“After Life” di Ricky Gervais

(UK, 2019)

Il dolore è una brutta bestia. Sia quello fisico che quello morale tendono a svuotarci e a lasciarci senza speranza.

Così Tony (un sempre bravo e “fastidioso” Ricky Gervais) devastato dalla morte della moglie non intende più vivere. E prima di togliersi la vita decide di dire a tutti quelli che incontra cosa pensa di loro e delle loro schifose e miserabili esistenze.

Tutte le volte però che tenta di uccidersi, la sua cagna – un regalo che lui stesso fece alla moglie qualche anno prima – glielo impedisce. Così Tony è imprigionato in un’esistenza che non vuole ma di cui non riesce a disfarsi.

Anche se lui non lo riesce a vederlo però, al mondo ci sono persone a cui sta a cuore e che fanno di tutto pur di aiutarlo. Come suo cognato, il fratello di sua moglie, che è il direttore del piccolo giornale locale gratuito per cui lo stesso Tony lavora…

Gervais, che scrive e dirige la serie coprodotta da Netflix, ci porta per mano in un piccolo viaggio nel dolore della mancanza, nel mondo dei “sopravvissuti” che sono schiacciati dal senso di colpa per essere ancora vivi.

E fra un cattiveria e l’altra ci mostra come, grazie anche alle piccole cose, si può sopravvivere anche emotivamente.

Pochi giorni fa lo stesso Gervais ha annunciato l’avvio della seconda serie.

“Grisbì” di Jacques Becker

(Francia, 1954)

Il maestro François Truffaut ha definito, giustamente, il tema di questo film l’incrocio fra l’amicizia e la vecchiaia.

Infatti, il film di Becker inaugura un lungo filone dedicato alla criminalità, e allo scontro nel suo ambito fra vecchie e nuove generazioni. Tema ripreso anche, per esempio, dalla splendida saga de “Il Padrino” di Coppola.

Max (un grande Jean Gabin che per questa interpretazione vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954) è un dei boss della mala di Orly, e assieme all’amico fraterno Riton (René Dary) ormai da qualche decennio gestisce i traffici illeciti della città.

I due, con sangue freddo e non poca abilità, hanno segretamente messo a segno il colpo che finalmente gli permetterà di ritirarsi: hanno rapinato un carico di lingotti d’oro all’aeroporto della città.

Nessuno sospetta di loro e Max e Riton aspettano solo che le acque si calmino per rivolgersi al loro ricettatore di fiducia. Ma Riton ha un debole per le ballerine e così incautamente rivela all’avvenente Josy (una giovanissima Jeanne Moreau) il colpo appena fatto. Josy però è una cocainomane e pur di garantirsi la dose racconta tutto a Angelo (un duro Lino Ventura al suo debutto cinematografico).

Per avere il famigerato malloppo (“grisbì” nell’allora gergo della mala francese) Angelo rapisce Riton e ricatta Max. Ma l’amicizia per il vecchio gangster è sacra e così non ci pensa due volte ad accettare la scambio. Ma Angelo, incautamente, considera Max un vecchio arrugginito…

Grande pellicola d’atmosfera che ci parla dello scontro generazionale della mala, appunto, fra quella affermatasi prima della Seconda Guerra Mondiale e quella cresciuta e maturata dopo, che ignora e calpesta i vecchi codici d’onore della prima.

E seguiamo il rapporto incondizionato fra due amici molti simili ma non uguali, perché uno non accetta il passare del tempo e l’invecchiare ed è convinto che frequentando donne sempre più giovani potrà evitarlo, mentre l’altro, serenamente rassegnato, accoglie saggiamente e senza troppi patemi il bianco dei suoi capelli e le rughe sul suo volto.

Da ricorda nel cast anche una giovanissima Delia Scala.

Per la chicca: il termine Grisbì, grazie al film, è stato parte integrante del nostro immaginario collettivo tanto che agli inizi degli anni Ottanta, quando una nota industria alimentare doveva lanciare un nuovo tipo di biscotto farcito al cioccolato, lo scelse proprio per dare l’idea di qualcosa di ricco, raro e ricercato. E gli spot di allora, che scimmiottano la pellicola di Becker, lo dimostrano fin troppo chiaramente.

