“Il quinto elemento” di Luc Besson

(Francia/USA, 1997)

Alla fine dello scorso millennio il regista francese Luc Besson dirige il film più costoso mai girato in Europa – fino a quel momento – riscuotendo al botteghino un successo clamoroso.

Con una storia classica e universale che Besson ha anche il merito di raccontare con estro, maestria e originalità, “Il quinto elemento” è uno dei film di fantascienza più riusciti degli ultimi anni.

Alla soglia, dopo cinquemila anni, del ritorno nell’universo del male assoluto, l’ex soldato delle truppe speciali della Galassia e ora tassista Korben Dallas (Bruce Willis) incappa casualmente in Leeloo (Milla Jovovich).

La ragazza, frastornata, è il Quinto Elemento, l’unica cosa in grado di fermare il male assoluto che già ai confini della galassia ha iniziato a minacciare la vita. Ed è tornata sulla Terra, dopo tanto tempo, per salvarla…

Godibilissima pellicola ricca di effetti speciali, gag e camei con la quale Besson dimostra che anche da questa parte dell’oceano siamo in grado di fra film spettacolari. Come sempre il cineasta francese racconta una donna molto speciale.

Memorabile Gary Oldman nei panni del cattivo…

“Il metodo Kominsky” di Chuck Lorre

(USA, 2018)

Uno dei creatori di “The Big Bang Theory”, Chuck Lorre, approda su Netflix con una nuova serie.

Se la vecchiaia ha intrinseco un valore molto importante, e cioè quello di esserci arrivati, la terza età possiede anche molti spiacevoli effetti collaterali, a partire dai numerosi problemi fisici e fastidi che essa comporta.

Sandy Kominsky (un grande Michael Douglas) che qualche decennio prima ebbe una promettente carriera di attore e che ora è uno dei più rinomati insegnanti di recitazione di Los Angeles, nonostante il look e lo stile di vita è entrato ufficialmente nella terza età.

La sua scuola riesce ad andare avanti grazie soprattutto all’apporto pratico e concreto di sua figlia Mindy (Sarah Baker), unico bel ricordo rimasto di tre matrimoni falliti.

Il suo storico agente è Norman Newlander (un altrenttanto strepitoso Alan Arkin) che invece ha avuto molto successo nel suo lavoro: la sua società è una delle più note e floride della costa.

Ma Norman ha avuto successo soprattutto nell’amore. Da quarantasei anni, infatti, è sposato con Eileen, una splendida donna che lo stesso Sandy presentò a Norman.

Ma la vita – e la vecchiaia soprattutto – nasconde insidie e tristi sorprese: Eileen è in fin di vita a causa di un cancro incurabile. L’ultima volontà della donna è quella che Norman e Sandy si prendano l’uno cura dell’altro…

Cattivissima e divertente serie, che non dissimula nulla sulla terza età e sui suoi lati più fastidiosi e odiosi, con due grandissimi interpreti.

Per la chicca: cameo esilarente di Danny Devito – amico nella vita reale di giovinezza dello stesso Douglas – nella parte dell’urologo di Sandy.

“Lo chiamavano Trinità…” di Enzo Barboni

(Italia, 1970)

Il 22 dicembre del 1970 usciva nelle sale italiane “Lo chiamavano Trinità…” diretto e scritto da Enzo Barboni con lo pseudonimo di E.B. Clucher.

La pellicola doveva essere solo uno dei numerosi “spaghetti-western” che dalla metà degli anni Sessanta, grazie al genio del maestro Sergio Leone, era diventato uno dei filoni più di successo del nostro cinema.

Ma Barboni scrive un western all’italiana atipico, molto ironico e gioviale, dove i cattivi vorrebbero fare i cattivi ma non ci riescono fino in fondo, e dove i buoni vincono sempre. Il successo al botteghino è clamoroso, fra i più alti di quegli anni.

Molti fanno risalire la verve comica di Barboni al suo passato di direttore della fotografia soprattutto per il regista Sergio Corbucci, anche lui maestro del genere e anche della commedia all’italiana.

L’esordio in questo ruolo per Barboni arriva nel 1961 quando dirige le luci per il film dello stesso Corbucci “I due marescialli” con gli stratosferici Totò e Vittorio De Sica.

E siccome parliamo di una delle coppie comiche più rilevanti e riuscite del nostro cinema, non è difficile ipotizzare che i meccanismi giusti ed efficaci di un duo, Barboni li abbia iniziati a imparare lì.

