“Birra ghiacciata ad Alessandria” di J. Lee Thompson

Birra ghiacciata Loc

(UK, 1958)

Io che non sono un amante dei film bellici adoro, invece, questa pellicola che racconta un evento realmente accaduto sul fronte africano nel 1942. Non parliamo di grandi manovre o strategici attacchi arei, ma di una scalcinata ambulanza militare inglese che da Tobruk, assediata dai tedeschi (tornata oggi tristemente alle cronache) deve raggiungere Alessandria per portare in salvo due giovani ausiliare rimaste sul fronte per errore. A scortare le due ragazze ci sono il capitano Anson (impersonato da uno strepitoso John Mills), militare capace ma logorato nei nervi dal fronte e per questo dedito all’alcol, e il sergente Pugh (Harry Handrews che sembra nato per questo ruolo). Durante un rifornimento, al gruppo si unisce il capitano sudafricano Van der Poel (un giovane e volitivo Anthony Quayle) rimasto indietro. Sotto gli effetti dell’alcol Anson commetterà una leggerezza che costerà la vita a una delle due ragazze e per questo, mortificato, prometterà a se stesso di non bere più fino a quando raggiungeranno Alessandria, dove c’è un piccolo bar che serve una gustosissima birra ghiacciata in bottiglia. Ma la strada per quel bar è dura, drammatica e piena di colpi di scena…

Tratto dal romanzo di Christopher Landon e diretto dal grande artigiano della macchina da presa J. Lee Thompson, “Birra ghiacciata ad Alessandria” è un bell’esempio del miglior cinema inglese del dopoguerra. Da vedere d’estate con un bella birra fresca accanto al divano!

 

“We Want Sex” di Nigel Cole

We Want Sex Loc

(UK, 2010)

Sembra incredibile, ma ancora nel 1968 il salario di uomini e donne era diverso, ovviamente in sfavore delle donne. Questo film ci racconta la lotta che per prime fecero 187 operaie che lavoravano alla Ford, nel reparto tappezzerie dei sedili dello stabilimento di Dagenham, un quartiere di Londra. Ricordandoci, poi, come dovettero combattere contro i pregiudizi dei loro datori di lavori, ma anche dolorosamente contro quelli dei loro mariti e fratelli.

Del 1968 vengono ricordate fin troppe cose – molte delle quali sono rimaste sempre e solo nella capoccia di chi, enfatico, continua a raccontarle – ma i fatti di Dagenham sono fra i pochi che devono essere ricordati come dovere civico e sociale. Con una grande Sally Hawkins e un bravissimo e indimenticabile Bob Hoskins , da vedere e rivedere fin da piccoli.

“Il contrario della solitudine” di Marina Keegan

Il contrario della solitudine Cop

(2015, Mondadori)

La storia di questa raccolta di racconti e saggi ha un fondo molto triste, perché la sua giovane autrice, a neanche 23 anni è morta in un incidente stradale. Nonostante l’età, la Keegan era già considerata un astro nascente della letteratura statunitense, dopo aver frequentato Yale era stata chiamata dal prestigioso The New Yorker come collaboratrice. La vita, però, come dice il grande John Lennon, è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti, e così cinque giorni dopo la laurea Marina Keegan è l’unica vittima del ribaltamento dell’auto guidata dal suo ragazzo. Ma la sua prematura scomparsa non è affatto il motivo per leggere i suoi racconti, il motivo per leggerli è semplicemente perché sono davvero molto belli.

E pensare che da noi il formato racconto viene sempre più snobbato dagli editori, e non dai lettori, e il successo de “Il contrario della solitudine” ne è l’ulteriore dimostrazione.  E se è triste pensare a quali altri magnifici scritti il destino ci ha portato via insieme alla giovane Marina e al suo genio, è sconfortante pensare pure a quanti altri geniali autori di racconti italiani sono costretti a tenere le loro opere chiuse nel cassetto perché ottusamente rifiutate solo per il loro formato.

“La nave di Teseo” di Doug Dorst e J. J.Abrams

La nave di Teseo Cop

(2014, Rizzoli Lizard)

In questo periodo J.J. Abrams è sulla bocca di tutti per la prossima uscita del settimo e attesissimo episodio della saga della saghe di Guerre Stellari “Il risveglio della Forza” da lui diretto. Ma il poliedrico e geniale autore di “Lost” è anche il coautore di questo romanzo-nel romanzo-nel romanzo che di fatto spacca il modo tradizionale di leggere e scrivere. “La nave di Teseo” del titolo è un romanzo del 1949, ultima opera del misterioso scrittore V.M. Straka la cui identità è avvolta in una fitta nebbia. Ma oltre alla storia stampata c’è ne è un’altra, scritta sullo spazio non stampato delle pagine da due ragazzi che consultando il libro si scambiano idee e tesi sulla vera storia dello scrittore e sulle “cose” nascoste nel romanzo e nelle sue note. Inoltre, ed è questa forse l’idea più geniale e innovativa, fra le pagine spuntano ogni tanto vecchie cartoline, vecchie foto, mappe disegnate su tovagliolini o articoli di giornali studenteschi che possiedono – spesso ben nascosti – elementi fondamentali per ricostruire le varie storie.

Tanto geniale quanto affascinante. Alla faccia di chi frigna lagnandosi del fatto che la narrativa, con le innovazioni tecnologiche (che a detta degli autori hanno permesso la realizzazione del volume, impensabile fino a poco tempo fa) stia morendo …poracci!

La letteratura (sia quella cartacea che quella digitale) è viva e combatte con noi!

