“I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta

I viaggiatori della sera Loc

(Mondadori, 1976)

Di questo romanzo surreale io non ne ho mai sentito parlare se non in funzione del film che ne ha fatto Ugo Tognazzi nel 1979. Eppure Umberto Simonetta è stato un grande umorista e autore del nostro secondo Novecento. Ha scritto numerosi spettacoli teatrali, collaborando con altri grandi autori quali Enrico Vaime o Guglielmo Zucconi. Ma torniamo al romanzo.

“I viaggiatori della sera” esce in un momento storico in cui la nostra società deve fare seriamente i conti con la terza età. Ormai in quasi tutte le famiglie ci sono nonni o nonne “di troppo” e si cercano soluzioni più o meno eleganti per sbarazzarsene. Se lo straordinario episodio “Come una regina” del film “I nuovi mostri” ci racconta in maniera terrificante e reale l’internamento – perché solo così si può chiamare – di una nonnina non gradita alla nuora, il romanzo di Simonetta va oltre, e usando l’ironia entra nel campo del surreale.

Per un incontenibile sovrappopolamento, la Legge prevede che a 49 anni ogni cittadino è costretto ad abbandonare il proprio lavoro e la propria casa per recarsi in uno dei numerosi Villaggi per vacanze “definitive”. Si tratta di veri e propri resort che ospitano gli “attempati” clienti esattamente come quelli normali. L’unica grande e apparente differenza è che una volta al mese viene effettuata una tombola, e chi la vince è costretto a partire immediatamente per una crociera dalla quale non tornerà mai più. Questo ovviamente altera i comportamenti e la morale degli ospiti…

Strepitosa e feroce critica della nostra società che in quarant’anni forse non è cambiata poi di tanto… basta guardare le simpatiche pubblicità di amene cliniche private per anziani per rendersene conto. Ma tranquilli “I viaggiatori della sera” è fuori catalogo, se proprio lo volete leggere tocca che vi buttate sull’usato, e pure vecchiotto.

Le terza giornata del Sei Nazioni 2016

ItaSco

Si è conclusa ieri sera la terza giornata del Torneo delle Sei Nazioni 2016, con una bellissima partita consumatasi a Twickenham fra Inghilterra e Irlanda. I padroni di casa sono riusciti a domare una squadra ben messa in campo, ma che ha dovuto cedere inesorabilmente nell’ultimo quarto del match. L’Inghilterra vista ieri sembra già un’altra squadra rispetto a quella vista a Edimburgo nella prima giornata, che ha dovuto combattere al meglio per sconfiggere i padroni di casa. La cura Jones – il nuovo ct – comincia a dare i suoi frutti, visto che ormai solo gli loro, quest’anno, possono puntare al grande slam.

A competere contro i maestri inglesi ci sono i grifoni del Galles, che venerdì scorso hanno battuto in casa la Francia, e che torneranno a Twickenham proprio fra due settimane. Se il Galles è una conferma, la Francia comincia a ritrovare se stessa, riuscendo a mettere seriamente in difficoltà i padroni di casa. Nel XV francese, come in quello inglese d’altronde, ci sono molti giovani esordienti che hanno subito dimostrato il valore dei rispettivi campionati nazionali. Le due corazzate europee, rinnovandosi, si preparano a tornare grandi. Per quanto riguarda l’Irlanda, nonostante il bel gioco mostrato ieri sera, ormai si può parlare di crisi: dopo 3 giornate ha solo 1 punto. Fuori da ogni possibilità di vittoria, deve ora dedicarsi a battere le ultime due squadre rimeste nel calendario: Italia e Scozia, che appartengono alla fascia più bassa del Torneo.

