“Tutto può cambiare” di John Carney

Tutto puo cambiare Loc

(USA, 2013)

L’irlandese John Carney dirige questa deliziosa commedia, molto musicale, ambientata in una New York insolita con due protagonisti atipici per il genere: il produttore musicale Dan Mulligan (un sempre bravo Mark Ruffalo) nel mezzo di una grave crisi esistenziale, e la cantautrice dilettante Greta (Keira Knightley), reduce da un duro naufragio sentimentale. Ciò che può cambiare l’esistenza per Carney è la musica, che infatti è la terza grande protagonista del film…

Godibilissima commedia sentimentale che merita di essere guardata, visto che per le atmosfere e le corde toccate riporta molto allo splendido “Once – Una volta”, diretto dallo stesso Carney nel 2006.

E adesso parliamo del titolo italiano …che dire? Quello originale è “Begin Again” che, ovviamente, centra il tema del film. E se è vero che un sentitissimo e banale “Ricominciare” sarebbe stato troppo anonimo, “Tutto può cambiare” a me fa pensare a qualcuno che vince al Superenalotto. Ma va bene così, il film rimane comunque delizioso.

Tutto può cambiare

“Belfagor – Il fantasma del Louvre” di Claude Barma

Belfagor Loc

(Francia, 1965)

Approdato sulla nostra televisione oltre un anno dopo la sua messa in onda in Francia, che raccolse un successo di spettatori senza precedenti, “Belfagor – Il fantasma del Louvre” segnò indelebilmente anche l’immaginario degli spettatori italiani. Tratto dal romanzo scritto da Arthur Bernède nel 1925, e riadattato per la televisione da Claude Barma, “Belfagor” ci porta nel ventre esoterico e misterioso del Louvre dove una notte un guardiano è assalito da una figura misteriosa…

Ma la trama oggi non è la cosa più interessante: quello che ancora affascina dopo mezzo secolo sono le atmosfere e i gli ambienti di una Parigi notturna che forse già allora non esisteva già più. Da ricordare le interpretazioni della fascinosa Juliette Greco e del membro della Comédie-Française René Dary, nei panni dell’ispettore Ménardier. Nell’edizione che ho io ci sono i dialoghi originali in francese che la censura della nostra televisione – considerandoli troppo libertini – tagliò non doppiandoli, e che ce la dicono tutta sul nostro costume di allora.

Per la chicca: fra le voci italiane di fondo c’è quella bella e ben riconoscibile di Gigi Proietti.

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COSA C’ENTRA IL RUGBY CON L’AMORE? …TUTTO!

Gli storici non sanno esattamente cosa passò nella testa del giovane William Webb Ellis la mattina del 1° novembre del 1823 quando, con un colpo di genio assoluto, inventò il gioco del rugby. Ma sta di fatto che il caro W.W. Ellis merita un posto d’onore fra i grandi dell’umanità, perché nel corso dei decenni il rugby è entrato nelle ossa e nel cuore di migliaia di persone, cambiando spesso loro la vita. Proprio come è successo a me, quasi 200 anni dopo…

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“Vittime di guerra” di Brian De Palma

Vittime di guerra Loc

(USA, 1989)

Questo film ricostruisce uno dei più tragici episodi che hanno caratterizzato il conflitto in Vietnam. Nel 1966 una pattuglia di soldati statunitensi, nei pressi di un villaggio nella giungla, è vittima di un’imboscata dei Viet Cong. Nello scontro a fuoco uno dei soldati perisce, e quando gli assalitori si ritirato il sergente Tony Meserve (uno Sean Pean in stato di grazia) decide di entrare nel villaggio e, per rappresaglia, appoggiato dal caporale Clark, rapisce una giovanissima ragazza che diventerà il loro oggetto di piacere sessuale per tutta la missione. L’unico ad avere il coraggio di opporsi è il soldato Sven Eriksson (un bravo Michael J. Fox) che si rifiuta di toccare la ragazza tentando, inutilmente, di proteggerla. Anche gli altri due soldati sembrano restii ad abusare della giovane, ma alla fine la ferocia di Meserve li convincerà ad assecondarlo. Dopo alcuni giorni di stupri quotidiani, la pattuglia si ritrova in un nuovo scontro a fuoco e Meserve ne approfitta per uccidere la ragazza, così che nessuno possa raccontare le vicenda. Ma la coscienza di Eriksson gli impedisce di tacere e, contro anche il parere dei suoi superiori, denuncia ufficialmente l’accaduto. Questo gli costerà la carriera militare, il rispetto dei colleghi e buona parte della vita privata.

