“Un polpo alla gola” di Zerocalcare

(Bao Edizioni, 2012)

Tutti, nella nostra infanzia, abbiamo subito o vissuto un trauma (piccolo o grande che possa essere stato) che per “sopravvivere” abbiamo cercato di nascondere il più profondamente possibile all’interno della nostra anima.

E così Zerocalcare ci racconta il suo, accadutogli ai tempi della scuola dell’obbligo, e le cui conseguenze lo hanno accompagnato fino alle soglie della maturità. Maturità che ovviamente per molti non arriva mai…

Lo sappiamo bene (visto che lo siamo stati tutti) che i bambini possono essere assai crudeli e spietati, ed è così che molto spesso nascono i traumi della nostra infanzia. E’ per salvarsi da uno di questi che il piccolo Zerocalcare, suo malgrado, diventa uno strumento del destino cinico e baro che scaglia tutti i suoi implacabili dardi contro una sua compagna di classe…

Deliziosa storia a fumetti con un finale a sorpresa, che ci parla di come sono state faticose, difficili e soprattutto “pericolose” le nostre infanzie e le nostre adolescenze.

Zerocalcare è sempre lui!

“Alice e il sindaco” di Nicolas Pariser

(Francia/Belgio, 2020)

Paul Théraneau (un bravissimo, come sempre, Fabrice Luchini) è il sindaco di Lione, una delle città più importanti della Francia, ovviamente dopo la capitale. Théraneau ha una lunga carriera politica nello storico Partito Socialista francese, dove grazie alla sua esperienza e alle sue proposte politiche e sociali ha un ruolo nazionale sempre più rilevante.

Ha solo un grande problema: da circa vent’anni non riesce più a pensare, o meglio ad avere nuove idee. Così, dopo aver provato vanamente con la terapia psicoanalitica, il sindaco chiede aiuto alla Filosofia. Viene chiamata a Lione la giovane studiosa e ricercatrice di Filosofia presso l’ateneo di Oxford Alice Heimann (Anaïs Demoustier).

La Heimann è completamente avulsa al mondo politico e l’adattamento alla realtà del Gabinetto del Sindaco non è facile. Ma i suoi spunti filosofici iniziano a far ripartire le meningi – e soprattuto l’anima – di Théraneau, che trova nuova linfa vitale. Così, quando le inaspettate contingenze politiche del suo partito lo portano ad essere uno dei principali candidati socialisti alle elezioni presidenziali, vuole Alice al suo fianco…

Amarissima commedia sociale e politica, che ci parla in maniera limpida e cruda della grave crisi politica che negli ultimi vent’anni ha investito la sinistra europea, e non solo (l’incapacità di Théraneau di avere idee, nonostante la sua totale dedizione alla politica nel senso più alto del termine è fin troppo un’efficace e lampante metafora) compresa anche quella del nostro Paese.

Scritto dallo stesso Pariser, il film è stato premiato Cannes e ai Cesar, dove la Demoustier è stata giudicata come migliore attrice dell’anno.

“Laveno, solo andata” di Umberto Domina

(Rusconi, 1980)

Cosimo Cras è il direttore di quello che noi oggi chiameremo Marketing di una grande e prolifica azienda che ha sede a Milano. Sposato con Madly e con due figli adolescenti (che lui chiama Gempa e Gempo), Cosimo però è “morto di routine” e detesta le situazioni e i classici luoghi comuni tanto da essere quasi ossessionato dal redigere un Prontuario delle Frasi Comuni.

Così decide di morire per poter abbandonare la sua banale e ripetitiva esistenza. Ma non intende certo morire davvero. Il Cras vuole proseguire la sua vita da misantropo, chiuso in un piccolo convento a Laveno, nel cui cimitero viene tumulata la sua bara vuota. Ogni settimana, così, sbirciando da dietro la sua lapide – alla quale si accede dall’interno del convento – saluta di nascosto i suoi figli e sua moglie, che lo ha assecondato ma certo non condivide la sua remissiva scelta.

Anche se il Cras ha ingannato i suoi amici e i suoi colleghi, non lo ha fatto per soldi, visto che si è dimesso prima di maturare la pensione. E la piccola attività commerciale di sua moglie garantisce a lei e ai loro figli un tenore di vita più che accettabile. Cosimo la ha fatto quindi solo perché stanco di vivere e soprattutto per dedicarsi esclusivamente alla redazione del suo Prontuario.