E adesso passiamo alle dolenti note. Ieri siamo stati sconfitti sonoramente dagli Highlanders. Sonoramente non tanto nel risultato, ma nel gioco e, soprattutto, in mischia. Il nostro punto di forza ieri ci ha tradito. Non voglio assolutamente accusare i giocatori, che hanno dimostrato come due settimane fa di avere tanto coraggio e orgoglio (la prova poi di capitan Parisse è stata strepitosa) ma è ormai evidente che dopo sedici anni di Torneo noi non siamo ancora davvero competitivi, e non abbiamo fatto nessun salto di qualità. La vittoria sfiorata a Parigi nella prima giornata non ci deve ingannare: le prime partite ufficiali dopo una Coppa del Mondo, per i grandi team soprattutto, sono difficili e piene di sorprese, visto il rinnovamento della rosa – e spesso anche dell’allenatore – e così anche i meccanismi più semplici devono ricrearsi da zero. Sono sicuro che se la prossima giornata fosse a Parigi, la musica sarebbe molto diversa. Ma se non sarà Parigi, sarà Dublino fra due settimane comunque. Ci aspetta un’Irlanda famelica in cerca di punti e gioco, per dimostrare a se stessa e agli altri di essere ancora la grande che è stata fino allo scorso anno. Ora che la Scozia sembra uscire dalla grave crisi di gioco e giocatori che l’ha portata a combattere ogni anno con noi per il famigerato Cucchiaio di Legno, cosa faremo? Dovremo rinnovarci, rinnovando l’intero sistema rugbistico italiano, a partire dalla Federeazione, ovviamente.

“Basette” di Gabriele Mainetti

Basette Loc

(Italia, 2008)

Che le varie serie del grande Arsenio – Arsenico per gli amici – Lupin III abbiano segnato profondamente l’immaginario collettivo della mia generazione, è un indiscutibile dato di fatto, e soprattutto un motivo d’orgoglio, visto che a dirigere la prime due serie (quelle con la mitica giacca verde) del manga firmato da Kazuhiko Katō e’ stato il maestro Hayao Miyazaki.

Se è vero che ci sono molti modi per raccontare una contaminazione, è vero anche che pochi sono quelli che riescono a coglierne al meglio l’anima – e pure l’anime! – in maniera efficace e coinvolgente. E questo bel cortometraggio di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone, è un ottimo esempio.

Antonio (un sempre bravo Valerio Mastandrea) è un ladruncolo della periferia romana, figlio d’arte, specializzato in furti in negozi e piccole rapine. La mattina che insieme ai suoi soliti complici Franco (Marco Giallini) e Tony (Daniele Liotti) si prepara a rapinare un ufficio delle Poste, ricorda la madre, specializzata in furti nei supermercati, che venne arrestata la volta che tentò di rubare un costume da Lupin III per lui. Ma soprattutto Antonio ricorda Prisca (Luisa Ranieri), “socia” della madre, di cui lui è stato sempre innamorato. La rapina va male, e Antonio è steso sull’asfalto davanti all’ufficio postale, colpito alla testa da un proiettile. Accanto a lui ci sono i corpi esanimi di Franco e Tony. Negli ultimi istanti di vita Antonio sogna. Sogna di essere illeso e venire arrestato, vestito esattamente come Lupin III (ma con la giacca rossa) da un ispettore (Flavio Insinna) che ricorda tanto Zazà Zenigata. E mentre lui è sotto interrogatorio, i suoi amici di sempre Jigen-Franco e Goemon-Tony si preparano a farlo evadere…     

Il conciliare la romanità, soprattutto quella delle periferie – che Pasolini amava tanto – e che oggi è forse l’unica vera rimasta, con i miti dei cartoni giapponesi anni Settanta è già sulla carta un’intuizione geniale. E Mainetti, grazie anche a un cast di tutto rispetto, riesce a mantenere le promesse anche sulla pellicola. Davvero 17 minuti ben spesi. Da vedere, anche in attesa del suo “Lo chiamavano Jeeg Robot”.    

“Fatso – Pastasciutta …amore mio!” di Anne Bancroft

Fatso Loc

(USA, 1980)

Che Anne Bancroft fosse una donna con un grande senso ironico non è certo un mistero, visto che è stata la compagna di vita di Mel Brooks, ma che fosse in grado di scrivere, dirigere e interpretare una deliziosa commedia come “Fatso – Pastasciutta …amore mio!” era forse meno evidente. La Bancroft, il cui vero nome era Anna Maria Louise Italiano, non ha mai nascosto le sue origini italiane, e in questo film le rivendica tutte, con pro e contro annessi.

