“Appuntamento a Belleville” di Sylvain Chomet

Appuntamento Belleville Cop

(Francia/Canada/Belgio, 2003)

Questo splendido e crepuscolare cartone animato ha fatto incetta di premi e riconoscimenti, fra cui una candidatura all’Oscar. Chomet, al suo primo lungometraggio, è stato subito considerato la risposta europea – e forse è più opportuno dire francese, visto che i transalpini sono il terzo paese produttore di film d’animazione al mondo – al grande Hayao Miyazaki. Un malinconico affresco della “douce france” anni ‘40-’60, in cui il protagonista è l’amore assoluto sconfinato e invincibile di una nonna verso il suo unico introverso e silenzioso nipote, che da sola ha cresciuto, e che trova nella bicicletta la sua realizzazione. Da vedere e rivedere, ricordando che è un film dedicato agli adulti e non ai più piccoli.

“The Prestige” di Christopher Nolan

The Prestige Locandina

(USA/UK, 2006)

Cominciamo col dire che l’inglese Christopher Nolan è uno dei miei registi preferiti, e quasi tutte le dieci pellicole da lui dirette fino ad oggi mi hanno sempre affascinato, per non parlare di “Interstellar” che al momento è in post-produzione, e che promette di essere un altro grande e spettacolare film. In questo film si parla invece di magia e soprattutto dei trucchi, della creatività, del genio e del sacrificio che sta dietro i più grandi illusionisti di tutti i tempi. Con un cast stellare fra cui spiccano Christian Bale, Hugh Jackman, Scarlett Johansson, un inquietante David Bowie nei panni dello scienziato Nikola Tesla, e l’intramontabile Michael Caine –protagonista del prossimo film “In The Future” di Paolo Sorrentino -, “The Prestige” ci racconta fin dove può arrivare la volontà di un uomo che vuole stupire il suo pubblico. Come tutti i film di Nolan, la parte più intrigante della storia e dei suoi personaggi è quella cerebrale che, mista alla costruzione di un perfetto plot destrutturato, crea un cocktail imperdibile. Il trucco c’è …o no?

“Reign Over Me” di Mike Binder

reign over me locandina

(USA, 2007)

Questa bella pellicola indipendente, scritta dal regista attore Mike Binder, non ha trovato inspiegabilmente una distribuzione nel nostro Paese alla sua uscita nella sale USA. Eppure parla in maniera molto pacata ma al tempo stesso efficace  del dolore profondo e della fredda solitudine che questo comporta.

Alan Johnson (un bravissimo, come sempre, Don Cheadle) è un odontoiatra di successo che lavora e vive, assieme a moglie e figlie, a Manhattan. Un giorno, per strada, casualmente incontra Charlie Fineman (un inaspettatamente bravo Adam Sadler) suo compagno di stanza all’Università, che non vede da oltre quindici anni. Fineman, strambo e lunatico, paradossalmente vive come un eremita nella città che non dorme mai, girando per le strade sul suo monopattino a motore. La sua vita si è interrotta l’11 settembre 2001 quando su uno dei due aerei che si schiantarono sulle Torri Gemelle persero la vita la moglie, le sue tre figlie neanche adolescenti e anche il suo cane. Dal 12 settembre Fineman è diventato un reietto della società che non vuole parlare né vedere nessuno che gli ricordi la sua vita precedente, e passa le giornate a giocare alla playstation, ad ascoltare dischi in vinile e a ristrutturare la cucina. Ma Alan lo convince a prendere un caffè…

Binder firma l’elegante ritratto di una persona devastata dal dolore che non riesce mentalmente ad andare avanti ma che, grazie all’aiuto di un ormai lontano conoscente – che non ha nemmeno conosciuto sua moglie – con il quale ha diviso per due anni la stanza molti secoli prima, tenterà di salvarsi. La bravura di Binder sta anche nel fatto di far rivivere la tragedia di quel giorno senza usare neanche un fotogramma originale di quelle ore, che ormai si sono stampati a fuoco nel nostro immaginario.