Ma parafrasando il grande John Lennon: “La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti” e così i progetti di Cosimo, anche se nascosto e isolato nel vecchio convento, cozzeranno con la realtà…

Delizioso e originale romanzo di Umberto Domina (1921-2006), fra i nostri più arguti umoristi e autori, che dopo “Contiene frutta secca” torna a divertirci raccontandoci la storia di un uomo stanco …di essere stanco. L’arte di Domina, oltre alla sua immortale ironia, rende questo romanzo, che compie giusti giusti quarant’anni, ancora incredibilmente attuale.

Da leggere.

“Elvira Madigan” di Bo Widerberg

(Svezia, 1967)

Il primo luglio del 1889, sulle rive dell’isola danese di Tasinge, Hedvig Antoinette Isabella Eleonore Jensen, artista circense nota col nome d’arte di Elvira Madigan, e l’ufficiale del Regio Esercito Svedese il conte Bengt Edvard Sixten Sparre, dopo aver consumato il loro ultimo pasto, si suicidarono.

Il fatto fece un enorme scalpore, e non solo in Svezia. Sparre era sposato con un’altra donna dalla quale aveva avuto due bambini. Innamoratosi e ricambiato dalla Madigan, aveva lasciato la sua famiglia e disertato l’Esercito per scappare con lei.

Bo Widerberg scrive e dirige il migliore dei tre adattamenti cinematografici della vicenda. Elvira (una eterea Pia Degermark) e Sixten (Thommy Berggren) sono fuggiti in Danimarca. Hanno preso una stanza in un albergo di campagna dove vivono a pieno il loro amore. Ma la notizia della scomparsa della famosa funambola e, soprattutto, la diserzione del conte ufficiale sono arrivate anche lì e così un invadente ospite dell’albergo li riconosce e intende denunciarli.

Elvira e Sixten sono costretti a fuggire, ed inizieranno un pellegrinaggio in varie località danesi per sfuggire alla loro fama fino a quando, senza più mezzi di sostentamento, sceglieranno di porre fine alle loro sofferenze piuttosto che separarsi.

Con una splendida fotografia, Widerberg (1930-1997) ci racconta una storia romantica e senza speranza, ambientata in un mondo formale e perbenista che non concede alle persone “…una seconda vita”, metafora di quel movimento che infiammerà l’Europa e il resto del mondo avendo il suo apice nel famigerato ’68.

A rendere ancora più struggente la pellicola è la sublime colonna sonora incentrata sul Concerto per pianoforte e orchestra n.21 K467 di Wolfgang Amadeus Mozart che contribuirà a rendere la pellicola immortale. La Degermark vince il premio come miglior attrice al Festival di Cannes.

“La guerra lampo dei Fratelli Marx” di Leo McCarey

(USA, 1933)

Siamo nel 1933, in Germania sale definitivamente al potere Hitler, mentre il Italia Mussolini è il capo assoluto del governo da oltre dieci anni.

Il pericolo di un secondo conflitto mondiale comincia a stagliarsi all’orizzonte. Ma nessuno, o quasi, vuole davvero vederlo. E come capita spesso in queste – tragiche – occasioni, è la satira la prima a gridare che il Re è nudo!

Così i geniali Fratelli Marx realizzano uno dei loro capolavori indiscussi, che ancora oggi rappresenta una delle più riuscite opere antimilitariste della storia del cinema. I quattro comici newyorchesi mettono alla berlina, e giustamente senza pietà, l’arroganza, l’ipocrisia e soprattutto la vigliaccheria dei fautori della guerra.

Con gag – come quella allo specchio fra Groucho e Harpo, o quella del cappello fra lo stesso Harpo, Chico e il venditore di limonate – ancora oggi irresistibili e ancora oggi stracopiate.

Come era prevedibile un film così comicamente innovativo e nettamente schierato non poteva essere apprezzato dal pubblico del 1933, molto del quale – anche negli Stati Uniti – considerava Mussolini e Hitler due “uomini forti” che tanto bene avrebbe fatto al mondo e alle loro fortunate nazioni.

