“Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi

Jack Frusciante Cop

(Baldini & Castoldi, 1995/2014)

Oggi voglio parlare di questo romanzo tardo adolescenziale, simbolo di una generazione, che nonostante i suoi vent’anni rimane sempre una gran piacevole lettura. La prima volta che lo lessi non avevo neanche 25 anni e toccò corde fresche e mai sfiorate prima; oggi ne tasta altre, molte delle quali avevo scordato di avere, e un paio che mi hanno fatto davvero incazzare. Soprattutto quelle che parlano ingenuamente di quella generazione che poi verrà fagocitata dalla famigerata “crisi” che ne schiaccerà – e continua a farlo ancora oggi – sogni e ambizioni. Mi imbufalisce pensare che il vecchio Alex oggi magari lavora in un call center con un simpatico contratto Co.Co.Pro. (vi prego non parliamo del “Jobs Act”!) o che Aidi lavora in nero visto che una volta diventata mamma nessuno l’assume più. Ma la cosa ancora più inquietante è il ritratto del nostro Paese che fa da sfondo alla “maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale”, sconvolto e indignato per l’assassinio del giudice Falcone sembra volersi rialzare e reagire. La storia politica degli ultimi vent’anni ci racconta come è andata a finire, e occhio, non è un finale alternativo: è quello unico e vero!

“Il risveglio della magia” di Don Hahn

Il risveglio della magia Loc

(USA, 2009)

Agli inizi degli anni Ottanta il cinema di animazione sembrava essere arrivato al capolinea. I grandi effetti speciali misti a sequenze spettacolari di film come “Guerre stellari” o “Indiana Jones” sembravano aver definitivamente sostituito la magia dei tradizionali cartoni animati. La stessa Walt Disney Company otteneva la maggior parte dei ricavi da altri campi come i parchi a tema o le serie tv, e al botteghino i classici cartoni non riscuotevano più il successo dei decenni precedenti. Ma le cose cambiarono quando a capo della Disney vennero messi due uomini provenienti dalle grandi case di produzione di Hollywood: Frank Welles e Michael Eisner. Oltre a triplicare gli introiti della company i due, in qualità rispettivamente di Presidente e Amministratore Delegato, ridiedero energia e linfa al reparto animazione che nel decennio 1984-1994 realizzò capolavori campioni d’incassi come “La sirenetta”, “Aladdin”, “La bella e la bestia” e “Il Re Leone”. E sbriciando dietro le quinte di questi bei film incontriamo grandi artisti come Howard Ashman, autore geniale delle musiche dei primi tre, stroncato dall’AIDS a soli quarant’anni nel 1991 prima di poter vedere “La bella e la bestia” nell’edizione finale. Insomma, un documentario bellissimo che ci racconta la rinascita dell’animazione fino al 1995, anno in cui l’animazione al cinema cambia nuovamente con “Toy Story” e l’avvento della grafica digitalizzata.

E per la chicca ci si può godere, nelle immagini di repertorio, un giovanissimo Tim Burton disegnatore della Disney, e un John Lasseter, futuro fondatore della Pixar, maldestro operatore amatoriale.

“Quel giardino di aranci fatti in casa” di Herbert Ross

Quel giardino di aranci Loc

(USA, 1982)

E’ vero che portare sul grande schermo una commedia di Neil Simon è apparentemente una cosa molto facile, ma solo la grande maestria di Herbert Ross riusciva a farlo senza far trasparire l’impronta nettamente teatrale del soggetto. E’ il caso di questo delizioso film dei primi anni Ottanta in cui giganteggia un grande Walter Matthau nei panni di Herbert Tucker, sceneggiatore hollywoodiano in crisi che riceve la visita della figlia 19enne Libby (una brava Dinah Manof, già Marty Maraschino in “Grease”) che non vede da sedici anni. Oltre a confermare la teoria seconda la quale un grande attore comico possiede anche le corde del drammatico, “Quel giardino di aranci fatti in casa” ci parla dei problematici e – troppo spesso – dolorosi rapporti familiari con quella leggerezza e ironia di cui solo Neil Simon è capace. Da vedere appena passa in tv.

“Lei” di Spike Jonze

Lei Loc

(USA, 2013)

Il visionario Spike Jonze firma questo bel film ambientato in un futuro prossimo  dominato dai computer, e il cui nocciolo – nella migliore tradizione dei migliori film di fantascienza – è basato su una delle grandi domande che si pone l’essere umano: che cos’è l’amore? e, soprattutto, in amore vince chi prende o chi si dà?

