“La storia della principessa splendente” di Isao Takahata

Principessa Splendente Loc

(Giappone, 2013)

Dal mitico Studio Ghibli di Hayao Miyazaki arriva questo splendido e crepuscolare “La storia della principessa splendente” diretto Isao Takahata, amico e collega di Miyazaki già dai tempi di “Lupin III”.

Se la storia di Gemma di Bambù è affascinante già di per se stessa, con le immagini di Takahata – che a tutti gli effetti sono una vera e propria opera d’arte – e la loro fantastica animazione, parliamo di 137 minuti struggenti e indimenticabili.

La gioia di vivere e di scoprire il mondo “nonostante tutto” caratterizza le opere del maestro Miyazaki, mentre una languida ma irresistibile tristezza segna invece quelle di  Takahata, come nel bellissimo e “Una tomba per le lucciole” sull’immane tragedia di Hiroshima. .

Da vedere.

“Colpo di spugna” di Jim Thompson

Colpo di spugna Cop

(Einaudi, 1964/2014)

Be’, gente, se il Re Stephen King lo chiama “Big Jim Thompson” ci sarà un dannato motivo!

Ogni libro di Thompson è un viaggio senza sconti nella parte più buia e cavernosa nell’animo umano.

In “Colpo di spugna” – pubblicato per la prima volta nel 1964 – Nick Corey, l’indolente sceriffo della piccola Contea di Potts, nel profondo Texas, porta avanti una vita tranquilla e pigra.

Quando, nell’imminenza delle elezioni per il rinnovo della sua carica si presenta un suo concittadino che sembra riscuotere molto successo, Nick è costretto ad affrontare la situazione o la sua vita e, soprattutto, i suoi vizi rischieranno di andare a gambe all’aria.

Una terribile e implacabile discesa agli inferi della mente malata di un uomo che, per colpa dell’indolenza e la superficialità dei suoi concittadini, veste pure i panni di sceriffo. Tosto e bellissimo come pochi.

Per la chicca: nel 1981 Bertrand Tavernier ha girato un omonimo adattamento cinematografico del libro di Thompson ambientandolo in un piccolo villaggio coloniale francese con un grande e inquietante Philippe Noiret come protagonista e una bella, fascinosa e oscura Isabelle Huppert nei panni di Rose, pellicola che venne nominata all’Oscar come miglior film straniero.

Ma tranquilli, al momento è quasi impossibile trovarne una copia in dvd!

“Azur e Asmar” di Michel Ocelot

Azur e Asmar Loc

(Francia/ Belgio/ Spagna /Italia, 2006)

Ci sono molti modi per parlare ai più piccoli di integrazione e convivenza, e questo delizioso e visionario film di Michel Ocelot è uno dei migliori.

Ocelot, già autore di “Kirikù e la strega Karabà” e “Principi e principesse”, ci racconta della possibile e serena convivenza della cultura cristiana con quella islamica e con quella ebraica.

Fanno da sfondo splendide immagini di ambienti, palazzi e opere d’arte della cultura araba davvero sublimi. Ma l’importante, ci sottolinea il regista, non sono quelli, la cosa che più conta è l’amore e il rispetto per il prossimo.

Grazie al genio produttivo di Andrea Occhipinti, il nostro Paese ha coprodotto una così bella pellicola d’animazione.

“Non dico altro” di Nicole Holofcener

Non dico altro Loc

(USA, 2013)

Questa delicata e divertente commedia sull’amore intorno ai cinquant’anni non deve essere ricordata perché rappresenta una delle ultime, grandi, interpretazioni dell’indimenticabile James Gandolfini ma, invece, per il suo stile elegante, leggero e al tempo stesso intimista, raro da trovare in un film di genere.

Scritto e diretto da Nicola Holofcener, “Non dico altro” ha come protagonista Eva – una bravissima  Julia Louis-Dreyfus – divorziata e con una figlia in procinto di andare al college, che vive facendo la massaggiatrice a domicilio.

Ora noi italiani, grazie soprattutto al cinema pecoreccio anni Settanta e Ottanta, associamo il mestiere di massaggiatrice a domicilio al mondo dell’eros a pagamento, cosa che non invece ha nulla a che fare con la nostra Eva, che una sera, dopo una lunga giornata di lavoro, ad un party conosce Albert (Gandolfini), anche lui divorziato e con una figlia prossima al college.

