“Rango” di Gore Verbinski

(USA, 2011)

Questa escursione nel mondo dell’animazione del regista americano Gore Verbinski (noto soprattutto per aver diretto i primi tre film della serie “I Pirati dei Caraibi”) è davvero un gioiellino.

Il camaleonte domestico Rango, durante un viaggio in auto del suo padrone, cade col suo rettilario nel deserto arido della California. Prima di morire disidratato, Rango raggiunge la piccola cittadina di Polvere, abitata da piccoli animali come lui. La piccola comunità è flagellata dalla siccità ma Rango…

Vero e proprio Western, con numerosi omaggi al maestro Sergio Leone, “Rango” ci racconta il viaggio che il camaleonte farà per trovare se stesso. Con una splendida definizione grafica e una grande fotografia, Verbinski ci ricorda, con sagacia e ironia, i fasti del genere in cui il nostro cinema fu maestro.

Per la chicca: nella versione originale Rango è doppiato da Johnny Depp.

Rango

“Un uomo a nudo” di Frank Perry e Sidney Pollack

(USA, 1968)

Non credo ci sia un altro personaggio cinematografico degli anni Sessanta che rappresenti meglio il declino e il fallimento del sogno americano, iniziato durante il New Deal rooseveltiano, del Ned Merrill di questo bel film.

Tratto dal racconto “The Swimmer” di John Cheever, “Un uomo a nudo” si svolge durante una bella giornata estiva in una contea ricca e florida alle porte di New York. La zona è seminata dl splendide ville, molte delle quali hanno una lussuosa piscina, nuovo status symbol dell’upper class americana.

Proprio nei pressi di una di queste arriva, indossando solo un costume, Ned Merrill (un grande Burt Lancaster) apparentemente un uomo di successo e amato da tutti che, col permesso dei padroni di casa, si tuffa per fare un bagno. Una volta uscito Ned ha un’idea: attraversare la contea nuotando nella piscina di ogni villa che lo separa dalla sua ricca magione.

Ma in ogni piscina che attraversa Ned farà i conti con se stesso e il suo passato che drammaticamente lo hanno portato al fallimento lavorativo e umano.

Splendido e bravo come sempre Lancaster che recita con addosso solo un costume, e a 55 anni suonati mostra un fisico perfetto. La produzione fece rigirare a Sidney Pollack due scene, fra cui quella fondamentale dell’ultima piscina. Davvero un grande Lancaster e davvero un gran bel film.

“La via del male” di Robert Galbraith/J.K. Rowling

La via del male Cop

(Salani, 2016)

Parliamo del terzo capitolo delle investigazioni del detective privato Cormoran Strike, nato dalla penna della geniale  J.K. Rowling che usa lo pseudonimo di Robert Galbarith così come ha fatto per la prima fondante inchiesta “Il richiamo del cuculo” (2013) e per la seconda “Il baco da seta”(2014).

Strike è un reduce della guerra in Iraq, dove ha perso la parte inferiore di una gamba. Figlio di una famosissima rockstar e di una ex groupie, ha un fisico massiccio e possente da classica Terza Ala. Questa volta Cormoran deve affrontate il male che arriva proprio dal suo passato  militare. Accanto a lui c’è sempre la sua segretaria “temporanea” Robin Ellacott, e anche lei dovrà vedersela coi mostri del suo passato…

Con una scena finale d’applauso – uno lento ma efficace – “La via del male” ci racconta soprattutto di una delle più infami piaghe della nostra società: la violenza sulle donne. Violenza di tutti i tipi: fisica, mentale e morale.

Inutile aggiungere che la Rowling/Gilbraith scrive in maniera divina e scorrevole, ma occhio che in questo romanzo giustamente …picchia duro.

La via del male

“Grace and Frankie” di Martha Kauffman e Howard J. Morris

(USA, dal 2015)

Martha Kauffman (autrice già di sit-com come “Friends”) e Howard J. Morris firmano questa serie Netfix con un cast di prima classe: Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterson.

Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) sono sedute al tavolo di un ristorante di lusso. Entrambe aspettano il loro rispettivo marito: la prima aspetta Robert (Sheen), mentre la seconda Sol (Waterson). Nonstante i loro mariti siano soci da oltre vent’anni, e abbiano comprato anche una bella casa al mare insieme, le due donne poco si sopportano. Grace è un’ex modella tutto stile e look e Frankie, invece, ama il karma, l’incenso e la vita freak. Ma quello che i rispettivi mariti le riveleranno cambierà per sempre le loro vite: Robert e Sol sono amanti da oltre vent’anni e, adesso che finalmente la legge lo permette, vogliono sposarsi. Il cataclisma scardina ogni equilibrio costruito in quasi settant’anni di vita, ma…

Ininzia così questa cattiva e divertente serie ironica che rompe tutti i tabu sociali e morali. Una sorta di “Strana coppia” del secondo decennio del terzo millennio. Fonda e Sheen da Emmy.

