“Gone Baby Gone” di Ben Affleck

(USA, 2007)

Dennis Lehane è considerato, giustamente, una delle penne d’oro d’oltre oceano. Dai suoi romanzi sono stati tratti alcuni fra i migliori film degli ultimi anni come “Mystic River” del grande Clint Eastwood o “Shutter Island” di Martin Scorsese.

Non è un caso quindi che per esordire dietro la macchina da presa il premio Oscar per la miglior sceneggiatura – vinto per quella di “Will Hunting” – e star di prima grandezza di Hollywood, Ben Affleck scelga uno dei suoi romanzi, uscito nel nostro Paese col titolo “La casa buia”, e pubblicato per la prima volta in USA nel 1998 col titolo “Gone, Baby, Gone”.

Chicago: la piccola Amanda McReady, di soli quattro anni, è stata rapita dal suo letto mentre la madre Helene si era allontanata solo per qualche minuto. In poche ore il caso arriva sui più grandi network della nazione. Il dipartimento speciale per il ritrovamento di minorenni rapiti della Polizia di Chicago, diretto dal capitano Jack Doyle (Morgan Freeman), si occupa subito del caso.

Doyle è famoso per i suoi risultati, ma anche perché sua figlia dodicenne è stata vittima di un pedofilo. Dopo tre interminabili giorni senza alcun indizio, Beatrice McReady – la zia di Amanda – si rivolge a una coppia di detective privati della zona: Patrick Kenzie (Casey Affleck) e Angie Gennaro (Michelle Monaghan) nella speranza che, grazie alle loro storiche conoscenze, possano avere nuove informazioni sul caso.

Come prevede la Legge, i detective incaricati delle indagini Bressant (Ed Harris) e O’Malley (John Ashton) iniziano a collaborare con i due, che in poche ore ottengono soffiate che donano una nuova luca alla drammatica vicenda. Ma, come dice giustamente lo slogan sulla locandina: “Tutti voglio la verità… fin quando non la trovano”.

Ottima pellicola d’esordio di Ben Affleck che ha i caratteri classici dei grandi blockbuster a cui partecipa come attore, ma affronta temi più incisivi e spinosi, come l’impatto ossessivo e morboso dei mass media sui casi più inquietanti di cronaca nera, e l’immortale dicotomia fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato.

Temi che Affleck ha affrontanto anche in altre pellicole come per esempio ne “L’amore bugiardo” di David Fincher.

“Io sono un campione” di Lindsay Anderson

(UK, 1963)

Tratto dal romanzo “This Sporting Life” di David Storey – che scrive anche lo script – “Io sono un campione” è uno dei film più rappresentativi di quel Free Cinema inglese – di cui lo stesso Anderson fu uno dei fondatori – che ha segnato la cinematografia mondiale fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, e di cui il grande Ken Loach è fra gli ultimi rappresentati.

Girato con un budget davvero basso e in pochissime settimane, questo film ci parla in maniera toccante e al tempo stesso cruda di Frank Machin (un grande Richard Harris che riceverà la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, e che molti anni dopo vestirà i panni di Albus Silente nei primi due film della serie) un giovane minatore irrequieto.

Con una serie di flashback concatenati ripercorriamo gli ultimi mesi cruciali della vita di Frank. Oltre al suo duro mestiere, Machin non ha quasi nulla, a parte la giovane vedova Mrs. Margaret Hammond (una bravissima Rachel Roberts anche lei candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione) con due bambini a carico, presso la quale affitta la camera in cui vive.

La donna passa la propria indigente esistenza nel ricordo del marito scoparso in un incidente sul lavoro, cosa che provoca la gelosia di Frank che però si sente un “misero” minatore esattamente come il morto, incapace di offrirle davvero di più.

Ma una sera Machin incappa per caso in quell’occasione che potrebbe cambiargli la vita: il rugby. La squadra della sua città, infatti, è presieduta dal ricco industriale Gerald Weaver, che è disposto a fare follie col proprio portafoglio pur di ingaggiare un campione della palla ovale.

Frank riesce a fare un provino ed entrare nella rosa della squadra, e al suo esordio, giocando senza scrupoli, lascierà il segno tanto che Weaver, pur di ingaggiarlo, gli darà mille sterline.