Con una sceneggiatura geniale – vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe e di cui non anticpo nulla proprio per godersela al meglio – “Lei” si basa sulle grandi interpretazioni di Joaquin Phoenix e di Scarlett Johansson che dona la voce – solo la voce! – a Lei, e per questa interpretazione esclusivamente “sonora” vincitrice del premio di miglior attrice al Festival del Cinema di Roma.

Purtroppo è impossibile non parlare specificatamente della versione italiana in cui è stata scelta una voce per il personaggio interpretato da Scarlett Johansson attenta soprattutto a pronunciare in perfetto inglese il nome del protagonista. E allora ci si chiede: perché la Johansson non è stata doppiata (come accade fortunatamente da anni) da Ilaria Stagni, grande doppiatrice di Bart Simpson e allo stesso tempo proprietaria di quella voce profonda e suadente che ha segnato film come “Match Point” o “Lost in Translation”? Ai posteri l’ardua sentenza, e comunque bisogna rivedere il film in lingua originale per riapprezzarlo meglio e rendersi conto della bravura della Johansson.

“L’amore bugiardo” di David Fincher

L'amore bugiardo Loc

(USA, 2014)

Prometto di non rivelare nulla che possa far intuire il finale di questo bel thriller: lo prometto! Abbasso gli spoilerizzatori seriali!

Perchè, oltre alla trama, c’è tanto da dire su questo bel film. Primo, la bravura dei protagonisti Rosamund Pike (già Bond Girl) e, soprattutto, Ben Affleck che coglie in pieno il quarantenne medio americano “patito dei film di Adam Sandler “ e in crisi esistenziale. Intrigante – come sempre – è anche la regia di David Fincher che ti inchioda davanti al film per quasi due ore e mezzo senza mai darti tregua. Tratto dal romanzo di Gillian Flynn – che è l’autrice anche della sceneggiatura – de “L’amore bugiardo” merita di essere sottolineata anche la pungente critica al falso e ipocrita buonismo televisivo che imperversa e avvelena la nostra società. Insomma, un film da vedere.

“Saving Mr. Banks” di John Lee Hancock

Saving Mr Banks Loc

(USA, 2013)

Cominciamo col dire che mi hanno sempre affascinato le ricostruzioni cinematografiche della genesi di grandi opere artistiche o di semplici, ma emozionanti, opere d’ingegno che sono entrate a far parte del mio intimo e personale immaginario. E’ inutile aggiungere che “Mary Poppins” sia una di queste, e John Lee Hancock ci regala un’affascinante ricostruzione dell’apice del lungo e tormentato rapporto – durato quasi vent’anni – fra il grande Walt Disney e la scrittrice P.L. Traves, per la cessione dei diritti del famoso libro. Basato sul libro di Valerie Lawson “Mary Poppins She Wrote” – titolo che richiama palesemente la Miss Marple di Agatha Christie – che ricostruisce la vita tormentata dell’inventrice della tata più famosa del cinema, “Saving Mr. Banks” ci racconta di una scrittrice terrorizzata dalla paura di “svendere” la sua creatura più famosa e più cara, visto che odia i cartoni animati, che si scontra con la personalità volitiva e dirompente di Walt Disney, pronto a tutto pur di mantenere la promessa fatta alle sue figlie: portare Mary Poppins sul grande schermo. Con dei fantastici e godibilissimi duetti fra P.L. Traves (una bravissima Emma Thompson) e Walt Disney (un altrettanto bravo Tom Hanks) questa pellicola ci porta alle radici di un sogno che, come accade spesso, nasce da un grande dolore.

“La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto

La mafia uccide solo d'estate Loc

(Italia, 2013)

Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ci regala una film nella migliore tradizione della grande commedia all’italiana. La vita di Arturo (interpretato dallo stesso Pif) si intreccia involontariamente – come quella di tutti noi italiani, è inutile nasconderselo – con quella della grande criminalità organizzata chiamata Mafia.

Se “Il Divo” di Paolo Sorrentino ci ha raccontato la vita “quasi” privata dello statista Giulio Andreotti – che fino all’ultimo fu ospite fisso di numerose e onorate trasmissione televisive – Pif ci ricorda semplicemente quello che fece e, soprattutto, disse durante il suo lungo mandato politico, fra cui spicca la risposta alla sua inspiegabile assenza alle esequie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa trucidato insieme alla moglie e agli uomini della sua scorta: “Ai funerali preferisco i battesimi”.