E allora chi sono le vittime del titolo? Tutti. De Palma ce lo dice benissimo: in guerra perdono tutti. Perde la povera e innocente giovane vietnamita, così come perde l’onesto soldato Ericksson. Ma perdono anche gli altri due soldati che non hanno avuto la forza di opporsi, così come perdono Clark e Meserve (a cui poi verranno ridotte sensibilmente le pene dopo vari ricorsi) che sono stati costretti a scambiare per sempre la loro umanità con un odio sfrenato e insaziabile.

Purtroppo questa pellicola, così bella e allo stesso tempo così dura, naufragò al botteghino segnando uno dei flop più clamorosi della stagione. In molti diedero la colpa al suo protagonista Michael J. Fox considerato inadatto al ruolo (allora era fresco reduce della trilogia di “Ritorno al futuro”). Ma io, personalmente, non  condivido: quello che allora non piacque fu il doversi confrontare con un argomento tanto doloroso.

Ma non basta guardare da un’altra parte per evitare i problemi visto che noi oggi, volenti o nolenti, con le vittime di guerra i conti ce li dobbiamo fare.

Vittime di guerra

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman

Qulacuno volò sul nido del cuculo Loc

(USA, 1975)

Il 19 novembre del 1975 si tiene a Los Angeles la prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, uno dei soli tre film nella storia a vincere i cinque Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore e miglior attrice non protagonista (gli altri due sono “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme).

Con una delle cattive più famose del cinema (paragonabile anche a Lord Darth Fenner, e lo dico da padawan sfegatato) l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da una bravissima Louise Fletcher – che vincerà meritatamente l’Oscar, rimanendo poi troppo legata a questo ruolo nell’immaginario del pubblico, che stenterà poi ad apprezzarla in altri differenti – “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è il primo grande film di successo planetario ad affrontate apertamente il dramma delle malattie mentali e degli istituti in cui vengono ospitati i malati. Il primo film a parlare dello stesso argomento è in realtà “Gli esclusi” che John Cassavetes dirige nel 1963, ambientato in un ospedale per bambini con gravi disturbi del comportamento, pellicola però che ebbe gravi problemi di produzione e di fatto troppo all’avanguardia per i tempi.

Come per “Il Padrino”, in cui il ruolo di Michael Corleone era stato pensato per Warren Beatty che invece clamorosamente rifiutò costringendo la produzione a “ripiegare” (l’ho messo apposta fra virgolette!) su Al Pacino; per questo film la produzione aveva da subito pensato a James Caan che invece declinò l’offerta, lasciando libera la parte di Randle Patrick McMurphy che Jack Nicholson renderà immortale.

Inoltre, questo film consacrerà la figura di Michael Douglas come giovane e intelligente produttore cinematografico. E’ proprio a lui si deve la partecipazione alla pellicola del giovane e sconosciuto Danny DeVito, che per anni aveva condiviso appartamento e vita da scapolo con il giovane e allora scapestrato Michael.

Per la chicca, ci togliamo subito il problema del titolo in italiano. Quello originale – di cui il nostro è la fin troppo letterale traduzione – si rifà direttamente al titolo del romanzo da cui è ispirato. Infatti, l’azione del film si svolge nel 1963, anno successivo alla pubblicazione del romanzo di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulle proprie esperienze come volontario nell’ospedale dei veterani di Melno Park, in California. Ma, già durante la stesura della sceneggiatura, fra Kesey, Milos Forman, Bo Goldman e Lawrence Hauben – questi ultimi due autori finali dello script – nacquero profonde e incolmabili fratture, tanto da portare Kesey a non voler mai vedere il film finito. Fra tali contrasti c’è probabilmente la totale cancellazione dal plot del film della filastrocca che cita appunto il nido del cuculo – che nello slang comune americano è uno dei molti modi per chiamare un manicomio – che invece nel libro ha una ben precisa ricorrenza. Nonostante questo la produzione, vincolata dal contratto di cessione dei diritti e dal successo americano del romanzo di Kesey che era diventato negli anni un simbolo della nuova generazione (ma che da noi venne pubblicato solo nel 1976 grazie al successo del film) non toccò il titolo. E le menti illuminate dei nostri distributori, per non saper né leggere e né scrivere (si fa per dire) lo lasciarono così…

Metafora anche del conflitto generazionale che allora infuocava la società, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è sempre un esempio di grande cinema impegnato che ancora emoziona, con la sua scena finale che sfido chiunque a rivedere senza commuoversi.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

“Millennium Actress” di Satoshi Kon

Millennium Actress Loc

(Giappone, 2001)

Attenzione, non vi fate fregare da vostri pregiudizi sui film d’animazione, qui parliamo di una grandissimo film, del puro e raro “cinema nel cinema” di alta qualità. “Millennium Actress” – e mi assumo serenamente tutta la responsabilità! – di Satoshi Kon è un film che sicuramente sarebbe piaciuto al grande Francois Truffaut e che non sfigura accanto al suo capolavoro “Effetto notte”.