L’anniversario totale di William Shakespeare

William Shakespeare

I pochi documenti ufficiali sulla vita e sulla morte del Bardo di Stratford upon Avon ci dicono che nacque e morì lo stesso giorno: il 23 aprile, con una differenza di 52 anni. Oggi quindi si festeggia il 450° anniversario della nascita di William Shakespeare – al tempo stesso, ma con molta meno enfasi, il 398° anniversario della sua morte – l’autore più rappresentato in tutto l’occidente e non solo. Se è vero che sulle sue opere è stato scritto tantissimo – “tutto” sarà impossibile scriverlo anche fra altri 450 anni! – sulla sua vita, invece, ci sono moltissimi punti e periodi oscuri. L’unico documento autografo del Bardo a tutt’oggi riconosciuto, che non sia un’opera letteraria o teatrale, è il suo testamento nel quale lascia alla moglie il “secondo miglior letto” della casa, e che per stile e sintassi non ha davvero nulla a che vedere con le sue opere. La teoria che in questi ultimi decenni ha preso piede è che in realtà Shakespeare, la cui carriera di attore invece è ampiamente documentata, sia stato una sorta di prestanome di un autore che volontariamente si sia voluto nascondere. Nel film “Anonymous” di Ronald Emmerich, scritto da John Orloff, si ripercorre la tesi elaborata per la prima volta nel 1920 dallo scrittore britannico J. Thomas Looney, nella quale l’autore di tutte le opere firmate da Shakespeare sia Edward de Vere, conte di Oxford, e uno dei numerosi figli illegittimi di Elisabetta I. Un’altra ipotesi vede invece come autore delle opere del Bardo nientemeno che Christopher Marlowe, drammaturgo poeta e traduttore inglese del tempo. A solleticare gli studiosi sono le numerose incongruenze fra la vita e le opere del genio di Stratford upon Avon. Tanto per fare un esempio, in “Romeo e Giulietta” ci sono numerose descrizioni della vita e della città di Verona che solo un testimone oculare avrebbe potuto riportare, mentre i documenti storici ci dicono che Shakespeare nel corso della sua vita non ha mai lasciato l’Inghilterra. Marlowe e de Vere invece si. Alla fine del Cinquecento non era così semplice scrivere di una città così lontana senza esserci stato, le cartine geografiche erano approssimative e di difficilissima reperibilità, per non parlare delle immagini. C’è ancora una terza teoria che vede Shakespeare prima attore e poi impresario, e proprio in questo ruolo il Bardo avrebbe raccolto comprando (e forse alcune volte anche rubacchiando) opere di autori contemporanei per avere materiale per la sua compagnia, e alle quale ha inserito il suo nome per praticità. Di certo William Shakespeare è stato uno dei pochissimi attori e impresari della sua epoca a morire ricco.

Ma di chi sia stato realmente l’autore delle opere immortali come “Amleto”, “Otello” o “Romeo e Giulietta” in fin dei conti ce ne fregiamo della grossa. Forse non sarà stato proprio il Bardo, ma quello che è certo è  che alla fine del Cinquecento e nei primi anni del Seicento la cultura elisabettiana ha permesso la fioritura di opere così straordinarie ed eterne, e se Shakespeare è stato l’inventore della figura del “ghost writer” chissenefrega!  …Questo non è il problema…

