“Regression” di Alejandro Amenábar

(Canada/Spagna, 2015)

La domanda sorge spontanea (cit.!) come mai questa bella pellicola del regista premio Oscar (con “Mare dentro”) Alejandro Amenábar (autore fra gli altri di “Apri gli occhi”, “The Others” e “Agorà”) non ha trovato una bella distribuzione nel nostro Paese?

La risposta non può essere una sola, ma la prima che viene in mente è certamente legata al tema alquanto spinoso che affronta: il senso di colpa che può essere sfruttato per rendere succubi gli altri.

Amenàbar ci racconta i fatti – realmente accaduti nel 1990 in una cittadina agricola degli Stati Uniti – provocati dalla confessione di Angela (una sempre brava Emma Watson) una ragazza devota e assidua frequentatrice della locale chiesa cristiana, che afferma di essere vittima da anni di abusi legati a riti satanici ad opera della sua famiglia.

L’ombra di una setta satanica ramificata in ogni ambito sconvolge la comunità e al deciso e volenteroso detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) viene affidato il compito di smantellarla. Ad assistere Kenner c’è il Professor Kenneth Raines, esperto di ipnosi regressiva che attraverso i suoi metodi avalla i racconti della ragazza…

Amenàbar, nato in Cile ma cresciuto in Spagna (patria della Santa Inquisizione), come noi italiani “confinanti” da sempre col Cuppolone, conosce bene i modi con cui una parte distorta e integralista di religiosi possa usare il senso di colpa per ghermire i fedeli.

Da vedere.

 

 

“Solo: A Star Wars Story” di Ron Howard

(USA, 2018)

Come prima cosa dobbiamo ricordarci che Ron Howard ha sempre raccontato che sul set di “Willow” (1988) aveva accanto lo stesso George Lucas – autore del soggetto – che di fatto gli fece, durante tutte le riprese, un vero e proprio “master” in regia cinematografica.

Scritto da Lawrence Kasdan (autore già dello script del grandioso “L’impero colpisce ancora”) e da suo figlio Jon Kasdan, “Solo: A Star Wars Story” ci racconta la genesi dell’eroe preferito della trilogia, quel pilota contrabbandiere con la faccia da schiaffi che rubò la scena a Luke Skywalker.

Gli omaggi al mondo di Lucas sono molti, a partire dall’uso dei pupazzi per arrivare alle scenografie più incredibili e all’autocitazione, con un piccolo cameo di Warwick Davis attore protagonista dello stesso “Willow”.

E poi c’è lui, il Millennium Falcon bello e luccicante che appartiene al giovane, arrogante e imbroglione Lando Carlrissian, già appassionato di mantelli.

Il duello finale (tranquilli che non spoilerizzo!) risolve – finalmente! – l’ardua polemica creata dallo stesso Lucas quando rieditò e – …purtroppo – modificò digitalmente alcuni particolari nei primi tre film della trilogia per riportarli nelle sale alla fine degli anni Novanta.

E’ vero che Harrison Ford nei panni di Han Solo è inarrivabile, ma questo è sempre un bel film da godere tutto, scena per scena. Per padawan e non solo.

Per la chicca: per i più impiccioni questo film ci rivela poi quanti anni ha Chewbecca…

“Odio gli sbirri – L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

(Einaudi, 1956/2017)

Nel 1956 esce nelle librerie americane “Cop Hater” che viene tradotto in italiano  “L’assassino ha lasciato la firma”. Il libro riscuote subito un buon successo e il suo autore comincia ad attirare l’attenzione dei patiti del genere e non solo. Con i libri successivi, Evan Hunter diventerà un vero e proprio maestro del giallo-noir.

Nato a New York nel 1926 come Salvatore Albert Lombino (il cui nome palesa le sue chiare origini italiane) che poi cambierà in Evan Hunter – adottando principalmente lo pseudonimo di Ed McBain – il giovane scrittore fonda un genere nel genere.

Crea i poliziotti dell’87° Distretto di NY, che già dalla prima storia si devono confrontare con un mondo tosto in cui loro, troppo spesso, devono fare un lavoro duro e pericoloso.

Il ritmo e gli ambienti saranno da ispirazione a molte generazioni di giallisti – fra cui spiccano Per Wahlöö e Maj Sjöwall – così come i dialoghi senza troppi fronzoli e i cattivi, cattivi per davvero.

Nel 2017 Einaudi raccoglie i romanzi dedicati al 87° Distretto in una raccolta dal titolo “Odio gli sbirri”, efficace traduzione letteraria del titolo del primo libro.

 

 

 

“Electric Dreams” di Ronald D. Moore, Michael Dinner e Philip K. Dick

(USA/UK, 2017)

Che Philip K. Dick sia uno dei maggiori scrittori del Novecento ormai non è una novità. Così come non stupisce che le sue opere siano ancora attuali e affascinanti.

Ideata e prodotta da Ronald D. Moore e Michael Dinner, questa nuova trasposizione televisiva dei racconti di Dick coglie a pieno il suo spirito filosofico ed esistenzialista.

Attraverso la fantascienza lo scrittore di Chicago si pone e ci pone i quesiti più viscerali dell’essere umano. Come la pasta all’amatriciana, Philip Kindred Dick non passa mai di moda!

E pensare che lo scrittore fece in tempo solo a visitare il set di “Blade Runner” prima di morire e di poter assistere al suo trionfo al botteghino e alla sua definitiva consacrazione di scrittore assoluto.

Con un cast davvero eccezionale che vede, tra gli altri, Bryan Craston (nel ruolo anche di produttore esecutivo) Geraldine Chaplin, Timothy Spall, Steve Buscemi, Anna Paquin e  Vera Farmiga, “Electric Dreams” è sicuramente una delle serie più belle degli ultimi anni.