Finalmente i suoi sogni più profondi sembrano avverarsi, e Frank torna a casa da Margaret convinto di fare finalmente colpo. Ma le persone non sono tutte uguali, e ognuno di noi ha sogni, paure e dolori molto differenti.

La sete di vita e di successo acceca Frank, che non riesce a più vedere gli altri per come sono nella realtà. Cosa che pagherà duramente sul campo e fuori…

Splendida pellicola in bianco e nero – con delle scene di rugby ancora davvero avvincenti – che ci lascia l’amaro in bocca, proprio come quello del fango del campo.


“Abbasso l’amore” di Peyton Reed

(USA, 2003)

Questa deliziosa commedia, scritta da Eve Ahlert e Dannis Drake, omaggia in ogni piccolo dettaglio le classiche commedie d’amore che hanno sbancato il botteghino e segnato l’immaginario collettivo americano negli anni Sessanta.

La coppia reale di questo filone era formata da Rock Hudson e Doris Day; e nel ruolo di personaggio secondario – di solito amico e complice inconsapevole del protagonista – c’era Tony Randall.

Non è un caso quindi che lo stesso Randall interpreti una piccola parte in questo film che vede come protagonisti una innocente Barbara Novak (Renée Zellweger) e un incallito playboy nonché cronista d’assalto Catcher Block (Ewan McGregor).

New York, 1962. La giovane e ingenua Barbara Novak arriva in città: è stata convocata presso la grande casa editrice Banner, fondata e diretta dal feroce Theodore Banner (Tony Randall), che intende pubblicare il suo romanzo-manuale “Abbasso l’amore”, in cui la scrittrice esordiente sostiene che è l’amore a limitare l’emancipazione sociale delle donne.

L’editor della Banner, Vikki Hiller (Sarah Paulson) infatti, è entusiata del libro e per promuoverlo ha poi organizzato una colazione-intervista con Catcher Block, il giornalista di punta del momento. Ma…

Godibilissima e gustosa commedia con costumi, scenografie e colonna sonora – interpretata anche da Michael Bublé, oltre che dagli stessi Zellweger e McGregor – davvero sfizosi.

Per chi ama il genere, ed il cinema in generale.

Per la chicca: il titolo originale del libro della Novak “Down with Love” – che è anche il titolo originale della pellicola – si rifà ad una nota canzone cantata dalla grande Judy Garland, la cui vera interpretazione è inserita magistralmente nel film.

“Senza tetto né legge” di Agnès Varda

(Francia 1985)

La cineasta belga Angès Varda ci regala il ritratto di una giovane “fuori”, fra i più belli e struggenti della storia del cinema del Novecento.

Nel sud della Francia, poco dopo una gelida alba invernale, un bracciante trova il corpo senza vita di una ragazza, evidentemente morta di freddo e stenti. Le ricerche delle Polizia stabiliscono che la vittima si chiamava Simona, detta Mona, Bergeronf (Sandrine Bonnaire), e che da poco aveva superato i vent’anni.

E’ la stessa Varda che, fuori campo, ci racconta come ha ricostruito la storia della giovane, soprattutto intervistando tutto coloro che l’hanno incrociata negli ultimi mesi della sua breve e solitaria esistenza.

Dopo aver frequentato gli studi per segretaria d’azienda, Mona ha deciso di abbandonare tutto e tutti e di vivere in tenda girando grazie all’autostop, sopravvivendo grazie a piccoli lavori occasionali o furti.

Ma la nostra società, che solo pochi anni prima sognava “la fantasia al potere” e un mondo senza confini, è nel pieno dei luminosi ed edonistici anni Ottanta, e così per Mona lo spazio di sopravvivenza è sempre più ridotto fino a diventare solo un fosso gelato ai bordi di un campo.

Un film bellissimo, senza speranza e al tempo stesso delicato e commovente, che ricorda le opere del maestro Vittorio De Sica.

Leone d’Oro a Venezia e incetta, meritata, di premi in tutto il mondo.

“Il cardellino” di Donna Tartt

(Rizzoli, 2014)

Theodore Decker, detto Theo, ha avuto un’infanzia complicata che inesorabilmente si è trasformata in un’adolescenza molto problematica.

Figlio unico di una coppia male assortita Theo, poco dopo superati i dieci anni, rimane solo con la madre visto che il padre sparisce nel nulla, portandosi via alcuni gioielli e vari contanti.