La magia immortale di Gabriel Garcia Marquez

GG Marquez

Ieri si è spento il grande Gabriel Garcia Marquez. Sono ore ormai che tutte le testate del mondo ne ripercorrono la vita, la carriera giornalistica e soprattutto le opere letterarie. Ci sono giornalisti molto chic che per farlo hanno redatto un simpatico riassuntino  – usando vocaboli e atmosfere ricercate da spot pubblicitario – di “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata” o “L’amore ai tempi del colera”, tanto per dimostrare che loro Marquez lo hanno letto (…forse). Ma l’opera immortale e la figura di Marquez certo non possono essere sfiorate da tanta superficialità. In questo triste giorno solo una cosa ci può “salvare”: leggere e/o rileggere le sue opere. Io parto senza esitazione da “Cent’anni di solitudine”: le emozioni che provai la prima volta che lo lessi ancora mi accompagnano tutte le volte che ripenso a Remedios la bella o alla sua prima frase, che ha ammesso  Marquez in varie interviste, è stata la più difficile da scrivere.  E soprattutto non vedo l’ora essere nuovamente sedotto dall’ironia, dall’amore e dalla magia che sprizzano da ogni sua pagina. Buon viaggio e grazie di tutti i sogni G.G. Marquez, ovunque tu sia diretto.

 

Mastroianni immortale a Cannes ma non in Italia…

Cannes 2014 Loc

Ormai è qualche giorno che la notizia ha fatto il giro del web: sul manifesto del Festival di Cannes 2014 c’è una splendida fotografia di Marcello Mastroianni ai tempi de “La Dolce Vita” di Federico Fellini. Al dire il vero ci sarebbe poco  da stupirsi, Mastroianni è uno dei grandi attori che hanno rappresentato il grande cinema mondiale. Ma lo rappresenta ancora  per il nostro Paese? Gli stessi che qualche settimana fa hanno esultato alla – sacrosanta – vittoria dell’Oscar come miglior film straniero de “La grade bellezza” di Paolo Sorrentino, oggi parlano di nuovo elogio al genio cinematografico italiano. Peccato che fino a pochi minuti fa, della carriera e dell’eredità artistica di Mastroianni, nessuno di loro ne parlava da decenni. Povera Italia…

“Doctor Sleep” di Stephen King

Doctor Sleep Cop

(Sperling & Kupfer, 2014)

Esatto! Sono fissato di Stephen King e leggo tutti i suoi libri appena escono: e allora?!

Prima di iniziare questa sua ultima fatica non sono riuscito ad evitare di sbirciare alcune aspre critiche sull’”attesissimo seguito di Shining!”. Ognuno la pensa come vuole e ha tutto il diritto pure di esternarlo, ma dite quello che vi pare: il Re è sempre il Re. Gli anni passano e le persone maturano (e come ho già detto parlando del Re, maturare non vuol dire sempre invecchiare) e Stephen King è uno scrittore che rimane fedele a se stesso, ai  suoi lettori e, soprattutto, ai suoi mostri interiori. Chi pensa di leggere le stesse cose che King scriveva trent’anni fa – alcolista e al limite della tossicodipendenza per sua stessa ammissione: nel suo splendido “On Writing” racconta come, proprio a causa di alcol e anfetamine di cui faceva abbondantemente uso in quegli anni, abbia sol un vago ricordo della genesi del suo “Cujo”  – sbaglia completamente. “Doctor Sleep” è un romanzo che parla di mostri, ma soprattutto di dipendenze autodistruttive e di come, raramente, ci si può salvare da queste. Di come la vita di una persona possa essere influenzata drammaticamente dal comportamento autodistruttivo dei suoi genitori, ma anche di come la stessa persona possa salvarsi, o almeno tentare onestamente di farlo. Come capita sempre dopo aver letto un libro del Re, appena terminato “Doctor Sleep”, ci si rende conto che i mostri più famelici e letali sono quelli dentro di noi. W il Re!

“Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

Uomini che odiano le donne Cop

(Marsilio, 2005)

Il giornalista svedese Stieg Larsson, classe 1954, è morto di un inaspettato infarto il 9 novembre del 2004. Fino a quel giorno, oltre ai numerosi articoli per varie testate, aveva pubblicato solo alcuni saggi sulla democrazia e sui movimento di estrema destra nel suo paese natale. Larsson era da anni uno dei massimi esperti dei rigurgiti neofascisti nel nord Europa, tanto da diventare, fra le altre cose, consulente di Scotland Yard per i reati e i delitti commessi in tale ambito. Negli ultimi anni della sua vita aveva approfondito anche il terrificante mondo della tratta delle ragazze – soprattutto di provenienza dai paesi dell’ex blocco sovietico – nel ricco settentrione europeo. Da queste sue ricerche Larsson aveva preso spunto per scrivere un romanzo incalzante e dallo stile asciutto (tipico di un giornalista d’inchiesta), che in breve tempo si sviluppò in una trilogia, con una protagonista fuori da ogni schema precedente dal nome di Lisbeth Salander. A fargli da contraltare è il giornalista Mikael Blomkvist, davvero tanto simile per storia personale e professionale al suo inventore. Poche settimane prima di quel fatidico 9 novembre 2004 Larsson aveva inviato i suoi manoscritti ad una casa editrice… la storia ci dice come è andata: di fatto Lisbeth Salander è ormai un’icona nell’immaginario mondiale, solo fino a marzo del 2010 la trilogia del Millenium, ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi, diventando l’emblema della grande tradizione giallo noir scandinava. Anche il cinema si è appassionato a Larsson, prima in Svezia e poi pure Hollywood hanno realizzato l’adattamento cinematografico dei suoi romanzi  …e magari Stieg non ha neanche mai visto la bozza della copertina del suo “Uomini che odiano le donne”.

“Elysium” di Neill Blomkamp

Elysium Loc

(USA, 2013)

Certo non si può dire che Neill Blomkamp, nato nel 1979 a Johannesburg, non conosca bene il razzismo e tutto quello che comporta. Cresciuto in un paese che è stato prima il simbolo arrogante di questa triste e vergognosa piaga sociale e poi, accompagnato dal grande Mandela, esempio del cambiamento. Già con il suo “District 9” del 2009 Blomkamp, con la “scusa” della fantascienza, raccontava i disagi e le umiliazioni di immigrati extraterrestri. Con “Elysium” trasforma tutto  il nostra pianeta in un continente sottosviluppato, che i pochissimi ricchi hanno abbandonato ma che sfruttano senza pietà. Con un bravo Matt Damon e un’ancora più brava Jodie Foster (che mostra tutto il suo talento anche nello scegliersi i ruoli più provocatori) “Elysium” è da vedere, soprattutto in questo momento di inizio campagna elettorale, diventa ancora più inquietante…

“Lezioni Americane – Sei proposte per il prossimo millennio” di Italo Calvino

Lezioni americane Cop

(Garzanti, 1988)

Il 19 settembre del 1985, oltre che imberbe, ero troppo depresso per il rientro a scuola e certamente la notizia dell’improvvisa morte di Italo Calvino mi sarà passata fra le orecchie senza rendermi conto di quello che significava per la nostra cultura e per quella mondiale. Avevo letto alcuni suoi scritti nell’infanzia e alle scuole medie la prof mi aveva dato da leggere “Il sentiero dei nidi di ragno” per l’estate. Ne ero rimasto profondamente colpito, ma anche inquietato e impressionato. Il primo grande e cosciente incontro con Calvino arrivò solo qualche anno dopo, all’Università, al mio primo esame che prevedeva il suo “Lezioni americane” in programma. Catartico è dire poco…

Il libro raccoglie le sei lezioni – l’ultima purtroppo largamente incompleta – che avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures” (intitolate al dantista e storico dell’arte americano Charles Eliot Norton) nell’autunno del 1985. In pratica sono i criteri fondamentali per chi vuole scrivere, e al contempo stesso, i diritti di chi vuole leggere. Sono lo specchio della nostra grande cultura del Novecento che ha segnato quella mondiale, ma che non sembra avere avuto poi tanti eredi. Sulla grandezza e l’immortalità di Calvino non sono certo io che scopro niente: il suo racconto “Furto in una pasticceria”, che appartiene alla raccolta “Ultimo viene il corvo”, ha ispirato “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, tanto per fare un esempio…