“L’ultimo cavaliere” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1982/2013)

Con questo romanzo il Re dà vita alla saga de “La Torre Nera”, saga che ancora oggi non è conclusa.

Pubblicato integralmente per la prima volta nel 1982, King lo ha iniziato a scrivere in una notte del marzo del 1970 – esatto, proprio alla fine dell’inverno del 1970! – grazie a una risma di carte verde che aveva casualmente trovato all’Università che allora frequentava.

In un mondo post apocalittico l’umanità è tornata ai tempi del vecchio Far West, dove i cavalieri, che hanno le caratteristiche e l’onore dei samurai, sono pistoleri. Roland de Gilead è l’ultimo cavaliere, che attraversa il mondo conosciuto, addentrandosi poi anche in quello sconosciuto, per raggiungere e uccidere l’Uomo in Nero.

Il duro addestramento che Roland ha superato da adolescente gli ha insegnato a essere pronto a tutto, e a considerare chiunque sacrificabile per ottenere il suo scopo. Perché i poteri dell’uomo in nero sono quasi sconfinati…

Il Re è sempre il Re, e anche in questa prima “puntata” de “La Torre Nera” ce lo dimostra sapientamente. Le atomosfere cruente e gli incubi che lastricano il percorso di Roland sono indimenticabili come tutti quelli creati dal Re. Da leggere, come tutte le sue opere.

E’ uscita da poco al cinema la versione cinematografica de “La Torre Nera” diretta da Nikolaj Arcel, con Idris Elba nel ruolo di Roland e Matthew McConaughey in quello dell’Uomo in Nero.

L’ultimo cavaliere

“Beginners” di Mike Mills

(USA, 2010)

La domanda del secolo, e forse del millemmio, è: quanto influenza la nostra vita sentimentale il rapporto che hanno o hanno avuto i nostri genitori? …’Na cifra! Oserei rispondere.

Su questo profondo e affatto circoscritto tema sono stati girati numerosi film e questo scritto e diretto dal graphic designer Mike Mills è uno dei migliori, basandosi su alcuni avvenimenti che hanno segnato la vita reale dello stesso Mills.

Oliver (Ewan McGregor) è un graphic designer che ha una vita sentimentale disastrosa, non riuscendo o non volendo mantenere a lungo un rapporto con una donna. Ogni volta che una relazione arriva ad un punto cruciale, Oliver non può evitare di rivivere emozioni e scene della sua infanzia passata soprattutto con la madre.

Madre che, settantenne, è morta di un tumore al cervello. Pochi giorni dopo suo padre Hal (uno stratosferico Christopher Plummer) gli confida di essere gay e che, dopo 44 anni di matrimonio ufficialmente etero, desidera vivere finalmente la sua vera sessualità.

Se all’inizio la cosa scombussola Oliver, alla fine lo illumina sui sacrifici, la costanza e soprattutto sul rispetto di se stesso e degli altri che Hal ha sempre avuto. Intanto, a una festa, Oliver incontra casualmente Anna (Mélanie Laurent) un’attrice che come lui ha un rapporto irrisolto coi propri genitori…

Davvero una deliziosa pellicola indipendete che lascia il segno. Meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista a Plummer.

Beginners

“Sneaky Pete” di Brian Craston e David Shore

(USA, dal 2015)

Avete presente il gioco delle tre carte? Bene, Marius Josipovic vi porterebbe via anche la camicia e voi tornereste a casa conviti di avere vinto. Chi è Josipovic (occhio all’accento visto che è un nome polacco)? Il protagonista di questa gaiarda serie tv fra il thriller e il poliziesco, che possiamo vedere si Amazon Prime Video.

Creata da Brian Craston (il grande protagonista della serie “Breaking Bad” e del bellissimo “L’ultima parola”) insieme a David Shore (ideatore, fra le altre, della serie “Dr. House – Medical Divsion”) “Sneaky Pete”, in ognuna delle sue puntate ci sorprende lasciandoci di stucco.