La vita con sua madre sembra stabalizzarsi, ma appena compiuti i tredici anni Theo rimane orfano. Lui, al contrario di sua madre infatti, è uno dei pochi sopravvissuti al devastante attentato terroristico avvenuto nel cuore di New York, in uno dei musei più importanti della città.

Solo per una manciata di secondi si è allontanato dalla madre per rimanere a guardare una bambina sua coetana in visita anche lei alla pinacoteca, insieme al nonno, aveva dedotto Theo. Poi …il nulla.

Quando Theo si risveglia il suo universo è cambiato per sempre. La galleria è letteralmente andata in pezzi e molti corpi senza vita giacciono accanto a lui. Ma proprio in quel posto, pieno di morte e devastazione, Theo incontrerà quella parte di mondo che dopo un lungo e doloroso viaggio lo porterà a ritrovare se stesso…

Ottimo romanzo di formazione incentrato su uno dei temi principi e dolenti della cultura occidentale: il senso di colpa.

Se sotto molti aspetti è legato a doppio filo al Christopher McCandless di “Into the Wild” diretto da Sean Penn, il protagonista di questo romanzo Theo possiede anche quell’inesorabile senso di autodistruzione di un bambino, vittima degli eventi, che è convinto però di essere lui stesso la causa di tutto il male che lo circonda.

Struggente.

“Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone

(Italia/Spagna/Germania Ovest, 1966)

Con questo indiscusso capolavoro Sergio Leone chiude la sua cosidetta “trilogia del dollaro” che in pochi anni e tre film lo rende uno dei registi più apprezzati al mondo.

Si chiude anche la sua collaborazione con Clint Eastwood che non reciterà più per il regista romano. Ma l’attore-regista e produttore statunitense non nasconderà mai la stima per Leone, tanto da dedicargli pubblicamente e negli anni più di un film.

Dopo il successo di “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, finalmente Leone può disporre di una produzione ricca e, oltre ai mitici duelli, può realizzare così spettacolari scene di massa che rimangono nella storia del cinema.

La vicenda dei tre “dannati” che, nonostante la guerra civile americana che sta dilaniando il Paese e uccidendo migliaia di uomini donne e bambini, cercano un tesoro è più di una metafora.

I nordisti, che fino a quel momento al cinema erano stati sempre rappresentati come i “buoni” e i “liberatori” nella guerra civile, stavolta hanno anche un volto oscuro e brutale che ha la sua definitiva incarnazione nel caporale Wallace (interpretato da uno spietato Mario Brega) aguzzino senza remore.

Per Leone, infatti, non sempre è netta la differenza fra il bene e il male, e il mondo si divide in due categorie di uomini: “Quelli che hanno la pistola carica …e quelli che scavano”.

Ovviamente, negli anni Sessanta, questa teoria non quadrava con le ferree ideologie partitiche che dominavano oltre che la vita politica del nostro Paese – e su questo nulla da eccepire ovviamente – ma anche quella giornalistica.

Così quando questa pietra miliare della cinematografia mondiale uscì nelle nostre sale, molti solerti critici di partito lo attaccarono senza remore, mettendo in dubbio addirittura la sua struttura narrativa e le capacità registiche di Leone.

I posteri, che siamo noi, giudicano ed emettono l’ardua sentenza su quei “poracci” della carta stampata da “salotto” che, soprattutto grazie a conoscenze e ordini di partito, sono stati ritenuti sagaci critici cinematografici per decenni, ma che oggi fanno tristemente e pateticamente sorridere.

Per capire meglio l’atmosfera in cui venne accolto il film di Leone riporto un breve periodo dell’articolo che scrisse su “L’Europeo” il grande e immortale Enzo Biagi – lui sì davvero come Sergio Leone -, giornalista di una levatura e indipendenza morale ancora oggi molto rara:

“Per fare centro tre volte, come è appunto il caso di Sergio Leone, bisogna essere dotati di vero talento. Non si imbroglia la grande platea, è più facile ingannare certi giovanottoni della critica, che abbondano in citazioni e scarseggiano in idee…”

Ma tornando al film, scritto da Leone insieme a Luciano Vincenzoni, Age, Furio Scarpelli e il non accreditato Sergio Donati, ancora oggi possiamo godere di inquadrature e piani sequenza senza tempo, che continuano ad essere citati e copiati in numerosi blockbuster.

