“Paul” di Greg Mottola

(UK/USA, 2011)

Simon Pegg è diventato famoso in Gran Bretagna, assieme a Nick Frost, con la “Trilogia del cornetto”, una serie di film demenziali horror/comici. Poi sono iniziati i ruoli nelle grandi produzioni come “Mission Impossible” o “Star Trek”. Ma con questo “Paul”, Pegg torna alla fantascienza demenziale.

Scritto e interpretato assieme a Nick Frost, anche lui coprotagonista della trilogia demenziale e poi interprete di varie pellicole di ottima qualità (come “Kinky Boots – Decisamente diversi” o “I Love Radio Rock”) “Paul” ci racconta l’avventura americana di due nerd inglesi, Greame (Pegg) e Clive (Frost) che, con i risparmi di una vita, organizzano un viaggio negli USA per partecipare prima al mitico Comic-Con e poi, affittando un camper, fare un viaggio-pellegrinaggio nei luoghi cult dell’ufologia locale. Ma sulla loro strada incappano in Paul, un extraterrestre in fuga da un laboratorio segreto governativo, che i due decidono di aiutare.

Demenziale fantacommedia con alcuni momenti davvero divertenti e citazioni a non finire. Da ricordare l’interpretazione di Kirsten Wiig (fra le migliori attrici comiche contemporanee e doppiatrice di tutti i “Cattivissimo Me”) nel ruolo di Ruth, una ragazza frutto del più becero bigottismo americano che grazie a Paul …vede la luce. E quella di Jeffrey Tambor nei panni di un arrogante scrittore di fantascienza. Piccolo e gustosissimo cameo della grande Sigourney Weaver. Per appassionati e, soprattutto, dementi fanatici di fantascienza (come me).

Per la chicca: nella versione originale Paul è doppiato da Seth Rogen, nella nostra davvero magistralmente da Elio.

“In viaggio con la zia” di George Cukor

(USA, 1972)

George Cukor è rimasto nella storia del cinema come uno dei più grandi narratori di donne di sempre. Le sue muse sono state dive come Greta Garbo, Kathrine Hepburn, Elizabeth Taylor, Marilyn Monroe, Ava Gardner, Rita Hayworth, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman o Jane Fonda. E nel 1972 racconta quella assai originale di Augusta, protagonista del romanzo “In viaggio con la zia” di Graham Greene. Come protagonista sceglie Maggie Smith, notissima attrice di teatro inglese e già vincitrice dell’Oscar come miglior attrice per “La strana voglia di Jane” nel 1970.

Al solitario funerale della madre dell’austero direttore di banca Henry (Alec McCowen) arriva una strana e invadente signora anziana. E’ Augusta (Maggie Smith) che si presenta come la sorella della deceduta, e quindi zia di Henry. In poche ore la vetusta signora convince il nipote a seguirla a Parigi dove deve sbrigare certi affari poco chiari. Nella metropoli francese Henry conosce Wordsworth (Louis Gossett Jr.) amico intimo della donna, che gli confida che Augusta è in cerca di centomila dollari per salvare la vita a Visconti (Robert Stephens), suo antico primo amore. La caccia ai soldi porta zia e nipote in giro per il mondo e, durante i lunghi spostamenti, Augusta racconta al nipote i fatti cruciali della sua lunga – e discutibile… – esistenza fatta soprattutto di amore e incoscienza. Alla fine i due riusciranno a trovare quello che hanno sempre cercato, anche senza saperlo?

Agli spettatori l’ardua sentenza, visto che io non spolirezzo mai. Deliziosa e ironica commedia sopra le righe con una Maggie Smith fascinosa e carnale come poche.

Hai capito il buon vecchio Silente: e chi se l’ha aspettava a una giovane Minerva McGranit così sensuale e vempirona… e bravo Albus!

Per la chicca: Robert Stephens, l’attore che interpreta Visconti, è stato il primo marito della Smith, suo compagno – durante il loro matrimonio – di palcoscenico e anche di set.

Il caso Kodra” di Renato Olivieri

(Mondadori 1978/2013)

Quando la nostra editoria era grande, avevamo un folta schiera di giallisti e relativi detective di buona e alta qualità fra cui scegliere per passare con loro alcune ore, il tempo di leggere un libro.

Renato Oliveri (1925-2013) era uno di questi. Il suo esordio giallo risale al 1 gennaio del 1978, giorno in cui viene pubblicato (da Rusconi) il suo primo romanzo “Il caso Kodra”, ambientato in una cupa e nebbiosa Milano.

