“Maniac” di Cary Fukunaga e Patrick Somerville

(USA, 2018)

Scritta da Cary Fukunaga e Patrick Somerville, e prodotta da Netflix, questa serie fantasy/grottesca tocca uno dei temi più spinosi della soceità umana: la famiglia.

Owen (un bravo Jonah Hill) è il figlio “stolto” e nevrotico della facoltosa famiglia Milgrim, il cui patriarca Porter (Gariel Byrne) poco accetta e sopporta. Ma Owen improvvisamente diventa fondamentale: la sua testimonianza può scagionare da una grave accusa – vera – di molestie sessuali suo fratello maggiore.

Se l’accusa venisse provata metterebbe in discussione l’intero impero dei Milgrim, e così Porter è disposto a far mentire suo figlio Owen in tribunale. Il giovane, sconvolto e turbato, decide di rifuggiarsi presso una grande casa farmaceutica che per qualche giorno sperimenterà su di lui un nuovo metodo per annullare il dolore morale ed emotivo delle persone.

Annie (una davvero brava Emma Stone) è una giovane donna tossicodipendente che è stata abbandonata, insieme alla sorella, dalla loro madre in tenera età.

Il suo martirio e la sua ossessione – e la sua droga – è assumere un nuovo farmaco sperimentale che le permette di rivevere il dramma del successivo distacco dalla sorella. Quando la sua scorta di pillole si esaurisce, Annie decide anche lei di fare da cavia per la sperimentazione del nuovo metodo contro il dolore morale ed emotivo. Ma…

Dieci puntate completamente fuori le righe, ma realizzate con grande maestrie e irrivenerenza. Con macroscopici riferimenti allo stile cinematografico e televisivo degli anni Ottanta, “Maniac” diverte fino all’ultima puntata.

Grande parte secondaria per una straordinaria Sally Field che mostra sempre la sua grande arte e il suo intramontabile fascino.

“Come parlare sporco e influenzare la gente” di Lenny Bruce

(Giunti/Bompiani 2018)

Leonard Alfred Schneider è stato un eroe decorato della Seconda Guerra Mondiale.

Nato nel 1925 a Mineola, località dell’area urbana di New York, cresce in una famiglia di religione e tradizione ebraica, passando l’infanzia soprattutto in strada, fra non poche difficoltà economiche.

Poco più che adolescente, come molti della sua generazione, viene travolto dal conflitto planetario dal quale, nel 1945, torna a casa con una medaglia.

Fra mille piccoli lavori, Leonard una sera accompagna sua madre a un’esibizione di ballo e visto che il presentatore non può introdurre il numero, sul palco ci sale lui, prendendo il nome d’arte di Lenny Bruce.

Inizia così la carriera di uno dei più importanti e rivoluzionari comici (e in questo caso il termine è davvero riduttivo) del Novecento che influenzerà la cultura mondiale nei decenni successivi.

Ma allo stesso tempo Bruce è anche il primo comico vittima di una censura bigotta e reazionaria che, oltre a renderlo protagonista suo malgrado di numerosi e assurdi processi “contro la morale”, arrivò a minacciare i proprietari di night se solo gli proponevano una serata.

Questa autobiografia, apparsa per la prima volta a puntate su Playboy dal 1964 al 1965 – unica testata allora che ebbe il coraggio di pubblicarla, alla faccia dell’editoria tradizionale… – ci racconta la vita e la nascita di numerosi pezzi geniali di Bruce, ma anche delle numerose denuncie e degli altrettanti processi e arresti subiti da Bruce.

Se oggi le accuse allora mosse sono pateticamente imbarazzanti, la cominictà geniale e diretta di Bruce fa ancora scuola, tanto da ispirare ancora numerosi comici di tutto il mondo. Solo per citare una delle innumerevoli battute immortali: “Noto una certa tendenza a lasciare la Chiesa per tornare da Dio”.

Il 3 agosto del 1966 Lenny Bruce viene trovato morto, nella sua casa di Los Angeles, a causa di un’overdose di barbiturici.

Senza mostrare il minimo rispetto per il morto, la Polizia di Los Angeles lascia che i fotografi ritraggano il cadavere dell’artista così come rinvenuto: nudo e steso nel salotto.

Per la chicca: nel 1974 il grande Bob Fosse gira “Lenny” dedicato a Bruce con Dustin Hoffman nei panni del comico, pellicola oggi praticamente introvabile nel nostro Paese.

Da leggere.

“Due sotto il divano” di Ronald Neame

(USA, 1980)

Walter Matthau e Glenda Jackson tornano insieme per recitare in questa commedia molto divertente tinta di spionaggio, in piena Guerra Fredda.

Il capace e smaliziato agente operativo della CIA Max Kendings (un sornione e paravento come sempre Walther Matthau) chiude ottimamente un’operazione di controspionaggio a Monaco di Baviera durata due anni.

Tornato a Washington però il suo capo Myerson (un antipaticissimo Ned Beatty) lo silura sbattendolo in Archivio fino alla pensione. Secondo lui, infatti, Max avrebbe dovuto arrestare anche Yaskov (Herbert Lom, già l’ispettore capo vittima di Closeau) capo del controspionaggio sovietico in Europa Occidentale.