Dominick Di Napoli (un grande Dom DeLuise) gestisce placidamente una cartoleria a Brooklyn insieme alla sorella Antonietta (la Bancroft). La vita di Dominick ruota intorno a tre pilastri: la famiglia (vive infatti col fratello minore Frankie, anche lui scapolo, nell’appartamento sopra a quello dove abita la sorella con marito e figli), il lavoro e, da italoamericano doc, il cibo. La vita dei Di Napoli però viene sconvolta dalla morte improvvisa del loro cugino Salvatore, che a soli 39 anni viene stroncato da un malore causato dalla sua grave obesità. Visto che anche Dom ha svariati chili di troppo, Antonietta lo costringe a rivolgersi a un implacabile dietologo. Per qualche tempo l’uomo riesce a seguire la dieta ferrea ma poi, una notte, cede vanificando tutti i suoi sacrifici. Casualmente una cliente del negozio gli suggerisce i “Chubby Checkers”, una sorta di Anonima Obesi grazie alla quale lei è riuscita a dimagrire alcune decine di chili. Dom partecipa agli incontri sentendosi subito rincuorato, ma una notte un incontenibile attacco di voracità lo porta a minacciare il fratello con un coltello pur di avere le chiavi del lucchetto che blocca il frigorifero e i pensili della cucina. Frankie, preoccupatissimo, chiama in soccorso Oscar e Sonny, i tutor del fratello, che si precipitano a casa Di Napoli. Ma l’obesità è una brutta bestia – sigh! – e a forza di parlare di cibo Dom, Oscar e Sonny rompono i lucchetti e svuotano la dispensa.

Disperata, la mattina seguente, Antonietta tenta l’ultima carta: l’amore. E così corre a chiamare Lydia (Candice Azzara), la giovane proprietaria di un negozio di antiquariato vicino al loro, della quale Dom è platonicamente innamorato. La cosa sembra funzionare fino a quando, una terribile sera, Lydia misteriosamente scompare facendo precipitare Dom in un abisso di cibo (cinese)…

Una dichiarazione d’amore verso gli obesi e i diversi in generale, fatta con molto garbo e tanta ironia. E pensare che la Bancroft non ha mai avuto problemi di peso, lei che è stata – e nell’immaginario collettivo lo è ancora – un sex-symbol e una delle dark lady più famose di Hollywood dando viso e corpo – e che corpo! – alla famigerata Mrs. Robinson de “Il laureato”. In tutta la sua carriera, e in questo film in particolare, Anne Bancroft ci ricorda che non bisogna essere per forza obesi o diversi per essere sensibili. Una grande.

Purtroppo oggi è praticamente impossibile rivedere questo gioiellino di film. Non esiste un’edizione in DVD e sono anni – se non decenni – che non viene trasmesso in televisione. Io possiedo un rarissimo VHS che ormai si sta letteralmente sbriciolando, sob!        

 

“L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo

L'assassinio di via Belpoggio Loc

Questo racconto di Aron Hector Schmitz – anche se io preferisco Italo Svevo tutta la vita – è apparso per la prima volta a puntate sul quotidiano L’Indipendente nel 1890, con lo pseudonimo di Ettore Samigli. Per gli studiosi di letteratura italiana è il racconto che di fatto segna la maturità artistica del grande scrittore triestino. Per me, semplicemente, è un gran bel racconto. Un racconto in cui Svevo dimostra già di saper esplorare l’animo umano e soprattutto i meandri più bui e sconosciuti della mente umana.

L’ispirazione a “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij è fin troppo palese, ma Svevo va oltre, si affaccia – anticipando quanto poi gli riuscirà in maniera sublime ne “La coscienza di Zeno” – alla finestra dalla quale si può vedere la psiche di un uomo osservando da vicino le sue paure e le sue debolezze. La caduta agli inferni di Giorgio, giovane indolente che “casualmente” diventa assassino per vil denaro, è implacabile, così come i suoi pensieri e le sue paure che ne affrettano la caduta.

Da leggere, anche se sono convito che oggi col piffero che verrebbe pubblicato, visto che da noi – come dicono i preparatissimi addetti ai lavori – i racconti non hanno mercato!.