Come il “triello” finale, e la sequenza di chiusura con il Biondo-Eastwood che si allontana a cavallo in una valle dai colori surreali.

Un capolavoro immortale.

…Aridatece registi come Sergio Leone e gionalisti come Enzo Biagi!

“Una giusta causa” di Mimi Leder

(USA, 2018)

Ruth Bader Ginsburg è stata sempre la prima del suo corso alla Facoltà di Legge, sia ad Harward che alla Columbia University. Ma non c’è neanche uno studio legale di New York che intende assumerla come praticante. Il motivo? …Semplice: perché è una donna.

Ruth Bader Ginsburg non è vissuta nell’oscuro Medioevo, o nella Spagna ferocemente bigotta dell’Inquisizione. Ruth Bader Ginsburg è una nostra contemporanea, e terminati gli studi, alla fine degli anni Cinquanta, si è dovuta “accontentare” di una carriera come docente in Legge, nonostante i suoi studi più che eccelsi.

La società americana, e il mondo intero, non sono pronti all’uguagliaza fra i sessi, o meglio: a non essere pronti sono gli uomini americani come quelli del mondo intero.

Numerose leggi (quasi duecento) nonché la stessa Dichiarazione d’Indipendenza redatta nel 1776 (per mano anche del tanto lodato Thomas Jefferson, che fra le varie attività commerciali che conduceva c’era anche quella assai remunerativa di schiavista) lo afferma senza remore.

Agli inizi degli anni Settanta le arriva sul tavolo una strana causa: un uomo del Colorado è accusato da aver frodato il Fisco. Per anni ha assistito sua madre gravemente malata e ha portato in detrazione le spese per l’infermiera. La Legge però è chiara: solo le donne possono assistere un familiare malato, e lui essendo un uomo scapolo non può richiedere alcun rimborso.

Ruth ha quindi fra le mani una palese discriminazione di genere che vede vittima, una volta tanto, un uomo. Ma se la cosa dovesse essere riconosciuta, indirettamente aprirebbe la porta alla messa in discussione delle pesanti discriminazioni secolari ai danni delle donne. Sembra una battaglia impossibile ma…

Bisogna essere sinceri, nonostante la storia – vera – raccontata, le pellicola diretta da Mimi Leder presenta dei limiti.

Limiti che non sono legati certo all’ottima intepretazione di Felicity Jones nei panni della Ginsburg, ma direttamente alla sceneggiatura e alla regia, entrambe non all’altezza.

Non è facile portare sul grande schermo le storie di vere dispute legali, ma ci sono esempi davvero riusciti come “The Social Network” diretto dal bravissimo David Fincher e scritto da Ben Mezrich e Aaron Sorkin (fra i migliori sceneggiatori di Hollywood che non a caso per lo script vince l’Oscar) che se vogliamo narra di una causa molto più banale e legata al momento storico – chi ha partecipato materialmente e intellettulmente alla fondazione di Facebook e ha il diritto di avere il relativo e giusto compenso – che quella davvero epocale della Ginsburg.

Ma, nonostante i limiti, il film della Leder merita di essere visto, perché ci descrive il mondo così come è davvero, e ci ricorda che l’emancipazione delle donne è solo all’inizio.

“Tempesta su Washington” di Otto Preminger

(USA, 1962)

“Advise & Consent” di Allen Drury viene pubblicato nel 1959 e l’anno successivo vince del Premio Pultizer.

L’impatto sulla cultura americana è molto ampio, tanto che durante la campagna per le elezioni presidenziali del 1960 fu scattata una famosa foto che ritraeva i due candidati, Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy, intenti a leggere una copia del libro.

Due anni dopo, il maestro Otto Preminger ne dirige una splendida versione cinematografica – con lo stesso titolo in originale – la cui sceneggiatura è scritta dallo stesso Allen Drury insieme a Wendell Mayes.

Per la prima volta nella storia, le macchine da presa di Hollywood entrano nel Senato degli Stati Uniti, e alcune delle scene cruciali vengono girate proprio nella stessa sala dove la Commissione contro le attività “antiamericane”, presieduta dal Senatore Joseph McCarthy, consumava le sue tristemente note sedute.

La scelta non è casuale, infatti, il romanzo di Drury – così come il film di Preminger – ci racconta delle feroci lotte interne che si consumano nel palazzo più importante degli Stati Uniti. Di come per ottenere la maggioranza in una votazione, i rappresentati degli elettori siano disposti a tutto.

