In arrivo “The After” di Chris Carter

Chris Carter COp 2

Su LaStampa.it di oggi c’è una notizia molto particolare: Chris Carter (nella foto presa dal web), l’autore della serie e dei film “X Files”, sta lavorando a un nuovo progetto dal titolo “The After”. La nuova produzione sarà “meno fantascientifica e più vicina al genere thriller” rispetto a quella con gli agenti Scully e Molder, dice l’articolo. Ma il particolare di questa notizia è un altro: si trova nel le pagine dedicate alla tecnologia e non in quelle di televisione o  cinema.

Eh si, perché a produrre la nuova serie sono gli Amazon Studios, la divisione produttiva del colosso dell’e-commerce guidato da Jeff Bezos. Questo significa che “The After” sarà la prima grande produzione televisiva la cui fruizione avverrà attraverso il web. Si sta aprendo, di fatto, una nuova epoca anche nel mondo dell’intrattenimento, oltre che in quella dell’editoria.

Certo, noi italiani, che viviamo nel Pleistocene dell’informatica – dove sorridenti cariatidi, intervistate in televisione, continuano ironiche a parlare di e-book e di nuove tecnologie etichettandole come semplici “bolle di sapone” – dovremmo aspettare ovviamente molto più di tutti degli altri per poterle vedere.

Il link dell’articolo è:

http://www.lastampa.it/2013/08/29/tecnologia/da-xfiles-allapocalisse-il-ritorno-di-chris-carter-passa-per-amazon-NmqxlZRycoyoEiurbkqgHP/pagina.html

“I Simpson” di Matt Groening

I Simpson Cop 5

(USA, dal 1989)

Non credo esista un programma che abbia rivoluzionato la televisione come la serie ideata da Matt Groening nel lontanissimo 1989. Tanto di cappello ai produttori che allora gli credettero e che continuano a farlo ancora oggi. Sull’immenso Homer Simpson c’è poco da aggiungere, visto che ormai è parte integrante dell’immaginario collettivo dell’intero Occidente. Anche in quest’occasione non si può fare a meno di ricordare che se il successo del personaggio in USA è dovuto anche al doppiatore Dan Castellaneta, qui da noi lo stesso merito va attribuito all’indimenticabile Tonino Accolla.  La stessa cosa vale per Bart, Lisa (che nessuno mi toglie dalla testa essere una fra le ispiratrici del personaggio di Hermione Granger) e Marge (che recentemente ha posato alla grande per il paginone centrare di Playboy) si possono scrivere pagine e pagine, ma il succo è sempre lo stesso: passano gli anni ma la famiglia di Springfield non invecchia di un giorno!

Nino Taranto

Nino Taranto 1

Il 28 agosto 1907 nasceva a Napoli Nino Taranto, uno dei più grandi attori e caratteristi del Novecento. Taranto salì sul palcoscenico a 12 anni e praticamente non ne scese più, se non pochi anni prima della sua morte, avvenuta il 23 febbraio 1986 a Napoli. E’ stato uno dei pochi attori napoletani, infatti, a non lasciare mai la sua città natale. Dal teatro macchiettistico la sua carriera ha spaziato nella rivista, alla radio, al cinema e poi la anche in televisione. E’ vero che “Ciccio Formaggio” e “Agata” sono considerati i suoi cavalli di battaglia, ma io amo tanto le sue interpretazioni cinematografiche accanto a Totò (trovo limitante chiamarli semplicemente ruoli da spalla). Soprattutto in “Tototruffa ‘62” (1961, di Camillo Mastrocinque) e ne “Il monaco di Monza” (1963, di Sergio Corbucci) i loro duetti hanno qualcosa di straordinario e irripetibile che non stanca mai, e sono paragonabili solo a quelli con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica. In un’intervista degli anni Settanta, Taranto ha raccontato del grande stress che pativa nel lavorare con Totò: una volta battuto il ciak sudava fisicamente “sette camicie” per stare dietro alle gag e alle battute esilaranti che il Principe si inventava su due piedi, ogni volta diverse dalla precedenti. Ma vogliamo parlare di “Mobutu: l’Ambasciatore del Batonga”?

Tototruffa 2

Totò e Nino Taranto col vero Mobutu (“Totòtruffa ’62”)

“L’ombrello blu” di Saschka Unseld

Ombrello Blu Cop

(USA, 2013)

Che quelli della Pixar siano dei grandi innovatori è ormai un dato di fatto. Ma ogni volta riescono sempre a stupirci. Come con questo corto che al momento è nelle sale abbinato a “Monster University” di Dan Scanlon. Non che il prequel incentrato sulla nascita dell’amicizia fra Mike e Sullivan non meriti di essere visto, anzi! (e nella versione italiana c’è da apprezzare anche il grande lavoro di Sandro Acerbo che ha dovuto sostituire – senza dubbio suo malgrado – l’indimenticabile Tonino Accolla nel doppiare Mike).  Ma il prezzo del biglietto vale già solo il corto che è davvero una sublime piccola opera d’arte, sia per la tenera storia d’amore,  sia per gli effetti visivi davvero incredibili che mettono in dubbio – per un attimo – le nostre capacità visive.

“Vacanze romane” di William Wyler

Vacanze romane Cop

(USA, 1953)

Il 27 agosto del 1953, a New York, si consumava la prima mondiale del film cha avrebbe consacrato definitivamente a star del cinema quella splendida diva, dagli occhi di cerbiatto, che era Audrey Hepburn. Il personaggio della principessa Anna, ispirato all’allora giovane regina Elisabetta II d’Inghilterra – anche se all’inizio è più simile alla sorella “viziata” e “capricciosa” Margaret – è uno dei più romantici e riusciti del grande schermo. Sullo sfondo una Roma solare e spensierata che aderisce perfettamente alla visione che gli americani avevano – o volevano avere – di un Paese che, solo pochi anni prima avevano combattuto, invaso e poi liberato; e che nel 1953 soffriva ancora la fame (“Guardie e ladri” di Steno e Monicelli è solo di due anni prima) e che stentava ancora a rialzarsi.  