Dopo tre anni di carcere Marius Josipovic (un tostissimo Giovanni Ribisi) finalmente esce. Oltrettutto il suo compagno di cella Pete Murphy non fa altro che parlare della sua famiglia, e soprattutto dei suoi nonni che non vede da vent’anni. Poche ore prima di uscire però Marius riceve la telefonata di suo fratello minore Eddie (Michael Drayer) che lo avverte: Vince (lo stesso Brian Craston) lo spietato boss del gioco d’azzardo di New York a cui lui ha truffato 100.000 dollari lo vuole uccidere. Marius riesce a sfuggire ai balordi di Vince, ma non non ha un posto dove rifuggiarsi, fino a quando non gli tornano in mente i racconti del suo compagno di cella. La mattina dopo si presenta come Pete a casa dei suoi nonni Otto (Peter Gerety) e Audrey (Margo Martindale) Bernhardt.

Per salvare il fratello dalle grinfie di Vince, Marius dovrà inventarsi il piano più ingegnoso e ardito della storia, ma…

Davvero appassionante e imprevedible fino al’ultima scena.

“Il debito” di John Madden

(USA, 2010)

Quanto tempo si può vivere mentendo su un evento fondamentale della propria esistenza? Uno, dieci o trent’anni? …Ma soprattutto: a che prezzo ci si riesce?

Rachel Singer (Helen Mirren) è una ex agente del Mossad. E’ nota in tutto il Paese perché è stata lei, assieme a Stephen Gold (Tom Wilkinson) e David Peretz (Ciaràn Hinds) nel 1965 nell’allora Berlino Est, a scovare, catturare e poi uccidere Dieter Vogel (Jesper Christensen) il sanguinario e spietato chirurgo del campo di concentramento di Birkenau.

A poco più di trent’anni da quei fatti, Rachel è l’ospite d’onore alla presentazione del libro di sua figlia Sarah, dedicato proprio a quei giorni, che leggendo alcuni brani lei rivive…

Berlino Est, 1965. La giovane Rachel Singer (Jessica Chastain) passa il confine per unirsi a due suoi colleghi del Mossad: Stephen Gold (Marton Csokas) e David Peretz (Sam Warthington) che sono sulle tracce di Vogel. L’identificazione e la cattura di Vogel riescono perfettamente, grazie al coraggio di Rachel, ma per un disguido il ritorno a Berlino Ovest no. Mentre i tre agenti aspettano ordini per un nuovo tentativo di espatrio clandestino, Vogel si libera e colpisce, sfigurandola, Rachel che però riesce a ucciderlo prima che riesca a fuggire.

Poco dopo la fine della presentazione del libro di Sarah, Rachel viene raggiunta da Stephen, che oggi è diventato membro del Governo oltre che il suo ex marito. L’uomo le riporta la tragica notizia che David, poche ore prima, si è suicidato. Rachel è costretta così a dover affrontare il suo passato …quello vero.

Tosto film d’azione con un grande cast, quasi tutto britannico, e comunque tutto proveneite dai palcoscenici teatrali inglesi o americani, regista compreso.

Remake del film israeliano “Ha-Hov” scritto da Assaf Bernstein e Ido Rosenblum, e diretto dallo stesso Bernstein nel 2007.

Il debito

“Hysteria” di Tanya Wexler

(UK/Lussemburgo, 2011)

Qualche simpatico buontempone ancora scherza sulla storia dell’emancipazione delle donne e su come queste vergognosamente venivano – e purtroppo a volte ancora oggi vengono – trattate e considerate.

Se ci fermiano un attimo a pensare che nel nostro Paese il voto alle donne è stato concesso solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da fare gli spiritosi. E allora andiamo in Gran Bretagna, alla fine del XIX Secolo.

Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy) viene assunto dal noto Dottor Darlymple (un bravissimo Jonathan Price) proprietario del più famoso studio medico di Londra che cura il male del momento: l’isteria femminile. Ovviamente parliamo solo di quella che affligge le ricche signore dell’alta borghesia e aristocrazia britannica. E la cura che propone il serio Dottor Darlymple non è altro che una masturbazione travestita da terapia medica. Tutte la altre donne si devono arrangiare. E se qualcuna esagera nell’essere troppo ribelle e volitiva, il Codice Penale di Sua Maestà prevede l’isterectomia coatta.

Drlymple ha due figlie femmine: Emiliy (Felicity Jones) e Charlotte (Maggie Gyllenhaal). la prima è la classica e remissa donna che la società maschile esige, la seconda invece è volitiva, ribelle e indomita, proprio una spina nel fianco nel becero e conservatore padre. Viste le ottime capacità di Granville, Darlymple gli propone un accordo: sposare sua figlia Emily e succedergli un giorno come titolare dello studio. I sogni del giovane medico sembrano finalmente realizzarsi, ma i dolori lancinanti alla mano, che aumentano inesorabilmente dopo ogni seduta, e il suo successivo scarso rendimento li fanno naufragare.

Per fortuna l’amico d’infanzia di Granville, Lord Edmund St. John-Smythe (Rupert Everett), è un patito di nuovi macchinari a corrente elettrica, e sta mettendo a punto una sorta di piumino elettrico. Il nuovo e strano strumento verrà preso da Granville come spunto per realizzare il primo vibratore della storia…

Scritto da Jonah Lisa Dyer, Stephen Dyer e Howard Gensler, “Hysteria” ci racconta con eleganza e pungente ironia la nascita di uno degli strumenti più utili della storia, che ha contribuito a liberare le donne, così come la pilolla anticoncezionale, da una schiavitù mentale e fisica medievale. Strumento che però purtroppo ancora oggi troppi considerano – per ragioni quelle davvero imbarazzanti – un vero e proprio tabù.

Hysteria

“I sospiri del mio cuore” di Yoshifumi Kondō

(Giappone, 1995)

Questo struggente film diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki, è ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi. Prodotto e realizzato dallo Studio Ghibli, nasce da un’idea dello stesso Miyazaki.

Il maestro del cinema d’animazione giapponese è stato sempre attento al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, e la sua sensibilità si respira tutta in questa bellissima pellicola.

Shizuku è una stundetessa delle medie in vacanze per l’estate. La sua passione è la lettura e così si reca quasi ogni giorno nella biblioteca civica della città o in quella della sua scuola per prendere sempre nuovi libri in prestito.

Casualmente si accorge che un certo Seiji Amasawa ha preso prima tutti i libri che lei chiede in prestito. Intanto, una mattina incontra casualmente un gatto che la porta in un particolarissmo negozio di antiquariato dove è esposta, tra le altre cose originali, una statuetta rappresentante un gatto antropomorfo che si chiama Baron. La strana magia che ruota intorno al gatto cambierà la sua esistenza facendole decidere di diventare scrittrice e permettendole di incontrare il nipote dell’antiquario…

Stupenda pellicola di formazione su un’età così particolare. Da ricordare anche la canzone “Take Me Home, Country Road” di John Denver che la stessa Shizuku tenta più volte di tradurre e adattare in giapponese.

Nel 2002 viene realizzato sempre dallo Studio Ghibli lo spin-off “La ricompensa del gatto” ispirato al gatto Baron di questo film.

“Il turista involontario” di Anne Tyler

(Guanda, 2012)

Che Anne Tyler (vincitrice del Pulitzer nel 1989) sia una delle mie scrittrici preferite in assoluto è un fatto relativo, visto che è universalmente riconosciuto che ogni suo libro possiede sempre qualcosa di indiscutibilmente straordinario. Come questo “Il turista involontario” del 1985 che ci parla di una delle tragedie più strazianti dell’essere umano: la perdita di un figlio.

