“Da mezzogiorno alle tre” di Frank D. Gilroy

Mezzorgiono alle tre Cop

(USA, 1976)

Sono pochi i registi e i film che riescono a scherzare efficacemente con il Western, il grande Mel Brooks e il suo “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” confermano la regola. Ma anche questo film di Gilroy del 1976 entra di diritto nel piccolo club. Graham Finger (un bravo Charles Bronson che dimostra di avere anche doti ironiche oltre a quelle da duro) fa parte di una scalcagnata banda di fuorilegge. Mentre si apprestano a rapinare la banca di una piccola cittadina il cavallo di Finger si azzoppa e i quattro sono costretti a fermarsi nella prima abitazione che incontrano. Lì trovano l’austera e giovane vedova Amanda (Jill Ireland, moglie di Bronson) che li prega di allontanarsi, visto che non possiede un cavallo. Finger controlla nella stalla e ne trova uno, ma mente ai suoi compagni, e così rimane con la donna fino a colpo terminato. Dopo i primi momenti di paura Amanda alla fine viene sedotta dalla cavalleria (finta come tutte le bugie che le racconta sul suo passato) di Graham del quale si innamora perdutamente. Ma proprio quando Graham le dichiara di voler abbandonare il suo infausto mestiere, un giovane della fattoria vicino corre a comunicare alla padrona di casa che in città è successo il finimondo: tre balordi hanno tentato una rapina ma lo sceriffo ne ha ucciso uno e catturato gli altri, che a breve verranno impiccati. Amanda, donna romantica fino al midollo, costringe Graham ad andare a salvare i suoi colleghi. Il bandito non può fa altro che fingere di obbedire, e si appresta a fare una lunga passeggiata per far passare un po’ di tempo, ma viene intercettato dallo sceriffo. Miracolosamente riesce a sfuggirgli, e per salvarsi rapisce un dentista di passaggio e dopo averlo stordito, si scambia con lui i vestiti. Il malcapitato non ha neanche il tempo di riaversi che viene freddato dallo sceriffo. Graham, sereno e placido, arriva in città ma lì viene arrestato, processato e condannato a 3 anni di carcere: l’uomo a cui ha rubato i vestiti – e l’identità – era un truffatore, razziava i denti d’oro ai suoi pazienti. Intanto lo sceriffo giunge a casa di Amanda con il corpo sfigurato del presunto Finger e lei nel vedere il cadavere del suo innamorato sviene. Tutta la comunità le si scaglia contro, Amanda però, con orgoglio, afferma di essere pronta a subire le conseguenze del suo amore ma che, prima di punirla, tutti devono sapere che il sentimento fra lei e il bandito è stata la cosa più bella e romantica della sua vita. Il fervore della donna colpisce tutti, soprattutto uno scrittore di New York casualmente di passaggio in città che le chiede un’intervista per poter ricavarne un libro. E in breve tempo il romanzo diventa un best seller internazionale. Quando finalmente Graham finisce di scontare la pena torna sotto mentite spoglie da Amanda, la cui casa – come del resto tutta la città – è diventata un museo a cielo aperto che viene visitato ogni giorno da tutti i fan del libro sparsi per il mondo. Ma Amanda …e il finale è davvero gustoso! 

Tratto dal romanzo dello stesso Gilroy, che ha curato anche la sceneggiatura, “Da mezzogiorno alle tre” è una commedia divertente e ironica, che si burla di due dei grandi miti del vecchio West: l’amore e i fuorilegge. La locandina che ho inserito è quella originale americana, quella italiana – grazie al solito genio dei nostri distributori – è un triste e del tutto fuori luogo ammiccamento al “Giustiziere della notte”.

“Colorado Kid” di Stephen King

Colorado Kid Cop 1

(2005, Sperling & Kupfer)

Non avrebbe alcun senso raccontare la trama di questo lungo racconto di Stephen King: “Colorado Kid” va semplicemente letto e goduto. Ci sono molti che trovano la seconda parte della produzione letteraria del Re triste e malinconica, soprattutto priva della suspense e dei brividi di cui invece è zeppa la prima. Ma le persone cambiano (e non mi azzardo certo a dire “crescono”). E l’incidente nel quale King ha seriamente rischiato di morire nel giugno del 1999, oltre che fisici, probabilmente ha lasciato anche profondi segni interiori. E siccome King è un grande scrittore anche per la totale onestà che usa per quanto riguarda tutto ciò che scrive, le storie tristi e malinconiche sono diventate forse le sue preferite. Ma il Re è sempre il Re!

“Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry

Se mi lasci cancello

(USA, 2004)

Meritatissimo Oscar 2005 come migliore sceneggiatura a Pierre Bismuth, Charlie Kaufman e al grande Michel Gondry, che ne è anche il regista. “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è uno vero capolavoro da vedere e rivedere, con un cast di alta classe: Jim Carrey (che come per “Truman Show” è stato vergognosamente snobbato agli Oscar), una bravissima Kate Winslet, Tom Wilkinson, Elijah Wood, Mark Ruffalo e Kirsten Dunst. Che cos’è l’amore? ma soprattutto cosa fare quando si soffre per amore? …ma ogni parola è superflua, bisogna (ri)vederlo!

E comunque non sono riuscito a resistere, non ce la faccio a stare zitto, lasciatemi dire solo un’ultima cosa: MA CHI E’ QUEL GENIO CHE HA TRADOTTO IL TITOLO IN ITALIANO?! Manco usando il traduttore di Google si poteva fare uno scempio simile! Tanto valeva intitolarlo “Se mi lasci di SCANCELLO”

“Un cantico per Leibowitz” di Walter M. Miller Jr.

Incantico Leboiwitz Cop

(2009, Mondandori)

Di romanzi di fantascienza ambientati in un futuro post apocalittico ce ne sono molti, ma questo di Miller è davvero particolare. Scritto nel 1959 il romanzo inizia 600 anni dopo il “Diluvio di Fiamma” che ha spazzato via la civiltà umana così come la si conosceva. I sopravvissuti, terrorizzati e sconvolti, per vendicarsi degli “autori” del massacro hanno dato la caccia a ogni individuo “possessore” di conoscenza e per questo ogni libro o documento è stato distrutto, o quasi. Solo in una piccola abbazia, dispersa nel deserto, si conservano gelosamente gli ultimi documenti scritti rimasti che, nel corso dei secoli, vengono copiati e tramandati. 600 anni dopo nel mondo, che è tornato ad essere suddiviso in nazioni, la conoscenza non è più considerata un male; anzi, alcuni sovrani illuminati comprendono che possa essere una potente “arma” di dominazione. 600 anni dopo la Terra è nuovamente sull’orlo dell’abisso: la tecnologia è arrivata a costruire armi di distruzione di massa e fra i grandi blocchi scoppia una crisi senza ritorno, ma nell’abbazia si continua a tentare di salvare la conoscenza…

Con frequenti richiami alla filosofia e alla religione, “Un cantico per Leibowitz” è una dura lettura del genere umano destinato all’autodistruzione, che ha come unica grande salvezza la fede. Solo per l’intricato paradosso Fantascienza-Fede merita di essere letto!