“Rogue One” di Gareth Edwards

(USA, 2016)

Scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy – giovani ma ben rodati sceneggiatori – e diretto da Gareth Edwards, è arrivato caldo caldo nelle sale italiane l’ultimo capitolo della saga più famosa della storia del cinema. Ultimo sì, ma non in senso cronologico della storia – che al momento rimane “Il risveglio della Forza” – questo “Rogue One” (che è il primo della nuova serie “Star Wars Anthology” che racchiuderà una serie di pellicole parallele alle sette della saga) è ambientato poco prima di “Guerre Stellari” – che poi ha preso il titolo “Una nuova speranza” – e ci racconta come un manipolo di ribelli eroi riesca a rubare i preziosissimi piani della famigerata Morte Nera, dettaglio fondamentale del primo film, fino a oggi mai affrontato.

Nel cast spiccano Forest Whitaker, Mads Mikkelsen (il primo cattivissimo di James Bond/Daniel Craig) e Diego Luna (attore e regista messicano, interprete fra gli altri di film come “Elysium”, “Milk” o “Il Libro della Vita”). E ovviamente lui, il cattivo dei cattivi, colui che una volta era Anakin Skywalker: Lord Darth Vader. E con lui è presente anche un tormentato rapporto padre-figlio, o meglio figlia.

Se “Il risveglio della Forza” era rivolto alle nuove generazioni, questo “Rogue One” è stato pensato, scritto e realizzato per chi nel lontano 1977 rimase “folgorato” – eddaje! – al cinema da “Guerra Stellari”. Torna tutto, tutto si incastra e ci prepara ad andare “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”. E poi c’è l’incredibile ricostruzione digitale di Peter Cushing, che come in “Guerre Stellari” interpreta il perfido Tarkin, incredibile visto che Cushing è scomparso nel 1994. E quella di…

Il titolo – che letteralmente sarebbe “una canaglia” – è riferito a… beh, ve lo andate a vedere al cinema!

Per veri amatori: astenersi perditempo.

“Special Correspondents” di Ricky Gervais

(USA, 2016)

Ricky Gervais è noto al grande pubblico soprattutto per l’interpretazione dell’antipatico e nevrotico direttore del Museo di Scienze Naturali di New York in cui Ben Stiller fa il guardiano notturno nella trilogia de “Una Notta al Museo”. Ma Gervais è molto di più.

Da autore musicale nei primi anni Ottanta, Gervais diventa un personaggio delle radio private britanniche di primo piano. Negli anni Novanta approda alla TV con vari show fino alla serie comica di grande successo “The Office”, seguita da “Extras”.

Poi sbarca in America partecipando a commedia di grande successo come appunto quelle con Stiller. Per Netflix scrive (ispirandosi al film francese “Envoyés très spéciaux” di Frédéric Auburtin del 2009) interpreta e dirige questa spassosa “cattiva” commedia.

Frank Bonneville (Eric Bana) è un bravo ma arrogante giornalista d’assalto di una piccola radio locale di New York. I suoi metodi poco ortodossi attirano numerose proteste da più parti della comunità e così il suo capo, Mallard (Kevin Pollack), è sull’orlo di licenziarlo.

Voci insistenti dall’Ecuador parlano di una prossima guerra civile e Mallard decide di inviare Bonneville sul posto. Al giornalista serve un fonico e la scelta cade su Ian Finch (lo stesso Gervais), mediocre tecnico in piena crisi con la moglie (Vera Farmiga). Ma all’aeroporto, Ian si rende conto di aver buttato erroneamente i biglietti aerei e i rispettivi passaporti. Tornare così alla radio significa il licenziamento per entrambi. Ai due non rimane altro che fingere di essere in Ecuador. Ma…

Graffiante satira dello stile di vita Made in Usa, e soprattutto di un suo certo giornalismo. Vera Fermiga da Oscar.

“L’uovo alla Kok” di Aldo Buzzi

(Adelphi, 1979/2002)

Aldo Buzzi (1910-2009) è stata una delle figure più rilevanti della cultura italiana del secondo Novecento. Laureatosi in Architettura al Politecnico di Milano, Buzzi approda al cinema come collaboratore del futuro cognato Alberto Lattuada, e per gli anni successivi collabora con altri futuri grandi registi come Luigi Comencini o Luigi Zampa. Ma lo scrivere, per Buzzi, è l’arte preferita e così, col passare degli anni, ci si dedica con sempre più impegno.

Nel 1979 pubblica il suo libro di ricette “L’uovo alla Kok”, titolo scelto prendendo spunto dai vari errori e refusi che gli capita di leggere fra le carte e le liste dei ristoranti e delle trattorie che frequenta.