Addio a Umberto Eco

Umberto Eco

Ieri sera si è spento Umberto Eco, e quindi noi oggi siamo un Paese molto più povero.

Al momento ci sono centinai di siti e blog, molto più blasonati e titolati del mio, che sviscerano la carriera, i saggi e gli scritti di Eco. Io, perciò, voglio solo parlare della perdita di un grande intellettuale, di come oggi io mi senta, proprio come se avessi appena ricevuto la notizia della scomparsa dell’unico professore che sui banchi di scuola era riuscito ha trasmettermi la voglia di imparare e mi aveva aperto il cervello. Io che non ho mai avuto il piacere e l’onore di conoscerlo personalmente, mi sento in lutto lo stesso, perché Eco era un 84enne con la voglia di imparare e provare di un adolescente. Il recente strappo con la Bombiami-Mondadori è solo l’ultimo esempio. Un ragazzo di 84 anni che non aveva paura di ricominciare tutto da capo.

Grande tristezza.

Adolfo Celi

Adolfo Celi

Il 19 febbraio del 1986 se ne andava Adolfo Celi.

Nato a Messina il 27 luglio del 1922 Celi, figlio di un prefetto, cresce girando l’Italia e nel 1942 approda all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica – che poi prenderà il nome del suo fondatore Silvio D’Amico – assieme a quelli che diventeranno alcuni dei più grandi attori teatrali italiani del secondo Novecento come per esempio Vittorio Gassman, con il quale allaccerà una profonda amicizia per tutta la vita. Con il suo sguardo tagliente e l’espressione arcigna Celi approda anche al cinema, dove però gli vengono affidati solo ruoli secondari e da classico antipatico. La svolta, sia nella vita che nella carriera, arriva nel 1949 quando Aldo Fabrizi, approfittando di una propria tournée in America Latina gira “Emigrantes” – dedicato ai nostri connazionali che in quegli anni tentano la fortuna nel “nuovo Mondo” – e lo vuole nel cast. Dopo le riprese Celi decide di stabilirsi in Brasile dove reciterà in teatro diventando direttore di vari teatri pubblici, ed esordendo alla regia anche nel cinema. Agli inizi degli anni Sessanta arriva una nuova svolta: il francese Philippe de Broca, dopo averlo notato proprio in Brasile, lo vuole come antagonista di Jean-Paul Belmondo nel suo “L’uomo di Rio”, film che ottiene un buon successo internazionale e porta Celi a tornare in Italia dopo quindici anni di assenza. Grazie al film di de Broca, Celi viene chiamato a recitare in numerose pellicole tra cui “Il tormento e l’estasi” di Carol Reed dedicato al genio di Michelangelo Buonarroti, e “E venne un uomo” di Ermanno Olmi sulla vita di Papa Giovanni XXIII. Ma è nel 1965 che Adolfo Celi impersona il cattivo che lo renderà famoso in tutto il mondo: è suo, infatti, il volto del perfido Emilio Largo, numero 2 della Spectre, antagonista di James Bond-Connery in “Agente 007 – Operazione Tuono (Thunderball)” di Terence Young. Il successo è planetario, e i ruoli per Celi si moltiplicano, molti di quali sempre secondari o in film di poco valore, ma alcuni invece che gli permetteranno di lavorare con grandi registi come Mario Monicelli in “Brancaleone alle crociate”, Luis Buñuel ne “Il fantasma della libertà”, Franco Zeffirelli in “Fratello sole, sorella luna”, Damiano Damiani ne “Il sorriso del grande tentatore”, o Nanni Loy in “Cafè Express”. Celi torna anche dietro la macchina da presa nel 1969 con il film “L’alibi”, co-diretto con gli amici Vittorio Gassman e Luciano Lucignani.

Ma, per quanto mi riguarda, sono il 1975 e il 1976 gli anni in cui Adolfo Celi lascia il suo segno indelebile nell’immaginario collettivo con alcuni ruoli che, anche se da comprimario, rimangono per sempre stratosferici.