Le decine di milioni di morti e feriti che i due “uomini forti” provocarono con le loro scellerate e drammatiche decisioni hanno segnato la storia del Novecento e travolto molte altre nazioni oltre le loro. Ma forse oggi in troppi considerano il Novecento solo come “il secolo scorso”, come qualcosa di passato che non tornerà più.

E se il Novecento potrà tornare effettivamente solo fra poco meno di mille anni, la guerra e soprattutto i suoi ipocriti, arroganti e vili fautori invece sono sempre pronti a tornare, e a fomentare lo scontro fra le persone e i popoli.

Per questo, questa esilarante pellicola, andrebbe fatta vedere a scuola.      

“Judy” di Robert Goold

(UK, 2019)

Frances Ethel Gumm, in arte Judy Garland, è stata una delle icone indiscusse del cinema hollywoodiano e dello spettacolo del Novecento.

Nata nel 1922 in una cittadina del Minnesota, la Garland sale per la prima volta sul palcoscenico a soli due anni. A sette, insieme alle due sorelle, esordisce al cinema interpretando piccole pellicole musicali. Nel 1934 viene scritturata dalla MGM e prende il suo definitivo nome d’arte.

A neanche 16 anni viene scelta da Louis B. Mayer – boss assoluto della MGM – come protagonista de “Il Mago di Oz” di Victor Fleming. Il successo è planetario, e la Garland diventa una stella del cinema di prima grandezza.

Ma il successo ha un prezzo, spesso molto salato. E così, in questa bellissima pellicola, riviviamo gli ultimi mesi di vita della Garland (interpretata da una stratosferica Renée Zellweger), ormai in declino, che a soli 46 anni ha ormai dilapidato tutto il suo patrimonio e non riesce a garantire un tetto ai suoi due figli minorenni avuti dal suo quarto ex marito Sidney Luft.

L’unica soluzione è quella di accettare un ingaggio di cinque settimane a Londra, al “Talk of the Town”, per ottenere le risorse economiche per mantenere i suoi due bambini. Negli Stati Uniti, infatti, nessuno la scrittura più per la sua inaffidabilità.

L’abuso di alcol e, soprattutto, quello di psicofarmaci e anfetamine, l’hanno resa ingestibile e inaffidabile. Ma è il palcoscenico il suo unico vero ambiente naturale, così magico e al tempo stesso così spietato. Proprio come il pubblico.

Recitare, cantare e ballare sui quei pochi – ma la tempo stesso infiniti – metri quadrati di legno è un privilegio concesso a pochi eletti, il cui prezzo a volte è davvero molto alto da pagare.

E Judy lo sa bene visto che di fatto ha dovuto rinunciare alla sua adolescenza per interpretare Dorothy. Come pugni nello stomaco le tornano in mente i ricordi delle riprese in cui Mayer le impediva di frequentare i suoi coetanei e di avere una vita normale. La plasmava e la teneva segregata, ma soprattutto il capo della MGM le impediva di mangiare imbottendola di anfetamine per paura che potesse prendere un grammo in più prima della fine delle riprese…

Tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter “End of the Rainbow”, questo “Judy” ci regala una splendida interpretazione della Zellweger (che non a caso ha vinto l’Oscar e il Golden Globe come migliore attrice protagonista) e un crudo affresco del mondo della spettacolo che lascia davvero l’amaro in bocca.

“Il gatto” di Georges Simenon

(Adelphi, 2017)

Terminato nell’ottobre del 1966, questo bel romanzo del maestro Simenon ci porta dentro la vita intima di una coppia insolita.

Emile Bouin è un figlio del popolo che nella vita ha fatto l’ispettore di cantiere per il Comune di Parigi. E’ stato sposato con Angèle, una donna che come lui veniva dal popolo, e che come lui amava la buon cucina, il sesso e la vita.

Non avendo avuto figli, quando Angèle è vittima di un incidente stradale, Emile rimane solo. La solitudine aumenta il giorno che va in pensione e così cambia abitazione, prendendo una camera in affitto presso una casa nel vicolo Doise.

Un pomeriggio, mentre è alla finestra, la signora che abita nella casa difronte alla sua, intravedendolo, gli chiede aiuto: un tubo nel bagno si è rotto e le sta allagando casa. Emile interviene, sistema la perdita e da quel giorno inizia a frequentare la casa di Marguerite Doise.

