“Tsumiki no ie” di Kunio Kato

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(Giappone, 2008)

Ci sono molti modi per raccontare uno stato d’animo o un particolare momento della vita. Non tutti sono uguali e, soprattutto, non tutti sanno essere poetici ed emozionanti come questo cortometraggio animato giapponese “Tsumiki no ie”, noto anche con il titolo francese “La Maison en Petits Cubes”, che è stato diretto da Kunio Katō nel 2008.

Un anziano vive in una piccola casa cubica in mezzo al mare. Il piccolo locale è solo l’ultimo di una lunga serie, il primo dei quali è alla base dell’alta colonna di cubi che dal fondo arriva fino al pelo dell’acqua, che costantemente sale. Fenomeno che costringe l’anziano a costruire un nuovo piccolo cubo, sul tetto di quello che ormai è allagato. Proprio quando l’uomo finisce di costruire la nuova casa, la sua vecchia e preziosa pipa si inabissa nella botola del pavimento che collega verticalmente i locali. L’anziano sarà costretto a immergersi nelle sue vecchie case – e nei suoi numerosi ricordi – per ritrovarla…

Il cineasta giapponese ci regala 12 minuti di malinconica e silenziosa poesia, in uno stile grafico che sembra appartenere più agli autori francesi che nipponici, ma che si vede provenire comunque da una grande tradizione di animazione. Da vedere.

“A 30 milioni di km. dalla Terra” di Nathan Juran

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(USA, 1957)

Negli anni Cinquanta Roma è stata il set di numerose e famose pellicole come “Guardie e ladri” e “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, o “Poveri ma belli” di Dino Risi. Ma nello stesso periodo – proprio nel 1957, anno in cui Risi girava il primo film con Maurizio Arena e Renato Salvatori – una troupe statunitense girava nella Capitale gli esterni di un film di fantascienza che sarebbe diventato di vero e proprio culto nei decenni successivi.

L’idea di realizzare un film di fantascienza ambientato a Roma venne nei primi anni Cinquanta al geniale Ray Harryhausen, giovane esperto di effetti speciali. Ma il costo fece slittare di parecchio la realizzazione del film che poi, scritto da Christopher Knopf e Robert Creighton Williams, venne diretto dall’ottimo artigiano della MDP, di origini austriache, Nathan Juran.

Al rientro dalla prima e segretissima spedizione spaziale su Venere, il razzo cosmico guidato dal colonnello Robert Calder (William Hopper) naufraga nel mare, vicino alle coste della Sicilia. Unico sopravvissuto all’impatto è proprio Calder che, una volta ripresosi, comunica al Pentagono la sua posizione. La priorità, per il militare, è ritrovare il campione biologico che la spedizione ha prelevato su Venere. Ma lo strano cilindro con dentro un uovo in gelatina viene ritrovato sulla spiaggia da un ragazzino del posto che lo vende al Dottor Leonardo (Frank Puglia), un famoso etologo del Giardino Zoologico di Roma, in vacanza studio nel luogo. Poche ore dopo l’uovo gelatinoso si schiude per far uscire una piccola e minacciosa lucertola che cammina sulle zampe posteriori. Respirando l’ossigeno terrestre la creatura comincia a ingigantirsi fino a costringere i militari, che nel frattempo hanno localizzato Leonardo, a tramortirla con l’elettricità. La creatura extraterrestre viene così portata nel Giardino Zoologico di Roma per essere studiata ma, a causa di un banale incidente, riesce a liberarsi per poi fuggire e seminare terrore e distruzione nella Città Eterna…

Al di là della storia, che comunque ha il suo fascino – e ricorda in tinte horror quella di “E.T. L’Extraterrestre” di Spielberg – la bellezza di “A 30 milioni di km. dalla Terra” sta negli effetti speciali concepiti, creati e filmati a passo uno dal grande Ray Harryhausen, che realizzava tutto senza l’aiuto di nessun collaboratore. Fra le scene memorabili devono essere ricordate la battaglia fra la creatura extraterrestre e un elefante che dal Giardino Zoologico, passando davanti alla Galleria Borghese e per via Cristoforo Colombo, arriva fino a Castel Sant’Angelo, la distruzione di Ponte Sant’Angelo e l’epilogo finale sul Colosseo: davvero strepitoso!