Il protagonista creato da Olivieri è il malinconico vice commissario Giulio Ambrosio, 48enne divorziato e senza figli, uomo di scrivania più che d’azione. Più vicino a Maigret che a Montalbano insomma.

A causa delle ferie di un collega, sulla scrivania di Ambrosio arriva il caso di una donna vittima di un pirata della strada. Per rivedere i luoghi della sua vita passata, il vice commissario decide di fare un sopralluogo e studiando poi la dinamica dell’incidente e soprattutto ascoltando il racconto dell’unico testimone, che più che vedere vista la nebbia ha sentito, qualcosa non gli torna.

Ambrosio inizia così a riscostruire la vita di Anna Kodra, una profuga istriana che dopo la guerra si è trasferita prima a Trieste, poi a Padova e infine a Milano…

Un giallo crepuscolare incentrato sui ricordi e sulla vita che è stata, sui rimpianti e sull’amore. La nascita letteraria di Giulio Ambrosio, che poi diverrà una delle figure gialle più note nel nostro panorama degli anni Ottanta e Novanta, è un libro che si gode fino all’ultima pagina.

Nel 1988 Sergio Corbucci dirige “I giorni del commissario Ambrosio “ col grande Ugo Tognazzi che impersona il protagonista.

“La gang del bosco” di Tim Johnson e Karey Kirkpatrick

(USA, 2006)

La Dreamworks – nata da un’idea del genio di George Lucas – è l’unica casa di produzione di animazione digitale che riesce davvero a competere con la Pixar. Nel corso degli anni sono riusciti, infatti, a creare lungometraggi di alta qualità come questo “La gang del bosco”.

RJ (la cui voce italiana è quella di Luca Ward) è un procione solitario che vive di piccoli espedienti. Ma una sera di primavera commette l’errore di rubare le riserve di cibo al feroce orso Vincent, che sveglia aprendo un pacco di infingarde Tuberine. Per non essere ucciso RJ promette di riportare all’orso tutte le vettoglie rubate, che nel frattempo sono andate perdute.

L’impresa sembra impossibile per un solo procione, ma RJ incapperà in un gruppo di animali ingenui che lo aiuteranno loro malgrado e in buona fede. Ma la bontà è spesso – e fortunatamente – “infettiva”…

Nel cast originale la voce di RJ è quella di Bruce Willis, coadiuvato da Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Eugene Levy e Avril Lavigne. Nella nostra versione, oltre a Ward, va ricordato Pupo che da doppiatore consumato dona la voce allo scoiattolo iperattivo Hammy, doppiato in originale da Carell.

Scritta da Karey Kirkpatrick, Len Blum, Lorne Cameron e David Hoselton, questa pellicola è davvero un gioiellino.

“Dove eravamo rimasti” di Jonathan Demme

(USA, 2015)

Diablo Cody (il cui vero nome è Brook Busey) ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura con “Juno” ed è una delle più originali e schiette narratrici di donne del cinema contemporaneo. Suoi, infatti, sono gli script di film come “Jennifer’s Body” o “Young Adult”.

In questa sceneggiatura la Cody decide di raccontare la storia vera di sua suocera Terry Cieri, che per decenni è stata la leader di una rock band del New Jersey.

Linda Brummel (una stratosferica Meryl Streep) è una cantante rock, che con la sua band “Ricki and the Flash” vive per salire sul palco ogni sera. Per arrivare a fine mese Linda fa la cassiera in un grande supermercato, e abita in un buco di appartamento nei pressi di Los Angeles.

Una sera riceve la telefonata di Pete (Kevin Kline), il suo ex marito che le chiede aiuto: sua figlia minore Julie (Mamie Gummer, figlia vera della Streep) ha tentato il suicidio poco dopo essere stata abbandonata dal marito.

Linda si organizza come può precipitandosi a Indianapolis, città nella quale vive il suo ex marito, che è un industriale di successo, e i suoi tre figli: Joshua, Adam e Julie. Linda ha abbandonato tutti molti anni prima, quando Julie era ancora una bambina, e lo ha fatto per seguire la sua natura di artista. Ma adesso farà drasticamente i conti con tutto il suo passato…

Insolita e commovente commedia con una straordinaria Meryl Streep che canta e suona la chitarra alla Bonnie Ratt. La mano del grande Jonathan Demme fa il resto. Purtroppo è l’ultimo lungometraggio diretto da Demme.

“Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin

(USA, 1947)

Accade che i veri geni creino opere che spesso anticipino drammaticamente i tempi. “Il grande dittatore”, per esempio, fu realizzato dal maestro Charlie Chaplin nel 1940, quando la maggioranza del pianeta vedeva ancora Hitler come un esempio di leader di una nazione da emulare. La stessa cosa vale con questo suo “Monsieur Verdoux” diretto nel 1947 e che, come il suo film precedente, incontrò parecchi problemi di censura.

Nell’opinione pubblica mondiale aveva lasciato un segno indelebile la vicenda del francese Henri Landru che, per sopravvivere alla grave crisi economica scoppiata nel suo paese subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, aveva strangolato e poi derubato dieci donne.

Da un’idea di Orson Welles, Chaplin sviluppa il soggetto e poi la sceneggiatura di questo suo capolavoro, cambiando il nome del protagonista per evitare problemi legali e di censura.

Il suo Monsieur Verdoux è un uomo molto elegante e distinto, non a caso ha lavorato per oltre trent’anni in un prestigioso istituto di credito. Ma quando è scoppiata la crisi lui, il più anziano degli impiegati, è stato cacciato senza alcun indugio. Così, per far sopravvivere la moglie invalida e il piccolo figlio, Verdoux è diventano un antiquario, attività dietro la quale cela i feroci omicidi che compie ai danni di donne sole alle quali ruba tutti i loro averi per poi investirli in Borsa.

L’uomo è costretto a inventare nuovi stratagemmi per non insospettire le sue vittime e durante una conversazione con un suo vicino farmacista copia la formula di un micidiale veleno che non lascia tracce nell’organismo. Per provarlo decide di abbordare una giovane sola nella notte (la censura gli impedì di palesarla come prostituta… sob!) ma conoscendola meglio, scopre che la disperazione che ha portato la ragazza sulla strada nella notte (ma per carità non parliamo di prostituzione!) è la stessa che lo ha portato a diventare uno spietato killer.  “E’ un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere…” le dice cambiandole il bicchiere avvelenato, per poi congedarla dandole alcuni soldi per sopravvivere qualche giorno.

L’”attività” è redditizia e le sue speculazioni in Borsa danno il profitto sperato e così Verdoux vede la “pensione” e il ritiro dalla sua sanguinosa attività molto vicino. Ma il crollo disastroso di Wall Street del 1929 travolge lui e la sua famiglia. A farne le spese sono soprattutto la moglie e il piccolo figlio che non sopravvivono agli stenti.

Solo e rassegnato, Verdoux vaga per Parigi dove incontra casualmente la giovane prostituta che è diventata l’amante di un ricco costruttore di armi. La donna, ora che possiede mezzi quasi illimitati, vorrebbe ricambiare il gesto di Verdoux occupandosi di lui, ma la Polizia è ormai sulle sue tracce e l’uomo decide di consegnarsi senza implicarla.

Dopo un lungo processo Verdoux viene condannato a morte, ma prima di essere ricondotto in cella ammonisce la società che lo ha giudicato colpevole, visto che allo stesso tempo nobilita invece di punire i veri responsabili di milioni di morti come i costrutti di armi.  

Ovviamente la parte più reazionaria della società americana – e occidentale in generale, uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale – si scagliò contro Chaplin dichiarandolo un regista antipatriottico e filo comunista, chiedendo poi la totale censura del film per il pericolo di emulazione.

La storia ci ha detto chi aveva ragione, e anzi ce lo continua a dire. Non si può non pensare, per esempio, alle atrocità commesse poco tempo fa da alcuni addetti alla sorveglianza dei nostri parchi che dopo anni di precarietà hanno dato fuoco  – usando anche animali vivi e provocando poi la morte di alcune innocenti persone – a boschi o pinete pur di riottenere il lavoro per la stagione o le stagioni successive. Persone e gesti da biasimare e condannare senza la minima remora. Ma se siamo davvero una società civile ci dobbiamo chiedere anche il perché. E allora aveva ragione Chaplin quando diceva che il nostro è un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere o altrimenti si soccombe? …Terribile.

Un vero capolavoro immortale.

Da ricordare l’interpretazione di Matha Raye nel ruolo di una delle sue moglie ricche, e quella di Marilyn Nash in quello della giovane prostituta.

“Mindhunter” di Joe Penhall

(USA, dal 2017)

Sono ormai un paio di decenni che il cinema e la televisione ci raccontano la dura caccia ai serial killer. Ma quando tutto è cominicato in realtà?

Joe Pernhall (commediagrafo di successo e autore della sceneggiatura del bellissimo “La strada” in cui Charlize Theron fa una piccola parte) prendendo spunto dal libro “Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit” scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, crea questa avvincente e dura serie originale Netflix in dieci puntate.