Il primo è quello del perfido e glaciale professor Alfeo Sassaroli nel mitico “Amici miei” di Mario Monicelli. Il secondo è quello dello spietato alfiere della Compagnia delle Indie, il rajah Lord James Brooke che tenta in ogni modo di sopprimere il mito della mia infanzia, la sola e grande Tigre di Mompracem Sandokan, nell’omonimo – stellare, e se è tanto che non lo vedete, riguardatelo perché davvero merita – sceneggiato televisivo diretto da Sergio Sollima nel ‘76. Lo stesso anno Celi, nel ruolo del giudice, partecipa anche a quello che ormai è considerato cronologicamente l’ultimo esemplare della vera commedia all’italiana: “Febbre da cavallo” di Steno. Potete pure arricciare il naso, peggio per voi, perché la pellicola di Steno ha davvero ottimi momenti di grande comicità e lascia intravedere profeticamente quello che diventerà la nostra società negli anni successivi.

Nonostante la florida carriera cinematografica, Celi non abbandona mai il teatro nel quale partecipa, da protagonista, a grandi e importanti allestimenti. Poche ore prima della rappresentazione a Siena de “I Misteri di San Pietroburgo” tratto dall’opera di Fëdor Dostoevskij, Celi accusa un malore tale da dover essere ricoverato d’urgenza. Sul palco lo sostituisce l’amico Vittorio Gassman, che dello spettacolo è il regista. Dopo alcune lunghe ore d’agonia, il 19 febbraio del 1986 Adolfo Celi muore per un attacco cardiaco. Quel giorno scompare uno dei più grandi attori italiani del Novecento, fra i pochi ad avere avuto una caratura internazionale, nel quale è stato secondo forse solo a Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi.

“Omicron” di Ugo Gregoretti

Omicron Loc

(Italia, 1963)

Di questo film, oggi, se ne parla incredibilmente poco, anche se è uno dei più citati nei manuali e nei tomoni sulla storia del cinema, proprio nei capitoli dedicati alla grande commedia all’italiana. Certo, sembra strano per un film di fantascienza, ma è così.

Il cadavere di Trabucco (Renato Salvatori), operaio di una grande e premiata fabbrica di automobili torinese, viene trovato apparentemente senza vita. Al momento di effettuare l’autopsia, il Trabucco incredibilmente si risveglia avendo però un inspiegabile scarso controllo del proprio corpo. Questo perché in realtà l’extraterrestre Omicron, esploratore in missione per conto del pianeta Ultras, si è impossessato del suo corpo, attraverso il quale deve raccogliere più informazioni possibili per preparare il suo pianeta all’invasione della Terra. Ovviamente nessuno è al corrente del diabolico piano e l’operaio, nonostante non abbia riacquistato la parola, viene reintegrato al suo posto di lavoro dove, grazie alla capacità di Omicron, riesce a svolgere il lavoro di sei operai. La cosa attira le calde attenzioni della dirigenza che cerca subito di adattare gli standard lavorativi sulle sue capacità scatenando l’ira e le rappresaglie degli altri lavoratori. Ma, inaspettatamente, la coscienza del vero Trabucco riesce a svegliarsi – grazie anche agli incontri/scontri con gli altri esseri umani che Omicron suo malgrado è costretto a vivere – portando il suo ospite all’agonia. Ma il “potere costituito”…

Strepitosa e graffiante parodia italiana de “L’invasione degli ultracorpi”, che con la scusa della fantascienza – che allora permetteva di dire quasi tutto – e di far ridere, scatta una grande e purtroppo profetica fotografia delle lotte di classe che in quel decennio avranno il loro apice nel famigerato ’68, che ci regalerà poi gli splendidi ed edonistici anni Ottanta. La cosa più triste nel riguardare il film di Gregoretti, prodotto dal grande Franco Cristaldi, è che ci si chiede come fece una pellicola del genere ad arrivare nelle sale senza cadere nelle maglie della censura dei produttori prima e in quella ufficiale poi, visto che oggi – sigh! – sarebbe impensabile il contrario!

Al momento è di fatto impossibile trovarlo nella programmazione televisiva e così, per vederlo, non rimane altro che acquistare il Dvd.