Ma, soprattutto, ci narra i modi infami del Senatore Fred Van Ackerman (interpretato da George Grizzard) che non disdegna il ricatto, le minacce e la calunnia pur di ottenere voti e consenso, ma che poi finirà isolato e schifato da tutti i suoi colleghi, indipendentemente dallo schieramento politico a cui appartengono.

Destino simile a quello che toccò al vero Joseph McCarthy, le cui accuse e insinuazioni provocarono non pochi suicidi (soprattutto a Hollywood) fra cui anche quello del Senatore Lester C. Hunt, avvenuto il 19 giugno del 1954 e riconducibile a una frase pronunciata pubblicamente dallo stesso McCarthy. Il Senato aprì un’inchiesta alla fine della quale McCarthy venne ufficialmente “censurato”, cosa che segnò la fine della sua carriera politica.

McCarthy morì il 2 maggio del 1957 a 48 anni, ufficialmente a causa di un arresto cardiaco, ma le cronache del tempo parlano di un’epatite legata all’alcolismo, conseguenza diretta del suo isolamento politico e personale (condizione che lui stesso aveva imposto a decine e decine di artisti sinistrorsi).

Ma torniamo al film.

Il Presidente degli Stati Uniti ha gravi problemi di salute, problemi che solo il suo staff ristretto conosce, e per questo decide di nominare a Segretario di Stato Robert Leffingwell (Henry Fonda) che considera l’unico in grado di prendere le redini – soprattutto in politica estera – che lui presto dovrà cedere.

Spetta a leader del partito di maggioranza Bob Munson (Walter Pidgeon) trovare i voti necessari alla nomina nella Commissione presieduta dal giovane Senatore Brigham Anderson.

L’ostacolo più grande è il rappresentante dell’opposizione, il Senatore veterano – visto che la sua prima elezione è avvenuta oltre quarant’anni prima – Seabright Colby (un gradissimo Charles Laughton) che trova Leffingwell troppo vicino all’ ideologia comunista per sedere su uno scranno così importante per il Paese.

Durante i lavori della Commissione esce fuori la testimonianza Herbert Gelman (Burgess Meredith) che afferma di aver partecipato ad alcune riunioni clandestine di una cellula comunista insieme a Leffingwell. Nel successivo interrogatorio lo stesso Leffingwell smonta con fermezza le accuse di Gelman che sembrano essere dettate solo dalla sua instabilità mentale.

Intanto, il Presidente della Commissione Anderson inizia a ricevere delle telefonate minatorie che vorrebbero fargli chiudere l’inchiesta per dare il nullaosta alla nomina proposta dal Presidente.

Lo stallo che si crea nella commissione porta Van Ackerman, la vera mente spregiudicata dietro il ricatto ai danni di Anderson, ad alzare il tiro e a inviare alla moglie del Presidente della Commissione foto e lettere che testimonierebbero una passata relazione omosessuale del marito. Devastato, Anderson si suicida nel suo studio. Ma…

Preminger, con un cast stellare, ci racconta una storia inventata – come sottolineano i titoli di testa – ma drammaticamente vera e attuale, inserendo nel cast uno dei simboli delle vittime del cosiddetto maccartismo: Burgess Meredith, che nel decennio successivo acquisterà fama mondiale interpretando Mickey Goldmill, il vecchio e non udente allenatore di pugilato del primo “Rocky”.

Lo stesso Meredith, infatti, finì alla fine degli anni Quaranta nella lista nera della Commissione contro la attività “antiamericane” e sedette come accusato nella stessa aula.

Nel 1949 fece in tempo però a realizzare il suo primo e unico film come regista: “L’uomo della Torre Eiffel” in cui – …guarda il caso… – Charles Laughton interpreta il commissario Maigret.

E, a proposito di Laughton, questa splendida pellicola deve essere ricordata anche perché fu l’ultima da lui interpretata, stroncato da un tumore pochi mesi dopo la fine delle riprese, mentre si preparava a interpretare Moustache in “Irma la dolce” di Billy Wilder, parte che poi venne affidata a Lou Jacobi.

Considerando i tempi e la morale di quando uscì nelle sale, anche “House of Cards” oggi sembra una serie per ragazzi.

Immortale.