Macon Leary è una persona che ama le abitudini, come l’ordine e il proprio salotto, che trova il luogo più sicuro del pianeta. Per questo è l’autore di una serie di piccole guide per chi è costretto a viaggiare suo malgrado, elencando le cose più utili e opportune da portare o da evitare, che si intitolano “Il turista involontario”.

Ma la vita di Macon Leary sta inesorabilmente franando verso un baratro senza fondo. L’estate precedente il suo unico figlio Ethan, appena dodicenne, è stato assassinato durante una rapina in un drugstore. Poco dopo anche il suo matrimonio con Sarah è naufragato.

A complicare la sua esistenza ci si mette anche Edward, il cane di Ethan, che da qualche tempo ha cominciato a diventare sempre più irascibile e aggressivo. Proprio a causa del cane, Macon incontra la giovane Mauriel, una strampalata e singolare addestratrice di cani…

Splendido romanzo che affronta uno dei temi più difficili dell’animo umano in maniera davvero eccezionale. Da leggere e da tenere nella propria libreria.

Nel 1988 Lawrence Kasdan dirige l’adattamento cinematografico che prende il titolo “Tursta per caso”, e che viene candidato a quattro premi Oscar.

Turista involontario

 

“La carica dei 101” di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi

(USA, 1961)

Ecco un classico dei classici, una delle pietre miliari della cinematografia mondiale che a quasi sessant’anni è ancora fresco e divertente come un bambino.

Poco dopo l’uscita nelle librerie del romanzo “I cento e una dalmata“ scritto da Dodie Smith nel 1956, quel gran genio di Walt Disney ne acquistò i diritti per la riduzione cinematografica. A scrivere la sceneggiatura chiamò il suo collaboratore di fiducia Bill Peet, che migliorò notevolmente il romanzo, come ammise la stessa Smith.

Per realizzare il lungometraggio poi venne sviluppata la tecnica della xerografia che consentì a Disney e ai suoi collaboratori di risparmiare tempo – quasi la metà – e denaro, visto che i costi di quella tradizionale avevano portato lo stesso Disney a pensare di chiudere il reparto animazione. 

E, come capitò proprio alle soglie dell’avvento dell’animazione digitale quando una grave crisi sembrava dover investire inesorabilmente la Disney, Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi riuscirono a realizzare un capolavoro assoluto che ancora oggi vanta milioni di fan di tutte le generazioni.

Se la storia dei cuccioli di Pongo e Peggy, che vengono rapiti per rischiare di diventare una pelliccia, ancora ci emoziona, quella che davvero è entrata a far parte dell’immaginario collettivo è lei, la cattiva per eccellenza: sua perfidia e malvagità pura Miss Crudelia De Mon!

Se è vero che ogni storia che funziona ha cattivo che funziona, “La carica dei 101” ci regala una delle cattive più cattive di tutte, più della regina di Biancaneve, degna di salire sul podio dei più cattivi di tutti i tempi accanto a quel Lord Darth Vader che ancora ci intimorisce. Insomma, una cattiva da capolavoro. 

La carica dei 101

“La sposa cadavere” di Mike Johnson e Tim Burton

(USA/UK, 2005)

Tim Burton è davvero un geniaccio visionario, e ha iniziato la sua carriera come disegnatore e animatore per la Disney. Cresciuto guardando i più classici B movie anni Cinquanta e Sessanta, shakera in maniera sublime queste sue due anime, regalandoci spesso pellicole indimenticabili come questa “La sposa cadavere” girato in stop-motion.

Proprio le sue due anime vengono richiamate simbolicamente all’inizio del film, quando sui titoli di testa appare un gatto del tutto simile a Vincent, il protagonista del suo primo cortometraggio datato 1982. E poi quando Victor e Victoria si incontrano per la prima volta, e lui suona un pianoforte marca “Harryhausen”, omaggione al genio degli effetti speciali e dei mostri cinematografici più inquietanti dei film anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta Ray Harryhausen, di cui mi è già capitato di parlare.