Oltre alle deliziose ricette che descrive – la Tiella e quelle dei dolci sono le mie preferite – Buzzi ci regala aforismi e aneddoti strepitosi come “Mangiare è umano, digerire è divino” o “Il mondo purtroppo è di chi ha torto”. E ci confessa che :”Lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale”.

Ma Buzzi ci parla, soprattutto, di cosa rappresenta il cibo nella nostra società e profetizza (nel 1979) come la nostra cucina prima o poi si accorgerà di essere superiore anche a quella francese.

Da leggere con gli e la bocca e quindi: buona lettura e …buon appetito!

“Scusate se esisto!” di Riccardo Milani

Scusate se esisto Loc

(Italia, 2015)

Che il nostro sia un Paese maschilista è un dato di fatto. Ma di commedie divertenti che ne parlano così schiettamente ce ne sono poche. Questa di Riccardo Milani è quindi una piacevole eccezione.

Serena Bruno (una brava Paola Cortellesi) a causa del suo cognome viene scambiata per uomo. E così il suo lavoro viene selezionato per il risanamento di uno dei quartieri più degradati di Roma: il Corviale. Ma tutti si aspettano un uomo con cui confrontarsi…

Deliziosa commedia degli equivoci che però parla chiaro della considerazione delle donne al lavoro nel nostro Paese. Risate agrodolci…

Scusate se esisto!

“Topkapi” di Eric Ambler

Topkapi Cop

(Adelphi, 1962/2016)

Eric Ambler è stato uno dei maggiori autori di spy-story del Novecento, tanto da essere considerato un maestro anche dallo stesso Ian Fleming.

Classe 1909, Ambler nasce a Londra dove, finiti gli studi, inizia la sua carriera di autore di pubblicità. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Ambler entra nell’Esercito britannico servendo le truppe cinematografiche e spesso scrivendo sceneggiature direttamente nei luoghi di guerra. Con la fine del conflitto e lo scoppio della Guerra Fredda, Ambler passa alla carriera cinematografica, ma continua a scrivere, e con i suoi romanzi eleva definitivamente lo spionaggio a genere nobile della narrartiva mondiale.

Nel 1962 pubblica “Topkapi – La luce del giorno” riscuotendo un nuovo successo planetario (dopo lo strepitoso “La maschera di Dimitros”, che arriverà a ispirare quasi sessant’anni dopo Christopher McQuarrie per la sceneggiatura de “I soliti sospetti”).

Arthur Abdel Simpson è un apolide, figlio di un’egiziana e di un inglese, che ha perso la cittadinanza britannica e quella egiziana a causa delle sue numerose truffe, molte delle quali non riuscite. Vive ad Atene, dove sbarca il lunario facendo il ruffiano o rifilando patacche a turisti sprovveduti. Fino a quando non incontra Harper, uno strano europeo, che lo trascina in una losca e misteriosa “operazione” a Istambul. Ma…

Strepitoso affresco dei vizi e dei lazzi dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo che spesso sono costretti a campare dei desideri – immorali o illegali – dei popoli mitteleuropei. Ambler ci racconta la povertà e l’avidità umana con uno stile da narratore di gran classe. Da leggere.

Per la chicca: nel 1964 Jules Dassin gira la versione cinematografica con un grandioso Peter Ustinov (che davvere sembra essere uscito dalla penna di Ambler), Melina Mercuri e Maximilian Schell. Un adattamento molto visionario e psichedelico, figlio dei “magnifici” anni Sessanta, che oggi risulta forse un pò datato (tranne che per Ustinov, ovviamente).

Topkapi

“Il grande Lebowsky” di Joel Coen

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(USA/UK, 1998)

Questa, per me, è l’opera cinematografica più grande di Joel e Ethan Coen.

E’ il film più riuscito e geniale. Con un cast strepitoso: a partire da Jeff Bridges che ingiustamente non vincerà l’Oscar per la sua magistrale interpretazione, a John Goodman il cui personaggio è ispirato – dicono alcuni rumors – al regista John Milius, a Steve Buscemi, all’algida Julianne Moore e all’allora poco conosciuto Philip Seymour Hoffman nei panni di Brandt, giovane lacché del ricco Lebowski.

Le vicende cui è protagonista il Drugo hanno fatto storia nel cinema e nella cultura contemporanea. Il tutto con lo sfondo di un’America dei primi anni Novanta alle prese con la prima e allora “innocente” invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein. Un’America estrema quindi, molto simile a quella di oggi, che è fin troppo ben rappresentata da Walter (un grandioso John Goodman) razzista e reazionario dalla pistola facile, ma che ha nel bowling la sua religione. Il tutto narrato da un affascinante, elegante e pulito Straniero che ha i baffi e la voce calda di Sam Elliot.

Grandioso cameo di John Turturro che lecca una palla da bowling, così come sono fantastici i trip che si fa il Drugo…

Copiato di continuo, è un film Indispensabile in ogni cineteca degna di questo nome.

Il grande Lebowsky