Fra le citazioni e i numerosi remake, spicca il blockbuster “Notthing Hill” (1999) con la bella Julia Roberts che, invece di una regina impersona una diva di Hollywood, dal nome – guarda caso – Anna Scott.

“Vedovo, aitante, bisognoso d’affetto, offresi… anche babysitter” di Jack Lemmon

Vedovo aitante Cop

(USA, 1971)

Si, il regista è proprio lui, Jack Lemmon, il grande interprete delle più importanti commedie hollywoodiane della seconda parte del Novecento. Questa deliziosa – e sottolineo deliziosa – commedia è l’unica pellicola, purtroppo, firmata dal grande attore. E non poteva che essere interpretata dal suo grande amico e partner di lavoro Walter Matthau che, invecchiato appositamente per il film, impersona Joseph P. Kotcher un anziano vedovo che vive con il figlio e la nuora, e si occupa più che efficientemente del nipotino Duncan. Ma sua nuora lo trova invadente e obsoleto, e soprattutto non si fida di lui. Gli toglie così la cura del figlio, affidandola alla giovane adolescente Erica. Poco dopo impone al marito di chiudere il suocero in una casa di riposo. Ma “Kotch” proprio non ci sta, e per non mettere in crisi il matrimonio del figlio decide di allontanarsi. Intanto la giovane Erica rimane incinta e viene allontana dalla città. L’anziano, venuto a conoscenza della notizia, la rintraccia e sarà lui l’unico sostegno, materiale e morale, alla grande prova che dovrà affrontare la giovane. Davvero un affresco dolce e delicato sulla terza età e sul ruolo di questa nella società, che già allora tendeva a emarginare.

E adesso tu ti chiederai: “ma che cavolo c’entra il titolo in italiano?”

E infatti non c’entra una mitica mazza!

E’ evidente che dietro a queste fantasmagoriche traduzioni ci deve essere qualcosa, tipo un premio occulto in denaro per il titolo più fuorviante e demente in italiano!

Tanto per la cronaca il titolo originale era “Kotch”.  

Non vorrei essere polemico, ma vogliamo parlare pure della locandina italiana? …degna del fatidico “La nipotina” de “Il comune senso del pudore” di Alberto Sordi.

 

“I mostri” di Dino Risi

Gassman Mostri

(Italia, 1963)

Che il film diretto da Dino Risi – anche a distanza di 50 anni – sia una delle pietre miliari della cinematografia italiana – e non solo – è un dato di fatto. Scegliere fra i vari episodi è davvero difficile, ma visto che qui si parla anche di scrittura, stavolta mi soffermo su quello intitolato “La Musa”. Uno stratosferico Vittorio Gassman “En Travesti” – come dicevano all’epoca dell’uscita della pellicola per non dire travestito – impersona una volitiva critica letteraria toscana che presiede la giuria di un noto premio di scrittura. Nonostante le resistenze alla fine, con la sua parlantina e le sue punzecchiate personali, riesce a far votare tutti gli altri giurati a favore dell’opera prima di un giovane sconosciuto i considerata banale e grossolana. L’episodio si chiude con il giovane vincitore che, nella sua camera d’albergo, viene sedotto dalla sua nuova Musa.

Ma non scherziamo! Figurati se negli anni Sessanta i premi letterari erano lottizzati e pilotati! Ridicolo!

Si diceva in giro all’epoca – in maniera del tutto infondata – che Gassman e Risi avessero intenzione di prendere in giro Maria Bellonci, la madre del Premio Strega… Cattiverie gratuite e infondate!

“Agora” di Alejandro Amenàbar

Agora Cop

(Spagna, 2009)

Firmato dal regista di “Apri gli occhi” (poi rifatto in USA col titolo “Vanilla Sky” con Tom Cruise e diretto da Cameron Crowe) e di “The Others”, “Agora” è uno splendido film sulla storia, sulla religione, sulla scienza, ma soprattutto sul ruolo della donna nella società e nella cultura.

391 d.c., Alessandria d’Egitto è sotto l’Impero Romano, e nella sua leggendaria Biblioteca insegna scienza e astronomia la dotta Ipazia (una bravissima Rachel Weisz). Ma l’Impero – almeno quello d’Occidente – è prossimo al collasso e l’avvento della nuova religione monoteista – il Cristianesimo – sconvolge ogni cosa, soprattutto finirà con l’umiliare e penalizzare atrocemente la considerazione della donna nella società. E Ipazia – simbolo della cultura libera che il paganesimo riconosceva come diritto anche alle donne – ne subirà tutte le conseguenze.

Un lontano passato? …allora mi è venuto da pensare a mia nonna, classe 1920, che solo alla soglia dei trent’anni ha acquisito il diritto al voto. E anche al film “We Want Sex” (UK, 2010) di Nigel Cole, che racconta come solo negli anni Settanta le donne hanno ottenuto il diritto di avere lo stipendio pari a quello degli uomini. E chiudo con una battuta fra  Mirs. Collins (Michelle Pfeiffer) e la giovane Victoria (Belle Heathcote) tratta da “Dark Shadow” (USA, 2012) del grande Tim Burton che si svolge nel 1972:

–       Lei crede nella parità dei sessi?

–       Assolutamente no! …gli uomini sarebbero ingestibili!