“Ex Machina” di Alex Garland

(UK, 2014)

E’ quasi dalla sua nascita che il cinema racconta, o meglio immagina, cosa possa accadere quando la scienza sarà in grado di creare automi esternamente del tutto simili agli essere umani, e con un cervello altrettanto simile, se non migliore. Lo straordinario “Metropolis” del maestro Fritz Lang è il primo capolavoro assoluto e indiscusso sul tema.

L’inglese Alex Garland, classe 1970, scrive e dirige questo “Ex Machina” dedicato proprio alla “A.I.”, l’Intelligenza Artificiale che oggi ormai è una realtà.

Il giovane programmatore Caleb Smith (Domhnall Gleeson) lavora per il colosso “BlueBook”, il più grande motore di ricerca del pianeta. Incredibilmente, vince la lotteria indetta dalla società che lo porterà a passare una settimana con il fondatore e CEO dell’azienda Nathan Bateman (Oscar Isaac), nella sua lussuosa quanto blindata e nascosta residenza privata.

Poco dopo il suo arrivo, Nathan gli propone di condividere con lui il suo ultimo progetto, a patto che Caleb firmi un ferreo contratto di riservatezza. Il giovane accetta e Bateman gli mostra AVA (Alicia Vikander), un robot di ultima generazione, con le sembianze di una giovane e bellissima ragazza. Le parti del corpo sono state realizzate con i materiali più costosi e innovativi, ma è la sua A.I. ad essere rivoluzionaria. Nathan non ha sviluppato nessun nuovo software, usa direttamente “BlueBook”, che è a conoscenza di ogni – o quasi – richiesta e desiderio degli esseri umani. E chiede poi a Caleb di compiere su AVA il test di Turing (che prende il nome dal grande genio protagonista, tra gli altri, del film “The Imitation Game”) per capire il grado di coscienza e consapevolezza di se stessa della macchina. Ma…

Sceneggiatore e autore amato da Danny Boyle (che dalle sue opere ha tratto “The Beach” e “28 giorni dopo”) Alex Garland ci invita a riflettere in maniera originale sulla tecnologia e sui suoi limiti, che sembrano essere legati soprattutto e paradossalmente al fatto …di non averne.

Premio Oscar per i Migliori Effetti Speciali e candidatura per la Migliore Sceneggiatura Originale.

 

“Pom Poko” di Isao Takahata

(Giappone, 1994)

Il Tanuki è un animale leggendario nell’antica cultura giapponese, protagonista di molti racconti e fiabe, che si ispira al vero cane procione tipico proprio dell’Estremo Oriente.

Partendo di un’idea del maestro Hayao Miyazaki, il suo stretto collaboratore – nonché autore di vari capolavori firmati dallo Studio Ghibli come “La storia della principessa splendete”, “La famiglia Yamada” o “Una tomba per le lucciole” – Isao Takahata gira “Pom Poko”, un bel film d’animazione divertente e malinconico allo stesso tempo.

L’idea di Miyazaki prende spunto, a sua volta, da un racconto del poeta, scrittore per ragazzi e agronomo giapponese Kenji Miyazawa (1896-1933), fra le figure più influenti della cultura nipponica del primo Novecento.

Alla fine degli anni Sessanta la collina Tama, situata alla periferia di Tokyo, viene fatta oggetto del progetto di sviluppo urbanistico “New Town” che, per rispondere alla grande richiesta abitativa della capitale giapponese, prevede la costruzione di un enorme quartiere dormitorio. Ciò, purtroppo, a scapito della Natura e di tutti gli animali che da secoli la abitano, come i Tanuki. Ma questi particolari animali, maestri nella secolare arte del mutaforma e del travestimento, non ci stanno e ingaggiano una dura battaglia senza esclusione di colpi contro gli esseri umani…

Splendida metafora della corruzione dell’antica cultura contadina da parte di quella industriale arrogante, superficiale e materiale. Paragonabile, sotto molti punti di vista, al nostro immortale “Il sorpasso” di Dino Risi, “Pom Poko” è un film che a differenza di molti altri prodotti dallo Studio Ghibli, è realizzato quasi esclusivamente per il pubblico giapponese, e per questo è anche un prezioso documento sulla cultura e la vita sociale nipponica.

Come tutti le altre opere firmate Studio Ghibli, da tenere nella propria videoteca.