Anche lei vedova, ma proveniente da una delle famiglie più in vista della Parigi di qualche decennio prima. Suo nonno, infatti, è stato il fondatore della famosa industria dolciaria Doise (che adesso ha altri proprietari), ed è stato sempre lui a costruire tutte le case a schiera nel vicolo che poi ha preso il suo nome.

Emile e Marguerite alla fine si sposano, ma il loro matrimonio è destinato ad essere molto simile all’impossibile rapporto che hanno i loro rispettivi animali domestici: il gatto di Emile e il pappagallo di Marguerite.

Entrando magistralmente nelle “miserie” dell’animo umano, Simenon ci descrive la storia di un rapporto impossibile che vive all’ombra della morte. Quella dei rispettivi coniugi trapassati, così come di tutti gli altri loro parenti; quella che li attende presto entrambi, vista la loro età; e quella di una certa Parigi che loro stessi rappresentano, e che con loro stessi scomparirà.

Da leggere, come tutti i libri di Simenon.

Nel 1971 Pierre Granier-Deferre realizza l’adattamento cinematografico dal titolo “Le chat – L’implacabile uomo di Saint Germain” con Jean Gabin e Simone Signoret.

“Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams

(Einaudi, 2020)

Quando il 3 dicembre del 1947 va in scena al Barrymore Theatre di New York la prima di “Un tram che si chiama desiderio” il teatro contemporaneo cambia per sempre.

A dirigere la prima rappresentazione dell’opera di Tennessee Williams è Elia Kazan (che dirigerà anche l’omonimo adattamento cinematografico “Un tram che si chiama desiderio” del 1951). Gli interpreti sono Marlon Brando nel ruolo di Stanley Kowalski, Jessica Tendy nel ruolo di Blanche DuBois, Karl Malden in quello di Mitch e Kim Hunter in quello di Stella.

Neanche due anni dopo la prima a New York, “Un tram che si chiama desiderio” viene rappresentato in molti altri paesi. A Londra viene diretto da Laurence Olivier con Vivien Leigh nei panni di Blanche (panni che vestirà anche nell’adattamento cinematografico diretto da Kazan), mentre a Parigi è la divina Arletty che la interpreta. Sempre nel 1949 “Un tram che si chiama desiderio” debutta all’Eliseo di Roma, a dirigerlo è Luchino Visconti e gli interpreti sono Vittorio Gassman nei panni di Stanley, la grande Rina Morelli in quelli di Blanche, mentre Marcello Mastroianni è Mitch e Vivi Gioi è Stella.

Tennessee Williams (nato Thomas Lanier Williams III) cambia le regole della narrazione teatrale contemporanea racontando in maniera cruda e crudele la caduta agli inferi di una donna complessa e contraddittoria, quasi impossibile – allora – da codificare.

Blanche DuBois, con tutte le sue contraddizioni, diventa una delle icone femminili del Novecento vittima di se stessa e fagocitata dalla incontenibile voracità sessuale degli uomini, incarnata nel rude e carnale Stanley.

Ma Blanche rappresenta anche quell’anima decadente e decaduta del Sud che, a distanza di quasi un secolo, ancora non ha accettato la sconfitta inflittagli dal Nord nella sanguinosa guerra civile. E’ lei che, tentando di vivere nella vana illusione dei “tempi andati”, pagherà il prezzo più alto della sconfitta del Sud, fatto di antiche magioni il cui passare del tempo era dettato da quello delle immense piantagioni, conquistato e piegato dal Nord, centrato invece sul profitto l’efficenza e il progresso.

E se Blanche è un personaggio innovativo, lo è ovviamente anche il suo contraltare Stanley, l’uomo che ne determina la definitiva rovina. Ma soprattutto Stanley Kowalski, che come Blanche è un personaggio ambiguo con lati oscuri (e anche violenti visto che picchia sua moglie Stella incinta) rappresenta anche la sessualità animale e viscerale.

Insieme a “Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, “Un tram che si chiama desiderio” è considerato, giustamente, uno dei maggiori testi teatrali americani, che ancora oggi conserva intatta tutta la sua potenza narrativa.

Per la chicca: tutti i riferimenti che nel testo Williams fa di New Orleans (città in cui si svolge l’azione) sono veri, compreso il tram che si chiama “Desiderio” che prende all’inizio Blanche per raggiungere la casa di sua sorella Stella.