Per scrivere la sceneggiatura John August, Pamela Pettler e Caroline Thompson si basano sui personaggi creati dallo stesso Burton assieme a Carlo Grangel (disegnatore e animatore di film come “Madagascar”, “Kung Fu Panda”, “Bee Movie” o  “Hotel Transylvania”) che a loro volta prendono spunto da un racconto folkloristico della cultura ebraica del Seicento.

I Van Dort possiedono una pescheria grazie alla quale sono diventati la famiglia più ricca del paese. L’unica cosa che gli manca è far dimenticare le umili origini dalle quali la signora e il signor Van Dort provengono. Gli  Everglot, invece, sono la famiglia più blasonata del paese, ma che ormai è sul lastrico. Per assecondare le rispettive esigenze le due famiglie organizzano un matrimonio combinato fra i rispettivi figli unici: Victor Van Dort (che nella versione originale è doppiato da Johnny Depp) e Victoria Everglot (Emily Watson).

Ma il carattere timido e impacciato di Victor cozza con la rigida formalità che un evento del genere esige, e così il ragazzo preso dal panico fugge nel bosco. Lì, suo malgrado, risveglierà il cadavere di Emily (Helena Bonham Carter) una giovane donna uccisa il giorno del suo matrimonio…      

Come capita spesso, Burton ci racconta una storia dove i mostri più orrendi non sono i cadaveri che riprendono vita, ma i vivi eleganti e di bell’aspetto… Da vedere.  

Per la chicca: il personaggio di Bonejangles, lo scheletro che cantando e ballando accoglie Victor nel regno dei morti, è ispirato al grande Sammy Davis Jr.

La sposa cadavere

“Non guardarmi: non ti sento” di Arthur Hiller

(USA, 1989)

Nella cultura britannica, anche al di là degli oceani, si parla di disabilità in maniera molto più onesta, rispettosa e sincera al contrario di come invece ne parliamo generalmente noi. Questo ovviamente vale anche per il cinema, e questo “Non guardamri: non ti sento”, che festeggia quasi i trent’anni è un ottimo esempio.

Perché se si considera la disabilità un tabù, fra tutti i grandi limiti che si hanno nel cervello, ci sarà anche quello di non riuscire a riderci. Ovviamente intendo ridere non sulla disabilità, ma sui preconcetti e i pregiudizi che questa, nelle menti più ottuse o semplicemente più impaurite comporta.

Così non si potrà apprezzare questa divertente commedia anni Ottanta, con due mostri sacri della comicità americana come Gene Wilder e Richard Pryor, che parte proprio dai pregiudizi che hanno un non vedente e un non udente sulle loro rispettive disabilità.

Wallace “Wally” Karue (Richard Pryor) ha perso la vista a causa di un ubriaco che lo ha investito e fa di tutto per non sembrarlo. Così si reca al colloquio per un posto di commesso presso l’edicola di David “Dave” Lyons (Gene Wilder), che a causa di una grave forma di scarlattina, nell’arco di alcuni anni, ha perso completamente l’udito.

A cambiare le loro vite ci penseranno l’avvenente Eve (Joan Savarance) e il perfido Kirgo (un giovanissimo e sconosciutissimo Kevin Speacy) due killer senza scrupoli, alla ricerca di un’antica e preziosissima moneta…

Scritto da Earl Barret, Arne Sultan e Marvin Worth, e diretto da uno dei grandi artigiani di Hollywood come Arthur Hiller (Oscar umanitario nel 2012), questo “Non guardarmi: non ti sento” ancora diverte, grazie anche ai suoi due strarodinari protagonisti. A proposito di Richard Pryor, è giusto ricordare che ha interpretato questo film un paio di anni dopo che i medici gli diagnosticarono la sclerosi multipla, malattia che lo uccise nel 2005. E poi dite che non sapeva affrontare la vita con spirito…

Non guardarmi: non ti sento