A fare l’eroe, un po’ troppo ingessato per la verità, è William Hopper, famoso per interpretare il detective Paul Drake, braccio destro del Perry Mason televisivo impersonato da Raymond Burr; nonché figlio della “famigerata” Hedda Hopper, penna “armata” e feroce del maccartismo più intransigente che flagellò Hollywood a partire dalla fine degli anni Quaranta.

Per capire bene l’impronta che Ray Harryhausen ha lasciato nel cinema bastano due piccoli esempi: nel 2013 il grande Guillermo Del Toro dedica il suo “Pacific Rim” alla “memoria dei maestri dei mostri Ray Harryhausen e Ishiro Honda” (papà del primo e inarrivabile “Godzilla”). E per finire, nello splendido “Monsters & Co.” di Pete Docter il ristorante di sushi, alla  moda e molto esclusivo, in cui Sulley riesce a prenotare per Mike e Celia si chiama, guarda il caso, “Harryhausen’s”.

A 30 milioni di km. dalla Terra

“Ernest & Celestine” di Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner

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(Fra/Bel, 2012)

Ernest e Celestine sono i protagonisti dei libri per bambini scritti e disegnati dall’autrice belga Gabrielle Vincent. Dai vari volumi Daniel Pennac ha realizzato la sceneggiatura di questa dolce e delicata pellicola d’animazione.

Ernest è un orso solitario che vive di piccoli espedienti e la sera si rifugia nel suo nascondiglio segreto e isolato. Gli altri orsi a malapena lo tollerano visto che lui cammina sul filo sottile che divide il “permesso” e il “vietato” dalle ferree e dure leggi che regolano il mondo degli Orsi.

Nel sottosuolo, invece, si sviluppa il mondo dei Topi, che fin da piccoli vengono educati ad aver paura degli Orsi. Ma i roditori hanno bisogno dei loro inquilini superiori, visto che con i denti che i piccoli orsi perdono e lasciano la notte sotto il cuscino, rimpiazzano i loro. Grazie ai loro sforzi e ai loro denti, infatti, i Topi hanno costruito una città immensa, piena di macchinari e importanti strumenti per la vita quotidiana. La piccola Celestine è fra i giovani topi che la notte deve salire in superfice e trovare i piccoli denti degli orsi.

Durante una spedizione notturna Celestine si imbatte casualmente in Ernest, incontro che finirà per cambiare per sempre i due mondi…

Davvero una piccola pellicola garbata e gradevole, che nella nostra versione ha le voci d Claudio Bisio e Alba Rohrwarcher, adatta ai bambini come ai grandi.

Ernest e Celestine

“Willow” di Ron Howard

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(USA, 1989)

Sono molti gli elementi che rendono questo film un vero e proprio cult.

Il primo è la storia scritta da George Lucas e sceneggiata da Bob Dolman che, col passare degli anni, diventa sempre più affascinante e coinvolgente. Altro rilevante elemento, è il suo profondo legame con mondo fantasy creato da J.J.R. Tolkien dal quale attinge ispirandosi – e non certo copiando –  e al quale poi, dopo un decennio, ridarà molto.

E’ indiscutibile, infatti, che la storia del “piccolo” nelwyn – di statura ma non certo di cuore –  Willow Ufgood (interpretato da Warwick Davis) richiami alla mente quella di Frodo Baggins che, suo malgrado, viene coinvolto nella lotta atroce e violenta fra il bene e il male. E fin dall’inizio: il villaggio nelwyn dal quale Willow parte e alla fine della storia tornerà, come ambiente sembra proprio la Contea descritta da Tolkien.

Ma “Willow” non ha solo “preso” da Tolkien: le immagini girate da Howard ispireranno in maniera sensibile Peter Jackson quando porterà sullo schermo la trilogia dell’Anello. La casa di Bilbo e la Contea hanno tanto in comune con la casa e il villaggio di Willow. I vasti e svariati paesaggi attraverso i quali Willow passa lungo il suo viaggio, sono tanto simili a quelli che userà Jackson nei suoi film (non è un caso che la pellicola di Howard è stata girata fra il Galles e la Nuova Zelanda). Così come i combattimenti hanno molto in comune fra i film, soprattutto quello fra Gandalf e Saruman ne “La Compagnia dell’Anello” ha azioni incredibilmente simili a quello finale di “Willow” fra Raziel e la perfida regina Bavmorda. Ripeto, non parliamo di plagio o furba copia: ma di pura e semplice ispirazione.