Oltre al regista, il successo clamoroso del film deve essere imputato ovviamente anche ai suoi due grandissimi protagonisti che hanno segnato in maniera indelebile il nostro cinema e la nostra cultura: Bud Spencer e Terence Hill.

Carlo Pedersoli e Massimo Girotti, infatti, incarnano una fra le “coppie perfette” della storia del nostro cinema (e non solo), molte volte imitata, ma mai davvero eguagliata. Con il bello e attaccabrighe Hill, “carnefice” comico dell’orso sornione Spencer, su cui scarica tutti i problemi e i pugni che ama provocare. Meritano di essere ricordati, oltre a i due attori, anche i loro rispettivi doppiatori: Pino Locchi per Hill e Glauco Onorato per Spencer, davvero due grandi artisti.

In anni in cui i film western erano spesso molto duri e violenti, Bambino e Trinità creano il nuovo sub genere detto dei “fagioli-western” (che prende il nome dalla scena iniziale in cui Trinità si finisce in pochi istanti una padella piena di fagioli), dove al posto delle pistole si preferiscono i pugni, che fanno anche volare in aria, ma che non feriscono veramente nessuno. Non una goccia di sangue, infatti, appare durante le famigerate scazzottate.

Girato totalmente in Italia, tra il Lazio e l’Abruzzo – il villaggio degli “agricoltori” venne realizzato a Campo Imperatore – “Lo chiamavano Trinità…” a distanza di quasi cinquant’anni ha intatto tutto il suo smalto e la sua fresca e serena ironia, e ci ricorda ancora che grande cinema abbiamo avuto e che grandi artisti e professionisti c’erano davanti e dietro la macchina da presa.

Non è un caso, quindi, che Quentin Tarantino abbia usato il tema musicale di questo film nel suo “Django Unchained” del 2012.

Immortale.

“Animali fantastici: i crimini di Grindewald” di David Yates

(USA/UK, 2018)

Siamo nel 1927 e il famigerato Gellert Grindewald (un cattivissimo Johnny Depp) deve essere trasferito dalle oscure prigioni del Ministero della Magia Americano in quelle del Ministero della Magia Britannico.

Oltre ad essere uno fra i più potenti maghi viventi (come lui c’è forse solo Albus Silente), Grindelwald è un grande persuasore e affabulatore, tanto che al Ministero Americano gli hanno asportato la lingua. Feroce e terribile punizione, che però non basterà ad impedirgli di fuggire, attraversando la strada, e la vita, di Newt Scalamander (un sempre bravo Eddie Redmaune).

Inizia così il secondo episodio – scritto per il cinema appositamente dalla stessa J.K. Rowling – di “Animali fanstatici”, prequel della seria di Harry Potter.

Siamo a metà del Primo Dopoguerra e il mondo sembra non rendersi conto di avvicinarsi sempre più al baratro di un nuovo conflitto mondiale.

E Gridelwald assomiglia tanto – se non fisicamente, di certo per le cose che dice e che realizza – a quell’Adolph Hitler che per molto tempo – troppo – si è accattivato le simpatie di buona parte del mondo; fiino a quando i suoi piani allucinanti e i suoi feroci e criminali progetti non hanno incendiato il nostro pianeta.

La penna magica – e ditemi che la definizione non calza a pennello – della grande scrittrice scozzese, come sempre, ci racconta magistralmente di mostri, che molto spesso hanno un bellissimo aspetto, e di creature mostruose con un cuore più grande di una città.

Per la chicca: strepitoso Jude Law che veste i panni di un giovane e sornione Silente.

 

“Don Giovanni” di Mozart secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

(Italia, 2018)

Da secoli il mito tetro ma sempre fascinoso del Don Giovanni attraversa la cultura planetaria. Alcune delle sue rivisitazioni sono diventate esse stesse capolavori immortali della musica, del teatro e del cinema.

Ma non è semplice confrontarsi con un tale “mostro sacro” del nostro immaginario collettivo. Non sono pochi, infatti, gli autori come gli interpreti di adattamenti poco credibili.

Quello, invece, che ha realizzato l’Orchestra di Piazza Vittorio va messo fra quelli più riusciti e innovativi realizzati negli ultimi tempi.

L’atmosfera è quella degli anni Venti e Don Giovanni (interpretato da Petra Magoni) ha le movenze e gli abiti molti simili a quelli del grande Cab Calloway del leggendario Cotton Club.

