Quando “Toy Story” incontra “Shining”

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L’altra sera mi sono rivisto per l’ennesima volta “Toy Story” – quello del 1995 – e per la prima volta mi sono accorto di un particolare inquietante. Nonostante l’avessi visto un paio di volte al cinema prima e numerose in tv, non avevo mai notato che, quando Woody e Buzz tentano la fuga dalle perfide mani di Sid, la moquette della casa del ragazzino ha lo stesso disegno inquietante di quella che tappezza il pavimento dell’albergo di “Shining”. La cosa mi ha incuriosito non poco e smanettando nella rete ho trovato il sito di Kyle Lambert: “Visual Artist Painting & Illustration”. Il caro Lambert, con il suo Ipad, ha realizzato alcune immagini fantastiche dedicate all’improbabile e geniale incontro fra il primo capolavoro della Pixar e quello firmato da Stanley Kubrick nel 1980.

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Da vedere!

Il sito di Lambert è: http://www.kylelambert.co.uk/

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(Le immagini sono tratte dal sito di Kyle Lambert)

“Il prestanome” di Martin Ritt

Il prestanome Cop

(USA, 1976)

“Caccia alle streghe” è stata definita la persecuzione con cui vennero isolati e ghettizzati molti artisti americani comunisti o simpatizzanti comunisti, agli inizi degli anni Cinquanta, sulla scia delle presunte attività “anti-americane” urlate dal Senatore Joseph McCarty, da qui anche il termine “Maccartismo”. Ma la Commissione che appurava tali attività, in realtà esigeva solo un atto, un atto puro di delazione e denuncia nei confronti degli altri, anche se i nomi erano già stati fatti e ben conosciuti: per tornare a lavorare bastava denunciare. Era la paura ad annientare le coscienze. Ma Howard Price (un inconsueto Woody Allen) è un piccolo allibratore che per sbarcare il lunario fa il cassiere in una tavola calda a Manhattan. Un giorno Alfred, un suo vecchio compagno di scuola, lo supplica di aiutarlo: per i suoi passati da simpatizzante comunista è finito nelle liste nere della Commissione Contro le Attività Anti-Americane, e nessuna televisione lo fa più lavorare. Ha bisogno quindi di un “prestanome” che firmi e presenti le sceneggiature al posto suo. A lui andrà il 10%. Howard è un uomo senza scrupoli che accetta felice. Nel giro di poche settimane diventa un autore televisivo famoso, ben pagato e soprattutto prolifico: ad Alfred si aggiungono altri due proscritti. Tutto sembra procedere al meglio ma gli occhi della Commissione immancabilmente si posano su di lui. Howard è un uomo senza morale e quindi non si preoccupa: darà loro quello che vogliono. Ma pochi giorni prima dell’udienza Hecky Brown (un grandioso Zero Mostel) – attore televisivo proscritto al quale la Commissione ha chiesto di spiare Price per poter essere riabilitato – si suicida, e le cose cambiano. Ritt firma un’emozionante pellicola che riproduce magistralmente gli anni Cinquanta e soprattutto quel clima di terrore e delazione che regnava nel mondo dello spettacolo. Da vedere tutto, compresi i titoli di coda in cui ai nomi del cast viene associato l’anno di inserimento nelle liste nere, si perché, fra gli altri, Martin Ritt, Zero Mostel e Walter Bernstein  – autore della sceneggiatura – fra il 1950 e il 1953 finirono tutti all’indice.