Ma la vita è strana, e ci nasconde sempre simpatiche – si fa per dire – sorprese dietro l’angolo…

“Boyhood” di Richard Linklater

Boyhood Loc

(USA, 2014)

Vincitore di un Oscar, a Patricia Arquette come miglior attrice non protagonista; due Golden Globe, ancora alla Arquette e a Richard Linklater come miglior regista, e dell’Orso d’Argento a Berlino, oltre ad altri numerosi quanto prestigiosi premi nei festival di tutto il mondo, questo “Boyhood” percorre 12 anni di vita del giovane Mason (un bravissimo Ellar Coltrane), che conosciamo a 8 anni, e percorriamo con lui i dodici anni che lo porteranno alla soglia dei 20.

Il viaggio lo facciamo letteralmente, perché questo film è stato realizzato proprio in dodici anni.

Il cast si è ritrovato a scadenze fisse, per brevi periodi e quasi annualmente.

Un’esperienza simile, solo per fare l’esempio che amo di più, a quella di Francois Truffaut con il “suo” Jean-Pierre Léaud.

Ma a caratterizzare questa pellicola non è solo questo virtuosismo, è la storia minimalista e quotidiana di un bambino che deve diventare adulto in mezza alle solite, comuni ma non per questo facili problematiche adolescenziali.

E su questo il regista Richard Linklater ricorda nuovamente Truffaut, che aveva per i bambini e gli adolescenti uno sguardo d’amore vero e sincero, senza falsi paternalismi o fastidiosi sentimentalismi.

Davvero un bel film.

“Profondo Rosso” di Dario Argento

Profondo Rosso Locandina

(Italia, 1975)

Il 7 marzo del 1975 usciva nelle sale italiane uno dei dieci migliori film nella storia della cinematografia mondiale (e se non siete d’accordo è perché avete avuto troppa paura per vederlo bene e quindi fate i fighetti!).

Io che non sono affatto un amante dell’horror, o peggio dello splatter, non posso che riconoscere come “Profondo Rosso” sia un capolavoro a tutti gli effetti.

Gli interpreti – anche se quasi tutti doppiati – con David Hemmings e Clara Calamai su tutti, la colonna sonora dei Goblin e di Giorgio Gaslini, una città inquietante (composta nella realtà da scorci e palazzi di Roma, Torino e Perugia), ma soprattutto le atmosfere e il terrore puro fanno dell’opera di Dario Argento una vetta artistica del nostro cinema alla pari dei grandi capolavori internazionali.

Scritto dallo stesso Argento assieme a Bernardino Zapponi, questo film rappresenta l’apice irraggiungibile della carriera del cineasta romano che non riuscirà più a toccare una simile perfezione.

Questo non vuol dire che il resto delle opere di Argento sia mediocre, anzi al contrario, ma “Profondo Rosso” resta lì: una spanna sopra tutti gli altri.

Per la serie “la chicca del post” ci sarebbero tanti aneddoti da ricordare, come per esempio che le mani di nero guantate del killer sono in realtà quelle dello stesso Argento, o che la prima scelta del regista per la colonna sonora furono nientepopodimeno che i Pink Floyd; ma quella che amo più in assoluto è un’altra, che avvenne fuori da una arena estiva in una splendida località balneare della Toscana molti anni or sono.

Avviso che l’epilogo di questa storia svela l’identità dell’assassino (ALLARME SVELATRAMA!), per cui chi ancora non ha visto “Profondo Rosso” si fermi qui, faccia un favore a se stesso vedendoselo, e poi riprenda a leggere.

ALLARME SPOILER: da qui in poi non si torna indietro!

Insomma, all’ingresso dell’arena c’era ovviamente la bella e inquietante locandina del film davanti alla quale tutti gli spettatori erano costretti a passare prima di prendere posto per la proiezione. Appena aperto l’ingresso, e quando ancora molti spettatori dovevano entrare, qualche rapidissimo genio malefico scrisse con un grosso e pesante pennarello nero, proprio sopra il titolo: “E’ STATA LA VECCHIA”.

“Il commissario Pepe” di Ugo Facco De Lagarda

Il commissario Pepe Cop

(Neri Pozza/Giano 1965/2009)

Questo breve ma intenso romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1965 in un’Italia pimpante e volitiva, ancora in pieno boom economico post bellico.

Scoprire i vizi e i pruriti sessuali di una ricca provincia del nord – che assomiglia tanto a Vicenza – non era così di moda e facile come lo è oggi.

Far passare poi il tutto sopra la scrivania di un commissario di Pubblica Sicurezza – dite quello che vi pare, ma su alcuni aspetti per me molto simile al Montalbano di Camilleri, quello dei libri e non quello della televisione – votato più alla riflessione che all’azione, è davvero cosa notevole.