Ron Howard non ha mai nascosto che per tutta la durata delle riprese ha avuto accanto, come mentore e riferimento, lo stesso George Lucas. E sempre grazie alle geniali intuizioni di Lucas, di fatto “Willow” è il primo film nella storia in cui appare il morphing grazie alla computer grafica, allora solo agli albori. Anzi, è proprio durante la realizzazione del film che viene coniato il termine.

Il fascino della pellicola è anche in questo, effetti speciali a metà fra il passato e il futuro. La scena in cui Willow trasforma Raziel ha fatto storia. Da lì sono partiti i presupposti per poi realizzare film come “The Abyss” o “Terminator 2 – Il Giorno del Giudizio”  di James Cameron, o “Jurassic Park” di Steven Spielberg. Ma allo stesso tempo in “Willow” ci sono effetti realizzati alla “vecchia” maniera, con pupazzi e fondali finti.

Ma anche non volendo considerare tutto ciò, “Willow” è semplicemente un film delizioso come solo George Lucas sapeva scrivere, e ho usato il passato perché adesso ha deciso di occuparsi di altro …sob.    

Willow

“Altruisti si diventa” di Rob Burnett

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(USA, 2016)

Mi è già capitato di parlare di come la disabilità nel nostro Paese sia raccontata nei libri e al cinema troppo spesso con molta ipocrisia e falso perbenismo. Il disabile deve esprimere “tenerezza” (come chiedeva il casting per un film sul tema diretto da uno dei nostri registi più famosi) o paradossalmente il fascino del “diverso” (come hanno narrato libri famosi per un’estate e poi “scomparsi” assieme ai loro autori). E mi è già capitato anche di dire come questo non accade nel mondo anglosassone e soprattutto negli Stati Uniti. Così come questo in piccolo ma bel film indipendente americano che racconta come il sogno più grande di Trevor sia pisciare in piedi. Ho scritto pisciare e non urinare volutamente, perché un ragazzo di diciotto anni, quindici dei quali passati su una sedia a rotelle per una grave forma di distrofia muscolare, non sogna di urinare in piedi: sogna di pisciare in piedi!

Il protagonista del film in realtà non è Trevor (interpretato da un bravissimo Craig Roberts) ma Ben (un altrettanto bravo Paul Rudd) un ex scrittore, che per pagare i conti segue un corso per diventare assistente domiciliare di disabili. Ottenuto il diploma, il suo primo cliente sarà il complicato Trevor, insieme al quale visiterà il buco più profondo del mondo e quello più buio che ognuno di loro due ha dentro se stesso.

Tratto dal romanzo “The Revised Fundamentals of Caregiving” di Jonathan Evison il film – scritto dallo stesso Rob Burnett – in originale si intitola ”The Fundamentals of Caring”, un gran bel titolo a differenza di quello che gli hanno affibbiato in italiano che, diciamoci la verità, non c’entra una nota mazza ferrata col senso del film.

Per la chicca: in un ruolo secondario, ma per la trama alquanto rilevante, appare la popstar Selena Gomez che si dimostra brava anche nel recitare.

“L’uomo della Torre Eiffel” di Burgess Meredith

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(USA, 1949)

L’immaginario collettivo si ricorderà per sempre di Burgess Meredith come interprete di Mickey Goldmill, l’anziano allenatore non udente di Rocky Balboa, personaggio che ha interpretato in quasi tutti i film della serie che ha Sylvester Stallone come protagonista. Ma Meredith è stato un grande attore di teatro prima e un famoso caratterista di Hollywood poi, nonché proscritto nell’epoca buia del maccartismo per le sue idee vicine al Partito Comunista.

Proprio prima di finire all’indice, Meredith dirige il suo unico film, che interpreta anche e che gira a Parigi. Una Parigi che si sta rialzando dalla Seconda Guerra Mondiale al cui centro c’è la Torre Eiffel, simbolo del Paese e della libertà che questo, assieme ai suoi alleati, è riuscito a difendere.