Con pianoforte, tastiere, basso, contrabbasso, batteria e chitarre ripercorriamo le arie più splendide e i momenti più drammatici dell’opera suprema di W.A. Mozart.

Più di un’ora e mezza di grande musica contemporanea, con grandi accenti sudamericani, struggenti e coinvolgenti, tutta dal vivo.

E se qualcuno mette in discussione che il “Don Giovanni” sia l’opera suprema di Mozart, può parlare direttamente con mio gatto, che si chiama Leporello…

“Un assassinio di troppo” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio, 1974/2005)

Nona inchiesta per Martin Beck che questa volta deve indagare sulla scomparsa, e dopo il ritrovamento del corpo, sulla morte di una donna divorziata, apparentemente vittima di una violenza carnale e poi di uno strangolamento.

A pochi passi dalla casa della donna, in una piccola cittadina della Scania, abita una vecchia conoscenza di Beck, l’assassino di Roseanne MacGraw che lo stesso commissario nove anni prima ha consegnato alla giustizia (nella prima inchiesta pubblicata da Per Wahlöö e Maj Sjöwall “Roseanna”, appunto).

L’uomo ha scontato la sua pena e adesso vive vendendo prodotti del suo orto e aringhe affumicate. Ma tutti lo considerano subito il colpevole, a partire dai vertici della Polizia di Stato. Ma il fiuto di Beck…

Un ottimo giallo che, come sempre, mette a luce i limiti di una delle democrazie più famose d’Europa in anni in cui la lotta sociale sembrava l’unica alternativa al conformismo capitalista.

Da leggere, come tutte le opere dei due grandi scrittori scandinavi.

 

“I racconti del cuscino” di Peter Greenaway

(Olanda/UK/Francia/Lussemburgo, 1996)

Sei Shōnagon è stata una scrittrice e poetessa giapponese nata sul finire del primo millennio e dama di compagnia dell’imperatrice Teishi. La sua opera più famosa è “Le note del guanciale”, che raccoglie le cronache dell’aristocrazia del tempo fra ricordi, eventi, piccole cose e grandi piaceri.

Il “guanciale” si riferisce al cuscino usato dalla nobiltà del tempo per poggiare la testa senza rovinarsi l’acconciatura. Fatto il legno e con una morbida imbottitura, conteneva nel suo interno un piccolo incavo nel quale, di solito, venivano custoditi appunti e diari personali.

Il maestro gallese Peter Greenaway, alle soglie del decimo centenario dell’opera, ne realizza uno splendido adattamento cineamtografico contemporaneo ambientato fra il Giappone, Hong Kong (che allora era ancora un protettorato inglese) e la Cina.

La giovane e avvenete modella giapponese Nagiko ogni anno, per il suo compleanno, ripete il rito che suo padre esperto calligrafo faceva sempre: le disegnava sul volto gli auguri. In cerca di un calligrafo degno del padre, Nagiko cambia amanti su amanti per poi farsi scrivere ideogrammi sulla sua pelle.

Quando, a Hong Kong, incontra casualmente il giovane traduttore inglese Jerome (Ewan McGregor) Nagiko cambierà prospettiva, sarà lei a scrivere sul corpo dei suoi amanti…

Bellissima pellicola dove le immagini hanno la stessa forza e la stessa dirompenza delle parole e dove, anche a distanza di oltre venta’anni, il genio visionario di Greenaway lascia sempre sublimati.

Da vedere.

“Il mistero della casa del tempo” di Eli Roth

(USA/India/Canada, 2018)

John Bellairs (1938-1991) è stato un famoso scrittore per ragazzi statunitense. Lo stile dei suoi racconti – o romanzi brevi, se prefertie – fra il thriller e il gotico più classico, affascinò intere generazioni.

E’ appena arrivato nelle nostre sale l’adattamento cinematografico del suo “La pendola stregata”, edito nel 1973, col titolo “Il mistero della casa del tempo” (che i nostri distributori facciano i conti con la propria coscienza…) il cui protagonista è il piccolo Lewis Barnavelt che, persi i genitori in un incidente stradale, viene accolto dallo strano fratello della madre: zio Jonathan (Jack Black).

Siamo nel 1955 e la vita per un ragazzino in una nuova scuola e in una nuova cittadina è difficile come lo sarebbe oggi. E poi zio Jonathan è davvero un tipo strano, senza amici, escludendo Mrs. Florence Zimmerman (una canuta ma sempre fascinosa Cate Blanchett) che veste sempre di viola.