“Roma” di Alfonso Cuarón

(Messico, 2018)

L’acqua è l’elemento ancestrale in cui è nata la vita.

E anche se l’abbiamo abbandonata per vivere sulla terra ferma, l’acqua ha ancora un ruolo primordiale nelle nostre esistenze. Nel liquido amniotico cresce il nostro feto fino a divenire un neonato. E una volta abbandonato il ventre materno, l’acqua continua ad avere un ruolo determinate: senza di lei moriremo in poche ore.

Partendo dall’acqua e tornando nell’acqua Alfonso Cuarón – che scrive e dirige il film, nonché ne cura la fotografia – ci racconta la storia della giovane Cleo (una bravissima Yalitza Aparicio) che lavora a servizio di un’agiata famiglia a Città del Messico nel 1970.

Così come al ridosso in quegli anni l’intero Occidente è scosso da moti rivoluzionari (che a guardare oggi la nostra società hanno lasciato la stessa eredità di una scritta sulla sabbia) e terribili atti reazionari, anche la famiglia dove lavora, e la stessa Cleo, sono travolte dagli eventi.

In una splendida scena (girata con un piano sequenza unico che rimarrà nella storia del cinema) che richiama per certi versi quella finale di “Interiors” di Woody Allen del 1978, scopriamo che la persona più forte, più limpida e pura è proprio Cleo, figlia del popolo, che grazie alla sua natura sincera salva la famiglia aristocratica e intellettuale che la mantiene.

Con una regia sublime e una fotografia in bianco e nero che difficilmente si dimentica “Roma” è di fatto una dei film più belli degli ultimi anni.

Fra le decine di premi vinti in tutto il mondo ci sono: il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, il David di Donatello come miglior film straniero, l’Oscar come migliore fotografia, miglior film e miglior film straniero, e il Golden Globe in queste due ultime categorie.

Per la chicca: il titolo del film fa riferimento al quartiere di Città del Messico “Colonia Roma”, fondato agli inizi del Novecento, e divenuto nel corso di pochi decenni quello preferito dalla famiglie benestanti.

“Potter Potted – L’esperienza potteriana non autorizzata in una parodia di Dan e Jeff” di Daniel Clarkson e Jefferson Turner

(UK, dal 2007)

Tutto nasce ovviamente dal genio planetario della grande J. K. Rowling.

All’uscita del “Principe Mezzosangue”, il sesto libro della mitica serie su Harry Potter, una delle grandi librerie di Londra ebbe la strepitosa idea di ingaggiare due attori per intrattenere le persone in attesa nelle lunghe file.

Alla base c’era un recap, una sorta di sintesi recitata dei libri precedenti, fatta in pochi minuti. Con il passaparola il piccolo spettacolo iniziò ad avere sempre più successo fra le file davanti alle librerie.

Con il passare degli anni e l’uscita dell’ultimo capitolo della saga, “Potter Potted” da pochi minuti arriva a superare l’ora. Nel 2007 approda in teatro e col passare del tempo, e girando in tutto il mondo, riscuote un enorme successo e vince numerosi premi.

Finalmente questo particolare, atipico e divertentete spettacolo teatrale è approdato anche nei nostri teatri, regalandoci oltre settanta minuti di esilerante parodia sul fantastico mondo di Harry Potter.

Davide Nebbia e Mario Finulli sono i bravissimi interpreti della nostra versione, fatta per amanti del mondo di Hogwarts, e non solo.

“Il corridoio della paura” di Samuel Fuller

(USA, 1963)

Questo è uno degli esempi più riusciti e immortali del cinema indipendente americano, realizzato da uno dei maestri indiscussi del genere come Samuel Fuller, autore che ancora oggi i più grandi cineasti omaggiano e citano.

Girato a bassissimo costo e tutto in interni, “Il corridoio della paura” ci trascina in un viaggio allucinante nella mente umana e nei suoi più oscuri antri. E, come molti altri B movie dell’epoca, proprio grazie alla sua produzione indipendente e alla sua storia apparentemente banale, ci grida – tipico di Fuller – alcune denunce sociali.

La prima, quella più evidente, è il totale abbandono e la segregazione del tutto simile a quella carceraria delle persone con problemi psichici: sia di quelle pericolose per se stesse e per gli altri e, soprattutto, di quelle completamente innocue.