E a Parigi chi difende meglio la giustizia dell’ispettore Maigret? Nessuno, e infatti il film è l’adattamento del romanzo di George Simenon  “La testa di un uomo”, e nei panni dell’ispettore più famoso di Francia c’è nientemeno che il grande Charles Laughton.

Tutta un’altra storia rispetto al Maigret di Gino Cervi o a quello di Jean Gabin, perché Laughton ne crea uno nuovo, fedele al testo, ma diverso dagli altri. Un grande attore lo si vede anche in questo. Ma oltre all’interpretazione del grande attore inglese, il film di Meredith possiede un’atmosfera particolare, grazie anche alla sua fotografia e alle sequenze finali girate sulla Torre, davvero spettacolari. Non a caso, nei titoli di testa, fra gli interpreti principali del film c’è l’intera città di Parigi.

Per fan di Maigret e non solo.    

L’uomo della Torre Eiffel

“Third Person” di Paul Haggis

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(USA/Belgio/F/UK/Germania, 2013)

Il regista canadese Paul Haggis (premio Oscar nel 2006 per “Crash – Contatto fisico” come miglior film e come miglior sceneggiatura originale) torna a scrivere e dirigere con la sua consueta eleganza una vicenda corale, a forti tinte drammatiche e intimiste.

La terza persona del titolo è quella di Michael (Liam Neeson) uno scrittore vincitore del Premio Pulitzer, ormai in crisi creativa e personale, e per questo rifugiatosi in una camera di un grande albergo a Parigi, dove tenta vanamente di scrivere il suo ultimo e infinito romanzo. Michael ha lasciato la moglie e adesso intrattiene una relazione con Anna (una brava Olivia Wilde) rampante giovane scrittrice che, come il suo mentore, ha un oscuro lato buio nel fondo dell’anima. Così come lo possiede Scott (Adrien Brody), esperto di spionaggio industriale, che in un piccolo e anonimo bar di Roma incontra per caso il suo destino. E il loro destino affronteranno anche Julia (Mila Kunis) e Rick (James Franco) separati e nel pieno di una costosa lite legale per l’affidamento del loro unico figlio di sei anni. Se Rick è un artista ricco e famoso di New York, Julia era una volta una promettente attrice di soap opera che ora, per pagare l’avvocato, deve fare la cameriera in un albergo…

Ottima pellicola, scritta e girata molto bene, con un bel cast che la valorizza al meglio. Così come nelle sue pellicole precedenti Haggis, ci racconta dell’abisso che è in ognuno di noi, di chi ha la forza e il coraggio di affrontarlo e di chi, invece, ci precipita dentro.

Da vedere con un bel pezzo di cioccolata fondente vicino per i momenti più tristi ed emotivi.

Third Person

“Piccoli equivoci senza importanza” di Antonio Tabucchi

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(Feltrinelli, 1985/2003)

Il formato del racconto nel nostro Paese, non mi stanco mai di ricordarlo, è ingiustamente bistrattato dagli editori che raramente pubblicano raccolte. Questo a meno che l’autore non sia già uno scrittore famoso. Cosa che dimostra, come d’altronde molte altre, la totale staticità mentale dei nostri più importanti venditori di libri.

Ma torniamo al grande Antonio Tabucchi e a questa sua raccolta di racconti. Uscita nel 1985 “Piccoli equivoci senza importanza” ne raccoglie undici, il primo dei quali dona il titolo al volume.

Fra tutti, se proprio devo scegliere, preferisco  “Aspettando l’inverno”, “Il rancore e le nuvole” e “Cinema” – e non per forza in quest’ordine – ma in ognuno, l’indimenticabile Tabucchi, dimostra di essere un grande scrittore e soprattutto un grande conoscitore e narratore dell’animo umano e delle sue più intime tragedie. Ma “Cinema”: che bello!

Dopo averli letti, vediamo se c’è ancora qualcuno che snobba il formato racconto…

Piccoli equivoci senza importanza

“Lo straniero” di Orson Welles

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(USA, 1946)

Quando questo film uscì nelle sale cinematografiche americane, la Seconda Guerra Mondiale era finita solo da pochi mesi. Una parte del mondo era ancora sconvolta e sanguinante, e l’altra si iniziava a domandare come fosse stato possibile permettere una tragedia di tali dimensioni, e soprattutto quali fossero le responsabilità dirette e indirette di ognuno.