Fra i dieci episodi della prima serie – tutti davvero molto belli -, se proprio devo scegliere “Real Life” e “The Commuter”: davvero splendidi.

Da vedere e non solo per gli amanti della fantascienza.

Per la chicca: nei titoli di testa c’è un piccolo omaggio al grande Dick.

 

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

Paolo Ferrari

Ieri se ne è andato Paolo Ferrari, classe 1929, fra i pochi grandi rappresentati dello spettacolo italiano che ha saputo attraversare il Novecento e i primi due decenni del nuovo millennio.

Già a nove anni inizia la sua carriera artistica alla radio, dove interpreta un piccolo balilla. La stessa radio, grazie alla splendida voce e alla perfetta dizione, sarà uno degli ambiti più importanti della prima parte della sua carriera.

Nel 1938 arriva la prima apparizione davanti alla macchina da presa in “Ettore Fieramosca” di Alessandro Blasetti con Gino Cervi come protagonista, decolla così la sua carriera di attore bambino che lo porta ad interpretare vari film il cui più significativo è forse “Gian Burrasca” diretto dal grande Sergio Tofano nel 1943.

Nel secondo dopoguerra Ferrari, ormai adulto, torna alla radio, al cinema e al teatro. Alla radio, soprattutto, è protagonista di numerosi spettacoli di successo accanto a giovani attori che poi segnarenno il nostro cinema e il nostro palcoscenico.

E grazie alla radio Paolo Ferrari inizia la sua carriera di doppiatore in film che simboli del cinema donando la voce a Franco Citti in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, a Jean-Louis Trintignat nello splendido “Il sorpasso” di Risi, e a Humphrey Bogart in quasi tutti i ridoppiaggi e sopratutto in “Provaci ancora Sam” di Woody Allen.

Oltre che doppiare, Ferrari recita anche davanti alla MDP, e sono da ricordare le sue interpretazioni in “Camping” diretto da Franco Zeffirelli nel 1957 con Nino Manfredi e “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile del 1964, in cui ha il ruolo di assoluto protagonista.

Ferrari è uno dei primi protagonisti anche del nuovo mezzo che si affaccia in Italia, la televisione. E’ accanto a Vittorio Gassman nello storico “Il Mattatore” del 1959, presenta il il Festival di Sanremo accanto ad Enza Sampò nel 1960, e partecipa a numerosissime fiction da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmuller del 1964, passando per “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli del 1969 e “Disokkupati” di Franza di Rosa del 1997 per arrivare a “Notte prima degli esami” del 2011.

Sempre per la tv, nel 1981 è il protagonista di una serie di “Buonasera con…” in cui ripercorre, assieme alla sua seconda moglie Laura Tavanti, la sua già allora lunga carriera, e in cui non risparmia frecciate a esimi colleghi, a partire dallo stesso Gassman.

Sempre in televisione (nel bene e nel male…) Paolo Ferrari è protagonista di alcuni spot pubblicitari legati ad un detersivo, spot che lo renderanno famoso anche alle nuove generazione (…sob…) entrando di fatto nell’immaginario quotidiano della nostra società.

Ma Ferrari è attivo anche e soprattutto in teatro, forse la sua grande passione. Fra i numerosi allestimenti mi piace ricordarlo in “Sostiene Pereira” tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi per la regia di Teresa Pedroni, e nel bellissimo “Un ispettore in casa Birling” di John Boynton Priestley con Andrea Giordana per la regia di Giancarlo Sepe, spettacoli che ho avuto la fortuna di vedere.

Oltre alla sua grande arte, ci mancherà molto la sua sorniona ironia.

“Omicidio al Savoy” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1970/2008)

Questa sesta avventura di Martin Beck è quella che ci racconta, più delle precedenti, l’abisso sociale che separa la ricca aristocrazia industriale dal proletariato.

Il “papà e la mamma del poliziesco d’oggi” – come chiama Andrea Camilleri gli autori Per Wahlöö e Maj Sjöwall – ci raccontano di un insolito omicidio: in una bella sala dello storico e lussuoso hotel Savoy di Malmo il ricco industriale Viktor Palmgren tiene una piccola cena/conferenza con i suoi uomini più fidati.

Mentre il magnate parla, uno sconosciuto entra nella sala e gli spara alla testa. I presenti rimangono allibiti e l’assassino fugge facilmente da una finestra.

Palmgren era un uomo con amicizie molto influenti e così il caso viene affidato a Martin Beck, visti i risultati eccellenti delle sue ultime indagini. I sospetti investono subito le attività commerciali del morto, molte delle quali si perdono in Paesi stranieri e in loschi commerci. Viene analizzata anche l’ipotesi dell’attentato politico, ma Beck non è convinto…

Un grande giallo sociale che lascia l’amaro in bocca, e che non può far pensare incredibilmente all’omicidio di Olof Palme avvenuto a Stoccolma il 28 febbraio del 1986.

Ovviamente fra la figura reale dell’allora Primo Ministro svedese Palme e quella immaginaria dell’oscuro imprenditore Palmgren non ci sono attinenze. Ma nelle modalità del loro assassinio si.

Infatti, lo statista svedese la sera del 28 febbraio, appena uscito dal cinema nel quale era stato con la moglie, venne raggiunto da due proiettili esplosi da uno sconosciuto che lo aspettava sul marciapiede per poi dileguarsi nel nulla.

Palme morì in ospedale nelle prime ore del 1° marzo e ancora oggi il suo omicidio, che sconvolse profondamente la Svezia, rimane irrisolto.