I due nascondono qualcosa di molto particolare visto che poi, tutte le notti, lo zio gira per la casa con un ascia poggiando l’orecchio al muro in cerca di qualcosa, e aggiornando sulla sua ricerca il giorno dopo la Zimmerman…

Ottima trasposizione cinematografica di un piccolo ma davvero ben scritto romanzo (che ha il suo seguito in “La figura nell’ombra” pubblicato nel 1975) che ci parla di magia, di morte e del male assoluto che veste i panni dell’intolleranza e del razzismo ottuso e feroce del nazifascismo.

Più di un semplice film per ragazzi.

“Sesso & potere” di Barry Levinson

(USA, 1997)

“Perché il cane agita la coda?

Perché la coda del cane è più stupida del cane.

Se fosse più intelligente agiterebbe lei il cane.”

Su queste parole inizia uno dei film americani più sottili e taglienti del Novecento, il cui titolo originale è “Wag the Dog”, ossia “Agita il cane”.

A due settimane dall’elezioni il Presidente in carica (il cui viso, che per tutta la pellicola, non apparirà mai) molestia sessualmente una ragazza scout che era in visita presso lo Studio Ovale.

La notizia arriva alle redazioni dei più importanti media del Paese ed entro poche ore invaderà edicole e televisioni.

L’ultima speranza per il Presidente è Conrad Brean (un grande Robert De Niro,  produttore anche del film) esperto in comunicazione che, per distrarre gli elettori, in pochi minuti s’inventa una piccola guerra contro l’Albania, o meglio contro alcuni terroristi albanesi che vogliono portare negli States un’arma nucleare “per annientare lo stile di vita americano”.

Ma per far credere agli elettori che è in atto una guerra, bisogna anche mostrarla. Allora Brean si rivolge a Stanley Motss (uno stratosferico Dustin Hoffman, con tanto di occhialoni e capelli cotonati) noto produttore hollywoodiano, che in poche ore realizza un finto filmato con una finta ragazza albanese che fugge dal suo villaggio devastato dalla guerra.

L’espediente funziona e le molestie del Presidente passano in secondo piano. E ogni volta che il concorrente alla Casa Bianca tenta di riportare l’attenzione sul caso, Brean e Motss ribattono ogni colpo, arrivando anche a…

Strepitosa black comedy che andrebbe fatta vedere a scuola, e che ci racconta come sia fin troppo facile manipolare l’opinione pubblica, soprattutto sotto le elezioni. Argomento drammaticamente attuale.

Se il plot vi ricorda qualcosa non è casuale ma non confondetevi perché, come capita spesso, la finzione anticipa la realtà!

Pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questo splendido film, l’allora Presidente Bill Clinton fu travolto dal cosiddetto “Sexgate” che implicava anche la sua giovane stagista Monica Lewinsky (con tanto di vestito non lavato per anni…).

Mentre Clinton affrontava il caso, che rischiava di travolgerlo, in Africa ci furono numerosi attentati in sedi diplomatiche statunitensi che lo videro “costretto” a ordinare un intervento militare nel continente…

La foto che nel film ritrae il Presidente – di spalle – che stringe le mani alla scout – scattata prima delle molestie – è incredibilmente simile a quella vera che mostrarono milioni di volte tutti i media planetari con Clinton che stringeva le mani alla Lewinsky.

E pensare che Lerry Beinhart – autore del romanzo “American Hero” da cui è tratta la sceneggiatura – Hilary Heinkin e il grande David Mamet – autori della sceneggiatura – si ispirarono alla comunicazione ufficiale della presidenza Bush Senior durante la Guerra del Golfo, non potendo prevedere (…o forse sì?) quello che di lì a poco sarebbe accaduto.

Oltre a quella del grande Bob De Niro, deve essere ricordata anche l’interpretazione di Dustin Hoffman (strepitoso nella geniale scena finale) che le cronache del tempo affermarono ispirarsi al vero Robert Evans che, dopo una modesta carriera di attore, divenne responsabile della Paramount Pictures con la quale produsse film come “Il Padrino” parte I e II, “Chinatown”, “Il maratoneta” o “Cotton Club”.

Per la chicca: noi dovremmo aggiungere all’inizio della nostra versione anche un’altra domanda: perché i distributori italiani hanno scelto un titolo così stolto e fuorviante? …Non lo sapremo mai.