“Le vie del signore sono finite” di Massimo Troisi

Le vie del signore sono finite Loc

(Italia, 1987)

Scritto da Massimo Troisi e dalla sua partner lavorativa e, per un periodo anche di vita Anna Pavignano, “Le vie del signore sono finite” ci riporta nel ventennio (epoca storica negli anni Ottanta poco rivisitata, se non da Tinto Brass) e ci racconta la storia di Camillo, un barbiere di Acqualsalubre – un piccola e irreale località termale del sud Italia – inventore di pozioni per capelli e dermatiti, ma afflitto da una grave quanto misteriosa malattia psicosomatica che lo costringe ciclicamente su una sedia a rotelle. Come sempre, nei film di Troisi, l’intimo e il personale hanno un ruolo focale nella vicenda dei protagonisti, e così Camillo per affrontare la sua malattia dovrà affrontare se stesso e soprattutto i suoi sentimenti. Davvero un gran bel film, che ci ricorda che perdita abbia subito il nostro cinema e la nostra cultura in generale con la morte prematura del suo regista. Nel cast appaiono anche Massimo Bonetti e Marco Messeri (davvero bravo nel ruolo del fratello morboso di Camillo), amici intimi di Troisi anche nella vita reale. Il film vince meritatamente il Nastro d’Argento per ma migliore sceneggiatura.

 

“In ordine di sparizione” di Hans Petter Moland

In ordine di sparizione Loc

(Norvegia/Svezia, 2014)

Quando questa drammatica commedia nera è stata presentata in Italia (da un distributore indipendente, è giusto ricordarlo) sono stati richiamati autori come Tarantino, Kitano o i fratelli Coen, ma nessuno – incredibilmente! – ha parlato di Mario Monicelli o di Alberto Sordi e, soprattutto, del loro strepitoso “Un borghese piccolo piccolo” al quale questo film è palesemente ispirato.

Nils Dickman (un bravo quanto implacabile Stellan Skarsgård) vive una vita tranquilla in un piccolo paesino al nord della Norvegia, nel quale guida lo spazzaneve che libera l’unica strada d’accesso alla località. Anche se “immigrato” dalla Svezia, Nils è ben voluto da tutta la comunità, tanto che gli viene assegnato il premio “Uomo dell’anno”. Ma la mattina dopo la sua vita viene stravolta dalla notizia agghiacciante della morte per overdose del suo unico figlio. Il grave lutto compromette anche il suo matrimonio che in breve tempo naufraga con l’abbandono della moglie. In procinto di suicidarsi, Nils scopre casualmente che suo figlio è stato vittima di un complotto, capitando a sua insaputa nelle mani di feroci spacciatori . La vendetta del conducente di spazzaneve sarà implacabile quanto cruenta…

Da ricordare anche l‘interpretazione di Bruno Ganz, nei panni del capo di una famiglia di balcanici al quale per errore vene ucciso il figlio, e che si ritroverà davanti Nils nel momento del giudizio finale.

Fa bene pensare che il nostro grande cinema, anche se passato, ancora è fonte di ispirazione.

“Mortacci” di Sergio Citti

Mortacci Loc

(Italia, 1989)

Questo è un film ingiustamente dimenticato, figlio legittimo e di tutto rispetto della nostra grande commedia, a cui aggiunge insoliti motivi e atmosfere surreali. Scritto da Sergio Citti, Ottavio Jemma, David Grieco e l’indimenticabile e insostituibile Vincenzo Cerami – e poi mi piace pensare ispirato alla “‘A livella” del grande Totò -.

In un piccolo cimitero “vivono” le anime dei morti che aspettano di essere scordati dai vivi per poter terminare il loro viaggio nell’aldilà. A Lucillo, il nuovo arrivato, ognuno racconta la sua, e così si intrecciano le storie più tristi, misere ma anche divertenti e spietate.

Insomma, come dice il Principe:

“…Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:

nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

La scomparsa di Sergio Sollima

Sergio Sollima

Lo scorso 1° luglio è scomparso Sergio Sollima, uno dei grandi autori dello spaghetti western, e soprattutto il padre dello sceneggiato “Sandokan” con Kabir Bedi. Classe 1921, Sollima era forse l’ultimo rappresentate della grande e sorprendente generazione che ha segnato il cinema mondiale, formatasi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Cinecittà. Già alla fine degli anni Sessanta i suoi film western parlano di lotta di classe e rivoluzione, il Cuchillo de “La resa dei conti” del 1967, interpretato da Tomas Milian, è dichiaratamente ispirato a Che Guevara. Ma l’opera per la quale bisogna intitolargli piazze e strade è indubbiamente “Sandokan”. A quarant’anni suonati, possiede ancora oggi tutta la sua potenza rivoluzionaria narrativa e visiva.

Ad avercene oggi di registi così…

“L’uomo di Marte” di Andy Weir

L'uomo di marte Cop

(2014, Newton Compton Editori)

La parte più interessante di questo romanzo incalzante – oltre al fatto che a breve arriverà nelle sale di tutto il mondo la sua riduzione cinematografica firmata dal maestro Ridley Scott e interpretata da Matt Damon – sta nel riportarci alle atmosfere antiche e fascinose dell’esplorazione e della sopravvivenza sulle orme dell’immortale Robinson Crusoe. Perché Weir riesce a farci rivivere la stessa emozione della solitudine e della lontananza che provarono i lettori contemporanei di Daniel Defoe, perché allora un’isola deserta persa nell’Atlantico era proprio dall’altra parte dell’universo, come per noi oggi può essere Marte.