Kendings tenta di spiegare al nuovo capo che è stato meglio lasciarlo al suo posto visto che lo conoscono da vent’anni. Arrestarlo sarebbe significato avere un capo nuovo totlamente sconosciuto… Ma Myerson non lo fa finire neanche: il suo tempo è finito, è troppo vecchio e arrugginito. Non c’è spazio per vecchi “dinosauri” come lui nella nuova CIA!

Max Kendings, indignato, fa sparire il suo dossier e decide di prendersi una lunga vacanza in Europa andando a visitare la sua ex fiamma Isobel (Glenda Jackson).

Lì, visto che Myerson lo fa seguire convinto che voglia tradire e unirsi ai sovietici, Kendings decide di scrivere le sue memorie nella quali racconta le numerose azioni fallimentari e imbarazzanti eseguite o ideate dallo stesso Myerson, e spedisce i primi capitoli a tutti i servizi segreti planetari. L’Agenzia così gli da la caccia, ma…

Tratto dal romanzo “Spionaggio d’autore” di Brian Garfield (edito in Italia nel 1978) “Due sotto il divano” ci racconta soprattutto la fallimentare arroganza di una certa generazione nei confronti di quella passata.

Godibilissima commedia con battute memorabili (come: “…al campionato mondiale dei cretini arriveresti secondo …perché sei un cretino”) che ci fa pensare ad un altro film, campione d’incassi, forse più action, ma sempre molto ironico come “Red” con Bruce Willis.

Per la chicca: il titolo originale è “Hopscotch” che in italiano sarebbe il gioco della campana, riferito al giro di nazioni e città che fa lo stesso Kendigs in poche ore, costringendo i suoi insguitori a copiare le sue mosse.

“Heavy Metal” di Gerald Potterton

(Canada, 1981)

Questo lungometraggio animato è considerato, giustamente, il vero e proprio cult che consacra definitivamente il genere fantasy fra i grandi del cinema.

A produrlo è il Canada che in quegli anni, anche attraverso la sua televisione innovativa e molto giovane, è una vera e propria fucina di nuovi talenti che poi diverranno famosi anche a Hollywood.

Fra i produttori c’è Ivan Reitman, che poi dirigerà blockbuster planetari come i primi due “Ghostbuster”, “Dave – Presidente per un giorno” e “I gemelli”.

Poi ci sono le voci di attori come John Candy e Eugene Levy che poco dopo diventeranno volti noti in numerose commedie di successo.

Ma “Heavy Metal” non deve essere ricordato solo per questo, la sua innovazione concettuale e stilistica è davvero un’apripista per il filone fantasy e per il cinema in generale.

Sulla scia del film “Fritz il gatto” primo cartone animato di successo con una visione per soli adulti, e ispirandosi a una famosa serie di fumetti americana, Gerald Potterton realizza un film pieno zeppo di “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, citando la locandina del film.

Nei sette episodi che lo compongono, il cui fil rouge è la malvagità del Loc-Nar una pietra vivente verde e luminosa che sembra proprio essere l’essenza pura del male, assistiamo alle atrocità che questa ha fatto commettere ad esseri viventi di ogni specie, in ogni luogo e in ogni tempo…

Ancora oggi molto spesso citato e scopiazzato, “Heavy Metal” è un film da vedere. 

“The Secret of Kells” di Tomm Moore

(2009, Irlanda/Francia/Belgio)

L’irlandese Tomm Moore è considerato, non a torto, uno dei giovani maestri dell’animazione mondiale. Suo per esempio è  “La canzone del mare” che, come questo “The Secret of Kells”, è stato candidato all’Oscar come miglior film d’animazione.

L’abbate Cellach ha il duro compito di terminare il prima possibile l’abbazia fortificata di Kells, sita in uno dei nuovi confini da evangelizzare nel nord Europa nel IX secolo. La preoccupazione dell’abbate è legata soprattutto ai barbari e crudeli vichinghi che razziano senza pietà le coste e l’entroterra in cerca famelica di oro.

Cellach sa che il suo compito è molto lungo e così educa suo nipote dodicenne Brendan affinché possa, un giorno, sostituirlo. Ma il piccolo ha una passione per il disegno e l’arte, e così quando nell’abbazia giunge l’anziano fratello Aidan, custode del grande Libro di Kells iniziato secoli prima e che lui ancora non è riuscito a terminare, Brendan abbandona gli studi da carpentiere per diventare miniatore.

Cellach non ha tempo per arrabbiarsi: i vichinghi attaccano l’abbazia, non ancora completamente fortificata, e in poche ore la conquistano. La devastazione è immane, e Brendan per sfuggire agli invasori è costretto a lasciare Kells, per compiere un viaggio molto lungo…

Splendida pellicola d’animazione, con disegni e immagini stupende, che ci parla dell’importanza dell’arte e della cultura nella storia, e soprattutto nella vita di tutti i giorni.   

Al momento, però, non esiste una versione in italiano di questo bel film.