E’ in questo periodo storico che il geniale e irriverente Orson Welles decide di raccontare una storia che, rispetto al conflitto, sembra del tutto secondaria, ma che in realtà ci pone quesiti molto più ampi su una delle nazioni vincitrici.

Uno strano prigioniero viene fatto appositamente evadere dalle prigioni tedesche che sono sotto il controllo della Forze Alleate. Il fuggitivo si reca in Messico dove, grazie ad antiche amicizie e vecchie parole d’ordine, riesce a sapere il nome del luogo dove è nascosto “lui”.

Lui è Franz Kindler (un perfido e implacabile Orson Welles) fra i più efferati carnefici e fautori dello sterminio degli ebrei, un alto ufficiale nazista del quale non esiste più neanche una fotografia, scomparso nel nulla in prossimità della caduta del Terzo Reich. L’unica sua caratteristica conosciuta è la sua passione quasi maniacale per gli orologi.

Il nome del luogo in cui è nascosto è Harper, località del Connecticut negli Stati Uniti, e l’uomo che riparte dal Messico per raggiungerla è Konrad Meinke, l’ultimo stretto collaboratore di Kindler rimasto in vita e per questo l’unico al mondo capace di riconoscerlo. La sua fuga, così come il suo costante pedinamento, sono opera del signor Wilson (un arcigno Edward G. Robinson) membro della Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, e cacciatore di criminali nazisti, che considera questo l’unico modo per rintracciare Kindler.

Così, nella piccola e ordinatissima cittadina di Harper, un pomeriggio arriva Meinke che cerca con una certa insistenza il professor Charles Rankin. Giunto nella casa in cui abita vi trova però solo Mary Longstreet (Loretta Young), figlia di un Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e futura sposa di Rankin. Senza dare spiegazioni Meinke si incammina verso il luogo in cui insegna Rankin e nel grande parco che separa l’abitazione dall’istituto, finalmente lo incontra. Kindler/Rankin rimane sconvolto: è stato individuato e forse il suo ex sottoposto è stato seguito. Ma Meinke è ormai preda di deliri religiosi e rivela che il motivo della sua visita è la definitiva redenzione per i feroci peccati che insieme hanno commesso. Kindler non ha via d’uscita e lo uccide, nascondendo il corpo sotto le foglie. Torna a casa e tranquillizza Mary inventando una banale scusa per lo strano visitatore. Così i due possono tornare serenamente a preparare le loro imminenti nozze. Ma, insieme a Meinke, nella piccola cittadina è arrivato discreto e quasi invisibile anche il signor Wilson…  

Grandissimo noir, e vera e propria pietra miliare della cinematografia mondiale, con una scena finale da antologia. Feroce critica del perbenismo e della “morale” americana anni Quaranta, soprattutto quella della ricca provincia, che moralmente non si poteva considerare così innocente rispetto al male assoluto che fu la guerra. Provincia bella ed elegante che molto dovrà crescere per diventare matura e  cosciente, impersonata perfettamente dalla bella Mary che non a caso si chiama “Longstreet” di cognome.  

Scritto da Welles assieme al maestro John Huston (e si vede!), Decla Dunning, Victor Trivas e Anthony Veiller. Da vedere, assolutamente.     

Lo straniero

“La pazza di Itteville” di George Simenon

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(Adelphi, 2008)

Sono un fan sfegatato dell’ispettore Maigret, e mi sono appassionato lo stesso nel leggere questo racconto che Simenon ha scritto nel 1931, quando ancora forse non aveva scelto definitivamente chi sarebbe stato il re indiscusso dei suoi romanzi, e uno dei monarchi assoluti dei gialli planetari.

Così, in questo scritto, il protagonista è il giovane ispettore G.7, caratterizzato da una bella capigliatura rossa, una certa timidezza e, sostanziale differenza da Maigret, in possesso di una patente. Ma l’acume è lo stesso e G.7 riesce a risolvere un piccolo ma intricato caso di morti che risorgono e cadaveri sconosciuti.

Il finale è sempre lo stesso: Simenon è sempre Simenon anche senza il suo Maigret.

La pazza di Itteville