Quantico – USA, 1977. Nella sede dell’Accademia dell’F.B.I. il ventinovenne Holden Ford (Jonathan Groff) dopo il mezzo fallimento di un’azione sul campo, viene “relegato” al ruolo di docente in negoziazione con i criminali.

Ford vorrebbe seguire le nuove teorie dei sociologi che tentano di spiegare la nuova violenza che sta colpendo il Paese (gli echi delle gesta di Charlie Manson ancora terrorizzano le notti di molti americani), ma i suoi capi non sembrano prenderlo sul serio. Viene così assegnato al veterano Bill Tench (Hoit McCallany) esperto di studi comportamentali dei criminali, che gira il Paese tenendo dei brevi corsi alle varie polizie locali.

I due vengono avvolti dalla routine fino a quando Ford, senza l’avallo del suo capo, si reca in un carcere federale per incontrare un uomo che ha ucciso e poi violentato numerose donne, fra cui sua madre. Tench è scettico e ostile ma quando, grazie alle cose terrificanti che ha appreso Ford durante il colloquio, loro due riescono a catturare un altro omicidia seriale attivo in un’altra città, tutto cambia…

Di fatto la genesi della  nuova criminologia contemporanea, che ci pone anche la classica e tosta domanda: per catturare un serial killer, bisogna pensare come un serial killer, ma quanto costa?

Prodotto, tra gli altri, da Charlize Theron e David Fincher, che dirige i primi due episodi (e si vede!). E’ in produzione già la seconda serie.

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Un breve ma intenso giallo che si tinge di rosso e si conclude col blu. Un moderno Sherlock nostrano, dal fine intuito e dalla pessima inclinazione per le relazioni umane, che si ritrova al centro di alcuni feroci ed efferati delitti mentre è in tutt’altre faccende affaccendato.

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“I giorni del commissario Ambrosio” di Sergio Corbucci

(Italia, 1988)

Sergio Corbucci, certamente in maniera meno riconoscibile rispetto a molti suoi più celebri colleghi, è stato uno dei pilastri del grande cinema italiano, cinema che ha fatto scuola in tutto il mondo. Non deve essere dimenticato, infatti, che lui è l’autore di “Django” con l’allora esordiente Franco Nero, film che non a caso quel genio folle di Tarantino ha ripreso e rifatto solo qualche anno fa.

Ma torniamo all’ultima grande produzione italiana interpretata da Ugo Tognazzi. Siano alla fine degli anni Ottanta, la grande commedia italiana è finita, al cinema vanno le comiche surreali con Pozzetto e Celentano, e in televisione si ride con “Drive In”. Ed è lo stesso piccolo schermo, che da anni mette in crisi il cinema, che inizia a produrre per il grande schermo.

Ugo Tognazzi era già stato il protagonista di alcune importanti commedie nere, sia al cinema che in televisione (“Il Commissario Pepe” per il primo e “F.B.I. Francesco Bertolazzi Investigatore” per la seconda, solo per fare un paio di esempi), e così viene scelto per impersonare il commissario Ambrosio, nato dalla penna di Renato Olivieri, e protagonista di numerosi gialli in una nebbiosa e pericolosa Milano.

Sul tavolo di Ambrosio arriva un comune caso di incidente automobilistico mortale. Come vuole la prassi, il commissario interroga brevemente i due soli testimoni: l’anziana signora Rosa Cuomo (Pupella Maggio) e il maestro di violino Renzo Bandelli (Carlo Delle Piane). Proprio Bandelli sembra però molto nervoso e impacciato, cosa che stuzzica l’istinto investigativo di Ambrosio. Il morto è Vittorio Borghi, noto playboy e spacciatore di Milano, nonché fratello di Francesco Borghi, fra gli industriali più ricchi e potenti del Paese. Ad Ambrosio il compito di scoperchiare e risolvere un caso forse non troppo difficile, ma certamente emotivamente molto complesso…

Con un cast straordinario che comprende anche Rossella Falk, Duilio Del Prete (che Tognazzi ritrova dopo il mitico “Amici Miei”), Athina Cenci, Carla Gravina, Claudio Amendola e Teo Teocoli “I giorni del commissario Ambrosio” è uno degli ultimi veri noir della vecchia scuola. Nonostante la pesante ingerenza del suo produttore (la tv) che esige più primi piani e panoramiche diverse rispetto al cinema, il film di Corbucci c’ha sempre il suo perché.  

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