Omicron

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

The Hateful Eight

(USA, 2015)

Dite quello che vi pare, ma quel pazzo sanguinario (in senso di splatter e sangue nei suoi film) di Quentin Tarantino è sempre un genio. Come scelta, prima di vedere un film, non leggo nessuna recensione perchè nel nostro Paese chi fa questo lavoro, al 98%, pensa che sia semplicemente necessario mettere un pollice verso l’alto o uno verso il basso per credere di fare il giornalista. E così mi è capitato di leggere fior fiori di recensioni che rivelavano finali o colpi di scena, tanto per dimostrare di aver visto il film in questione, con la desolante certezza che non serviva altro. Così, appena visto il film al cinema, mi sono dedicato a leggere divertentissime critiche che stroncavano quest’ultima fatica di uno dei più geniali cineasti viventi.

Per me, invece, l’ottava fatica di Tarantino è un gran film, scritto e diretto alla grande. Oltre che grande cinema, è una grande critica agli elementi fondanti gli Stati Uniti d’America, molti dei quali in questi giorni – per esempio – sono presi ad esempio e manifesto per le campagne elettorali primarie in vista delle presidenziali che si terranno in autunno.

E poi c’è la grandiosa colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricne. A partire dai titolti di testa, Morricone ci prende per lo stomaco e ci porta dritti dritti a quelli di coda. Se quest’anno non vince l’Oscar sarebbe un vero delitto insopportabile, visto che sarebbe senza il suo commento musicale!.

La seconda giornata del Sei Nazioni 2016

Italia Inghilterra

Si è conclusa oggi pomeriggio la seconda giornata del Torneo delle Sei Nazioni 2016, con la terza ed ultima partita Italia-Inghilterra. Partendo proprio da quest’ultimo match le considerazioni non posso essere certo positive per noi amatori ovali italiani. Se è giusto e dovereso ricordare che ci è voluto tanto coraggio e tanto orgoglio oggi per giocare gli ultimi quindici minuti di partita, con il risultato acquisito dagli Inglesi che così sono diventati superbi e piacioni (che vince ha sempre ragionie!), è giusto aggiungere però che la qualità del nostro XV, nonostante i coraggiosi giovani innesti, di fatto è rimasta quella di nove anni fa, cioè quello della RWC 2007. O forse neanche, perché come ricordato abbondantemente nel corso degli scorsi Mondiali, nel 2007 sfiorammo all’ultimo minuto la qualificazione ai quarti, mentre nella RWC2015 non è mai stata davvero alla nostra portata, e soprattutto nel successivo 6 Nazioni sfiorammo l’impresa contro gli Inglesi. Oggi abbiamo visto in campo per 60 minuti una squadra degna di partecipare al Torneo più antico del mondo che però, negli ultimi 20, è tornata la Cenerentola che conosciamo bene, quella delle onorevoli sconfitte (oggi poi neanche quella) e del crollo psicofisico finale. Se il Giappone ha fatto passi da gigante, sfiorando lui si l’accesso ai quarti e battendo il Sud Africa, noi siamo sempre allo stesso livello. E non è certo colpa dei giocatori in campo, il nostro rugby ha bisogno di un profondo rinnovamento strutturale che deve partire da lontano.

A proposito di Scozia, ieri a Cardiff ha davvero messo paura ai Grifoni che sono riusciti a vincere solo con l’esperienza (e una meta incredibilmente in fuorigioco). La Scozia ha giocato a viso aperto mostrando lampi di grande rugby. Questo ci deve far riflettere, ci deve far capire che la Federazione di Edimburgo sta lavorando bene e a breve la sua nazionale tornerà quella competitiva degli anni 90, quella che vincenva il 5 Nazioni e arrivava in semifinale mondiale, e che noi non abbiamo mai incontrato davvero nel successivo 6 Nazioni.

Sempre ieri, nel primo pomeriggio a Parigi, la Francia ha ospitato l’Irlanda. I verdi hanno condotto un primo tempo teso ed efficace, ma gli infortuni (quello di Sexton su tutti) e le assenze hanno abbassato il loro livello tecnico concedendo lentamente campo ai Francesi che alla fine hanno incassato la seconda – risicata ma pur sempre efficce – vittoria nel Torneo.

Prepariamoci adesso alla prossima settimana di pausa e alla terza giornata che ci vedrà all’Olimpico sfidare la Scozia per evitare il solito cucchiaio di legno.