Il responsabile di un’emittente televisiva giapponese decide di realizzare uno speciale su Chiyoko Fujiwara, famosissima attrice cinematografica della metà del Novecento, che adesso, settantenne, vive una vita riservata insieme alla sua governante. Nel corso dell’intervista Chiyoko rievoca, catapultandoci dentro il suo intervistatore e persino il cameramen, i fatti salienti della sua carriera legati inesorabilmente a quelli della sua vita privata che è ruotata attorno all’amore della sua vita: un giovane pittore sovversivo che lei per una notte ha nascosto e del quale non ha mai saputo il nome. L’unica cosa che lui le ha lasciato è stata una piccola chiave, la cui corrispettiva serratura lei ha sempre cercato…

Dov’è la linea di demarcazione fra la vita e il set per una grande e famosa attrice cinematografica? …Satoshi Kon – scomparso troppo presto – ce lo racconta molto bene e con una eleganza e uno stile da grande autore. Una lezione di cinema a tutti gli effetti.

Da vedere.

Millennuim Actress

 

“Billy Elliot il musical” di Lee Hall e Massimo Romeo Piparo

Billy Elliot il musical Locandina

Devo ammettere che quando vidi al cinema il film originale del 2000, in controtendenza alla stragrande maggioranza dei giudizi di amici e conoscenti, non mi appassionò più di tanto. Il portare sul grande schermo la vera storia del ballerino Philip Mosley mi sembrò solo una scusa per ribadire il dramma sociale che la simpatica Lady di Ferro contribuì a creare durante il suo mandato, e già molto bene rievocato con il bellissimo “Grazie, signora Thatcher”.

Ma, gente, lo spettacolo musicale – che certamente è costruito su quello inglese che ha riscosso un successo planetario grazie anche alle musiche di Elton John – che ha messo in scena Massimo Romeo Piparo è davvero entusiasmante. Grazie a un bravissimo cast in cui spicca Alessandro Frola (classe 2000) nei panni di Billy Elliot e Christian Roberto (classe 2001) in quelli del suo amico Michael, assistiamo a due ore e quarto di musical di alto livello. Tutto cantato e – ovviamente – ballato dal vivo.

Allora ci sono attori italiani bravi a recitare, cantare e ballare dal vivo…

“I giganti uccidono” di Fielder Cook

I giganti uccidono Loc

(USA, 1956)

Ho scovato e visto questa vecchia pellicola perché la sceneggiatura è firmata dal grande Rod Serling e, come tutte le sue opere, merita di essere ricordata. Già il titolo originale la dice lunga (“Patterns” che letteralmente sarebbe “Modelli” e/o “Motivi”), siamo a metà degli anni Cinquanta e le grandi società americane – che di lì a breve diventeranno le grandi multinazionali che conosciamo – sono in mano alla seconda generazione di “padroni”. Sono i figli di coloro che le hanno fondate dal nulla, loro hanno studiato e viaggiato e gestiscono l’azienda, il mercato e la sua finanza con un approccio nuovo che non è più quello dei padri che conoscevano il nome di battesimo di tutti i loro dipendenti, adesso i sottoposti sono solo dei numeri che servono al bilancio in sede di vendita o di fallimento. Il giovane ingegnere Fred Staples (Van Heflin) responsabile di una piccola fabbrica di provincia viene chiamato nella sede centrale della Ramsey Ltd come nuovo dirigente. A volerlo è stato direttamente il presidente della grande società Ramsey Jr in persona, dopo averlo visto al lavoro in una sua visita. Ma Staples scoprirà presto che il presidente lo vuole sì per le sue capacità, ma anche per spingere l’anziano vice presidente William Briggs (un sempre bravo Ed Begley) alle dimissioni. Briggs, infatti, è nella società fin dalla sua fondazione dove era il braccio destro del vecchio Ramsey, e adesso non si trova più in sintonia con il figlio che giudica troppo spregiudicato e senza scrupoli non mancando di farglielo presente in ogni consiglio d’amministrazione…

Da godere fino all’ultima scena, in cui si consuma lo scontro fra Staples e Ramsey jr, che ce la dice lunga sui principi dell’economia e dell’industria americana, e che si conclude alla Serling: in maniera del tutto imprevedibile.

I giganti uccidono