto iniziare a combattere contro la displasia craniodiafisaria, una terribile malattia degenerativa che aumenta in maniera incontrollabile i depositi di calcio sul cranio. Oltre a terrificanti emicranie, gravi problemi con la vista e l’udito, la patologia deforma il cranio e quindi il viso. Ma Rocky scriveva poesie e cercava di vivere la sua vita nella maniera più serena possibile, e cioè fino a dove la malattia e – soprattutto – lo sguardo, l’ignoranza e l’arroganza degli altri glielo permettevano.

Anna Hamilton Phelan, autrice di script per film come “Gorilla nella nebbia” o “Ragazze interrotte”, scrive la sceneggiatura ispirandosi alla vera vita di Rocky. Dietro la MDP c’è Peter Bogdanovich, uno dei grandi artigiani indipendenti americani.

Rocky Dennis (un bravissimo Eric Stoltz) deve cambiare scuola e la cosa lo mette a disagio come sempre. Ma come sempre affronta con grande serenità ogni prova che la vita gli riserva, come la malattia degenerativa che ha colpito il suo cranio rendendoglielo “surreale”, come dice lui stesso.

Sua madre Rusty (una bravissima Cher) se ne occupa e lo difende dalla cattiveria del mondo con le unghie e con i denti, ma il prezzo che deve pagare diventa ogni giorno sempre più alto. Rusty, infatti, è una tossicodipendente, che ama cambiare gli uomini come i propri vestiti. La vera famiglia di Rocky, visto che il padre lo ha abbandonato, sono anche i motociclisti con cui sua madre lo ha sempre portato in giro, fin da piccolo. E sono sempre loro che ogni mattina lo portano a scuola. Scuola dove Rocky è sempre fra i primi della classe.

Con l’arrivo dell’adolescenza – che nessun medico aveva neanche lontanamente sperato – per Rocky arriva anche quello che sua madre ha temuto per anni: il confronto “desolante” con le ragazze. Rusty tenta in ogni modo di salvaguardare il figlio, anche goffamente, ma alla fine Rocky conosce Diana (Laura Dern), una giovane non vedente con la quale allaccia uno stretto rapporto sentimentale. Ma…

Dolorosa e bellissima pellicola che ci parla di sofferenza, amore e tolleranza, soprattutto quella di Rocky che con il cuore grande come il mare, sopporta serenamente la gretta paura e il becero disdegno di chi si ferma sempre e solo sul suo aspetto fisico, vedendolo bigottamente come una colpa.

Oltre alla grande interpretazione di Cher, che venne inspiegabilmente “dimenticata” agli Oscar – anche se le cronache del tempo imputarono tale dimenticanza alla parte più puritana della giuria per il ruolo controverso di Rusty, madre amorosa ma al tempo stesso tossicodipendente e disinvolta mangia uomini – devono essere ricordate anche quelle di Stoltz e della Dern, che giovanissimi riescono davvero a lasciare il segno.

La colonna sonora del film doveva essere centrata sulle canzoni di Bruce Springsteen, cantante molto amato da Rocky, ma la casa di produzione la cambiò. Dopo una lunga causa in tribunale Bogdanovich, nell’edizione Directors’s Cut, ha reinserito quelle di Springsteen.

Per la chicca: nel ruolo della signora che regala un cucciolo di cane a Rocky c’è Anna Hamilton Phelan, l’autrice della sceneggiatura. Mentre in quello di T.J., uno dei motociclisti amici di Rusty, c’è il regista e attore Nick Cassavetes.

Cher vince il premio come migliore interprete femminile al Festival di Cannes dove Bogdanovich è nominato per la Palma d’Oro. Il film si aggiudica l’Oscar come miglior make up.

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