Con una sequenza finale indimenticabile “La mafia uccide solo d’estate” ha vinto, giustamente, l’European Film Awards 2014 come migliore commedia, oltre al David di Donatello vinto da Pif come migliore regista esordiente dell’anno.

Addio a Francesco Rosi

Francesco Rosi

Lo scorso 10 gennaio se ne è andato il maestro Francesco Rosi e con lui scompare uno degli ultimi pezzi di quel movimento storico, culturale e politico che portò il nostro cinema ad essere esempio e guida per tutte le altre cinematografie mondiali. I film di Rosi sono ancora oggi fondamentali documenti civili per capire una complessa società come la nostra che, infondo, con aspetti e facce diverse tende a ripetere se stessa.

Capolavori come “Salvatore Giuliano” o “Le mani sulla città” ci raccontano da dove veniamo e dove stiamo andando, così come “Dimenticare Palermo” (che la cronaca vuole osteggiato con quasi tutti i mezzi dall’allora nostro Presidente del Consiglio) anticipò di pochi mesi il terremoto politico che avrebbe investito la nostra politica (terremoto che alla fine, come quello “stra” celebrato del ’68, ha lasciato le cose pure peggio di prima).

Insomma, se ne è andata una delle menti più lucide e giovani della nostra cultura, e qui aggiungo la mia piccola testimonianza: la sera che andai a vedere al cinema l’appena uscito “Mars Attacks!” di Tim Burton – parliamo del 1996 – riconobbi in Rosi il signore seduto accanto a me. Ancora mi porto dietro lo stupore che mi ha provocato vedere un maestro del nostro cinema – le cui opere stavo studiando all’Università – osservare interessato e divertito un film così geniale ma così fuori le righe.

L’eredità di Rosi si può riassumere anche nel necrologio che ha pubblicato sua figlia Carolina che si chiude con la richiesta: ”Non fiori ma solidarietà per gli immigrati”.

“L’altra parte” di Alfred Kubin

L'altra parte Cop

(Adelphi, 2001)

Questo romanzo, scritto nel 1908, è ancora oggi uno dei più fantastici ed enigmatici che abbia mai letto. Alfred Kubin (1877-1959) disegnatore, illustratore e ovviamente anche scrittore austriaco, firma un racconto onirico e fantastico che segnerà il Novecento. Leggendolo sono evidenti spunti e visioni che verranno poi sviluppati straordinariamente da geni come Franz Kafka, Gustav Meyrink (autore de “Il Golem”) e tutto il movimento Surrealista, e vi si trovano allo stesso tempo atmosfere e riferimenti a Edgar Alla Poe, autore che lo stesso Kubin aveva più volte illustrato. La trama è apparentemente semplice: un illustratore viene invitato da Patera, un suo vecchio compagno di scuola, a trasferirsi nel misterioso Stato del Sogno, sconosciuto e invisibile ai profani. Patera ha fatto fortuna e col suo immenso patrimonio ha fondato uno stato nel cuore oscuro dell’Asia, in cui si può accedere solo per invito. L’uomo, assieme alla moglie, accetta l’invito ma la vita nel nuovo e sconosciuto Paese gli riserverà inquietanti e terrificanti sorprese. Visionario come pochi, “L’altra parte” è per chi ama viaggiare nel mare abissale della fantasia, senza paura di annegare.

Altro grande motivo per leggere questo libro sta nel fatto che vi sono, evidentissime e incantevoli, tante attinenze fra le visioni oniriche di Kubin e quelle del grande Federico Fellini, noto lettore dell’Adelphi.

Per la chicca: nel 1973 è uscito, nell’allora Germania Ovest, “Traumstadt” diretto da Johannes Schaaf e ispirato al libro di Kubin, ma del tutto introvabile visto che non è uscito nel nostro Paese.

#jesuischarlie

Je Suis Charlie

Ci sono davvero poche cose da dire per commentare a quello che è successo ieri mattina a Parigi, nella sede del giornale satirico “Charlie Hebdo”, se non ricordare che è la paura la cosa più pericolosa per la libertà. “Punire” così atrocemente i più agressivi – come gli autori di un giornale satirico – serve a “zittire” tutti i moderati, che ovviamente sono i più numerosi: #jesuischarlie