Mettiamoci pure che leggere un’opera firmata da un ottimo narratore come Facco De Lagarda – che fu partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e direttore di banca nella vita civile – ci illumina ancora meglio sulla nostra società di allora, e su come è diventata quella che è oggi.

La voglia di leggere questo romanzo mi è venuta vedendo l’omonima e grande trasposizione cinematografica che fece Ettore Scola nel 1969 con uno strepitoso Ugo Tognazzi nei panni di Gennaro Pepe.

Cogliendo a pieno lo spirito e le atmosfere dell’opera di Facco De Lagarda, Scola ne ha cambiato alcuni punti cruciali, mantenendo però intatta la sua grande potenza narrativa.

“Martin Matin” di Denis Olivieri, Claude Prothée, Luc Vinciguerra

Martin Matin

(Francia, 2003-2005)

Questa serie animata è una delle più divertenti e geniali degli ultimi anni.

Ideata e scritta da Denis Olivieri, Claude Prothée, Luc Vinciguerra ci racconta le avventure del piccolo Martin Matin (nomen omen!) che ogni mattina si risveglia in vesti fantastiche sempre diverse.

Se un mattina si ritrova nei panni di un antico faraone, il giorno dopo veste quelli di un astronauta, passando dentro tutte le figure più famose – a volte anche un po’ scomode – dell’immaginario di un bambino di 7 anni.

Ad aiutarlo c’è sempre Gromò, il suo migliore amico, e Roxane, sua compagna di scuola oltre che suo grande amore ricambiato.

Martin è costretto a celare al mondo interno i sempre nuovi aspetti che vive ogni mattina, soprattutto al perfido prof Graindesel, vice Preside, che tenta in ogni modo di coglierlo in fragrante per punirlo in maniera esemplare. Ma dalla sua, Martin, ha Cornichon, l’anziano e benevolo Preside della scuola.

Inno alla fantasia incontenibile e serena dei bambini delle elementari, e con un incastro Graindesel-Cornichon  molto simile a quello Piton-Silente di Harry Potter, “Martin Matin” è una serie che fa sempre piacere rivedere.

“La Dea del ‘67” di Clara Law

La dea del 67 Locandina

(Australia, 2000)

Questa delicata e struggente pellicola – distribuita in Italia dalla Fandango –  diretta dalla cinese Clara Law e scritta dalla stessa regista assieme al connazionale Eddie Ling-Ching Fong, ci racconta la dolce e amara storia della non vedente B.G. (interpretata da una bravissima Rose Byrne) che incappa nel giovane J.M. (Rikiya Kurokawa), un giapponese fanatico della vecchia Citroen DS del 1967, che è arrivato in Australia per comprarne un esemplare visto in rete.

J.M. è un esperto – forse anche troppo – di informatica, affascinato dall’automobile francese vista nel film “Frank Costello faccia d’angelo”, ed è disposto a tutto per averla, e per questo porta con se B.G. come guida – si esatto, una non vedente come guida – nel cuore selvaggio dell’immenso continente.

Ma la trama in realtà non è forse così importante, qui sono sublimi i paesaggi e gli stati d’animo che arrivano dritti a cuore dallo schermo; così come la non vedente B.G. vede e osserva il mondo molto meglio del normo dotato J.M..

Un film davvero sorprendente nella suggestiva tradizione, ormai consolidata, del nuovo cinema orientale.

“L’ora del Rosario” di Fiorello e Giampiero Solari

L'ora del rosario Loc

In tutto il mondo non sono molti gli artisti che soli – o quasi – sul palco inchiodano gli spettatori di un teatro facendoli sghignazzare dalle risate e cantare per oltre due ore.

Rosario Fiorello è uno di questi: è il vero animale da palcoscenico, istrionico e geniale, che rilancia ad ogni battuta togliendo il fiato allo spettatore, e facendo ogni sera uno spettacolo diverso.

A Fiorello deve anche essere riconosciuto il merito, unico nel nostro Paese, di saper portare folle al teatro senza apparire da diverse stagioni sul piccolo schermo.

La genialità dell’artista siciliano – chiamarlo solo comico o cantante sarebbe troppo riduttivo – sta anche nel fatto di saper anticipare e precorrere i tempi, come l’invenzione storica della sua edicola creata e sviluppata esclusivamente sulla rete.

E se qualcuno storce il naso perché Fiorello gli ricorda troppo il declino, lento ma inesorabile, della televisione (soprattutto di quel modo di farla che ha dominato la cultura italiana negli ultimi decenni) peggio per lui!

Noi ci godiamo Fiorello che, come la grande Samantha Cristoforetti, allarga i nostri orizzonti in ogni senso.