Poi, con grande coraggio, Fuller – che produce, scrive e dirige il film – lancia un urlo contro il razzismo (siamo nel 1963, è giusto ricordarlo) raccontandoci la storia di Trent, un paziente internato nel manicomio – allora si chiamavano ancora tristemente così – dove si fa rinchiudere il protagonista Johnny Barrett.

Trent è un uomo di colore nato nel profondo sud degli Stati Uniti. Dotato a scuola, grazie a numerose borse di studio riesce ad arrivare all’Università e diventare il primo studente di colore in un campus che da secoli era riservato ai bianchi.

Questo lo trasforma in un simbolo della lotta al razzismo, ma l’enorme pressione a cui è sottoposto e, soprattutto, il viscido e subdolo razzismo dei suoi professori e dei suoi compagni di studio dopo pochi anni lo fanno crollare. E così, nei momenti in cui non è catatonico, è convinto di essere uno dei membri più feroci del Ku Klux Klan, sempre a caccia di “negri” da linciare o impiccare.

L’ultima denuncia Fuller la lancia, con il plot principale, contro quel giornalismo spregiudicato e disposto a tutto pur di fare uno scoop. Johnny Barrett (Peter Breck) è un giovane e promettente redattore del giornale più venduto della città. La sua voglia di affermarsi e vincere il Premio Pulitzer lo porta a farsi internare nel manicomio cittadino per scoprire l’identità dell’assassino di un paziente.

Barrett ha l’appoggio del suo direttore, mentre la sua procace fidanzata Cathy (Costance Towers) nota spogliarellista, è totalmente contraria. Barrett, infatti, deve fingersi disturbato di mente e il piano è quello di far passare Cathy come sua sorella e lui come incestuoso fratello.

Alla fine Cathy cede, e per amore asseconda il piano, così Johnny viene internato nell’ospedale psichiatrico, dove l’unico momento di incontro con gli altri pazienti è nel corridoio. Il giornalista inizia le sue indagini che lo porteranno a trovare il colpevole, ma quanto gli costerà diventare famoso?

Davvero una pietra miliare del cinema mondiale.

Fuller si ispirò alla vera inchiesta fatta dalla giornalista del “New York World” diretto da Pulitzer, Nellie Bly, che nel 1887 si fece rinchiudere sotto mentite spoglie in un manicomio di New York dove passò dieci terrificanti giorni ai termini dei quali scrisse un reportage che fece scoppiare una enorme scandalo politico e sanitario.

“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi, le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.

 

“Il ciclo del progresso” di Rayka Zehtabchi

(USA, 2018)

Netflix, insieme agli studenti di un campus di Los Angeles, produce questo piccolo ma al tempo stesso grandissimo documentario.

Siamo a circa sessanta chilometri da Nuova Delhi, e grazie al contributo fattivo degli studenti americani viene impiantata una piccola fabbrica a basso costo per assorbenti femminili. Nella grande India solo il 10% delle donne usa normalmente assorbenti, il resto usa panni o stracci, molti dei quali raccolti in strada o nei rifiuti.

Così come la pillola anticoncezionale, la libera diffusione degli assorbenti segna un punto importante nell’emancipazione sociale della donna. Seguiamo, infatti, le interviste a giovani ragazze che, non avevado mai visto un assorbente in vita loro, all’arrivo delle prime mestruazioni hanno dovuto abbandonare gli studi.

La nuova fabbrica, completamente gestita da donne, produce assorbenti a basso costo compatibili con le tasche di tutte, e permette alle sue lavoranti di ottenere indipendenza e rispetto da parte di padri, fratelli e mariti.

Come dice l’ingegnere inventore dei macchinari per la produzione degli assorbenti: “Non è la tigre, l’elefante o il leone l’animale più forte creato da Dio, ma la donna”.

23 minuti di grande amore, speranza e dignità. Alla faccia di quegli uomini piccoli piccoli che hanno il terrore che tutte le donne finalmente ne prendano atto.

Fra i numerosi premi vinti da questo corto – che in originale è “Period. End Of Sentence” – c’è anche l’Oscar come Miglior Cortometraggio Documentario 2019.

“Green Book” di Peter Farrelly

(USA, 2018)

Ci sono piccole storie che hanno contribuito a cambiare il mondo.

Magari sono storie simili a molte altre, con amori o amicizie che sfidano costumi e tradizioni del momento, ma che comunque hanno segnato un’epoca. Come questa che ci racconta “Green Book”, ispirata a una storia vera.

New York, 1962. L’italoamericano Frank Anthony “Tony Lip” Vallelonga (uno stratosferico Viggo Mortensen, moro e su di peso) lavora come buttafuori al Capocabana, uno dei night più famosi della città. Quando il locale chiude per restauri però Tony, con moglie e due figli a carico, si trova a spasso e senza un dollaro in tasca.

Fra un lavoro occasionale e l’altro, Tony viene contattato dal Dottor Don Shirley (un altrettanto bravo Mahershala Ali) laureato in psicologia, ma soprattutto fra i più grandi pianisti di musica classica dell’epoca, tanto da essere più volte lodato, fra gli altri, da Igor Stravinsky.

Shirley deve compiere una lunga turnè nel Paese e ha bisogno di un autista e tuttofare. Il problema? Don Shirley è un uomo di colore e la seconda parte della turnè avrà luogo negli Stati del Sud concludendosi a Birmingham, in Alabama, nella stessa cittadina dove sei anni prima il grande Nat King Cole, appena iniziato il suo concerto, venne aggredito, scagliato giù dal palco e picchiato a sangue solo per il colore della sua pelle.

Il viaggio di Shirley, quindi, possiede un grande valore simbolico per la lotta al razzismo in tutto il Paese, tanto da avere l’appoggio diretto della Casa Bianca. Ma il pianista ha comunque bisogno di qualcuno capace di guardargli le spalle, e Tony sembra proprio la persone giusta.

La casa discografica del musicista, che organizza il viaggio, fornisce a Tony anche il Green Book, la guida turistica per “negri” che consiglia i luogi, i ristoranti e gli alberghi “sicuri” per uomini di colore. Inizia così il viaggio fra due mondi talmente distanti da sembrare opposti, ma…

Bellissima pellicola diretta da Peter Farrelly (che stavolta non coodirige insieme al fratello Bobby) e scritta dallo stesso Farrelly con Brian Heys Currie e Nick Vallelonga – vero figlio di Tony – che dovrebbe essere fatta vedere nelle scuole, e magari pure in qualche consiglio comunale, regionale o in qualche commissione parlamentare.

Coprodotta da Octavia Spencer (premio Oscar nel 2012 per “The Help” e coprotagonista de “La forma dell’acqua” di Del Toro) “Green Book” ha fatto incetta di premi, fra cui l’Oscar per il Miglior Film, la Miglior Sceneggiatura Originale e il Miglior Attore non Protagonista a Mahershala Ali.

Per la chicca: il vero Frank Vallelonga – scomparso nel 2013 – con lo pseudonimo di Tony Lip, dal 2001 al 2007, ha interpretato il boss Carmine Lupertazzi nella serie “I Soprano”.

“Il commissario cade in trappola” di Håkan Nesser

(Guanda, 1994/2016)

Seconda indagine per il commissario Van Veeteren che, durante gli ultimi giorni delle sue vacanze marittime viene invitato a collaborare con la Polizia di Kaalgringen, una località della costa non lontano da dove è lui.

Kaalgringen è in preda al panico, in due mesi qualcuno ha ucciso due uomini decapitandoli con un arma simile ad un machete. Il capo della Polizia della cittadina, il commissario Bausen, è molto preoccupato e accoglie Van Veeteren come una manna dal cielo. Entro poche settimane infatti andrà in pensione, e farlo lasciando un caso così eclatante irrisolto davvero non gli darebbe pace.

I due commissari iniziano così a ripercorrere la cronologia degli eventi e non possono che accettare il fatto che fra le due vittime non c’è il minimo collegamento. Mentre la stima di Van Veerten per Bausen aumenta di giorno in giorno, in un appartamento signorile di uno dei quartieri più alla moda della città viene trovata la terza vittima.

Come sempre Van Veeteren, innervosito dagli scarsi risultati, si concede pochi giorni per risolvere il caso, ma…

Sfiziosissimo giallo con un finale ancora più sfizioso, che ci mostra l’arte narrativa di Nesser e la sua capacità di raccontarci la commedia umana.

Per amanti del genere, e non solo.