Visite d’arte ispirate dai videogiochi

Assassin Creed Cop

(immagine tratta dal videogioco)

Questa mattina sono rimasto estasiato nel partecipare ad un ameno dibattito fra conoscenti  e dirimpettai sulle gite per il weekend. La  discussione è partita dalla scelta delle mete per i prossimi ponti che incombono, e fin qui niente di strano. Ma la cosa ha preso una piega particolare quando due colleghi hanno affermato di essere stati di recente a San Geminiano per verificare e individuare le eventuali differenze fra le famose torri dello splendido borgo toscano e quelle ad esso ispirate ed inserite nella serie di videogiochi “Assassin’s Creed”. Sublimato, ho ascoltato gli apprezzamenti ingegneristici e architettonici che i due facevano delle vere torri prima, e dei loro cloni digitali poi. Io ancora devo finire il primo “Assassin’s Creed”, e lo trovo fantastico – anche se mi beccano sempre! -, ed ammiro chi si ispira ad opere d’arte col massimo rispetto e la massima perizia. Chi storce il naso pensando si tratti solo di un videogioco sbaglia, come sbaglia chi snobba le console perché: le strade della cultura sono infinite!

“Gli editori sono aziende di tecnologia…” di Giuseppe Granieri

Importante e illuminante è leggere questo articolo di Giuseppe Granieri del 13/04/2013 su La Stampa.it di seguito:

«Se gli editori abdicano all’innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi»

«In molti mercati», scrive Jeremy Greenfiled, «una crescita del 41%, rispetto all’anno precedente, avrebbe portato a stappare una bottiglia di Dom Perignon». Ma non nell’editoria. Questo perché, spiega Jeremy, da un lato la crescita dei ricavi degli ebook sta rallentando rispetto a quanto era cresciuta negli ultimi anni. E dall’altro il mercato della carta continua invece nel suo declino. Così la domanda da porci diventa: «Come faranno gli editori a governare la crescita degli ebook che rallenta e la continua decrescita nelle vendite della carta?». Il post si intitola: Ebook Post 41% Gain in 2012.  Gli ebook, nel 2012, pesano circa un quarto dell’intero mercato editoriale americano. Ma questi dati, che secondo The Register confermano che sempre più americani preferiscono leggere in digitale, provengono dal report annuale dell’ American Association of Publishers. E andrebbero sommati con quelli (più difficili da monitorare) del self-publishing. Su questo fronte, per capire un po’ quanto incida il self-publishing sull’intero mercato,  David Gaughran ci dà qualche indizio commentando alcune cifre che ha rilasciato Barnes & Noble. «Il 25% degli ebook venduti», spiega, «sono autopubblicati». Non si tratta ovviamente di valori comparabili con quelli dell’AAP, perchè sono realtivi alla sola quota di mercato di Barnes & Noble e perché sono relativi alle unità vendute e non ai ricavi. Ma come giustamente osserva David, «il self-publishing sta conquistando uno spazio importante». Gaughran fa poi una stima, non scientifica, su quanto pesa invece il self-publishing sul Kindle Store (che ha la quota di mercato più ampia) e deduce che «il 29% degli ebook più venduti su Amazon è autopubblicato» e che questa percentuale «sembra stabile».  Ma fatti un’idea da solo: Self-Publishing Grabs Huge Market Share From Traditional Publishers. Giova ripeterlo, sono dati da prendere con le dovute cautele e che ci raccontano alcune tendenze. Da un lato il fisiologico rallentamento nell’adozione degli ebook (dopo anni di crescita percentuale a tre cifre) e dall’altro l’aumento del peso delle vendite raccolte da autori che hanno deciso di far da soli. Diventa così interessante leggere il commento di Eli Horowitz, che suggerisce un po’ la direzione. «Gli editori», dice, «ormai fanno parte dell’industria tecnologica. E devono cominciare a ragionare in questo modo». Poi argomenta: «Accettare il futuro non è la stessa cosa che abbracciarlo o rilanciarlo».  È un po’ quello che scriviamo da tempo su queste pagine. Con il digitale gli editori sono delle vere e proprie media company e devono ridisegnare con forza la prospettiva. Anche perché sono le aziende che arrivano dal mondo tecnologico (Amazon, Apple, Google) a competere con loro per i profitti, da quelli della distribuzione a quelli della vendita. Ma anche, come nel caso di Amazon, entrando direttamente nella produzione dei contenuti. Horowitz continua, ragionando sulla logica della salvezza e sulla logica della sfida: «Se pensi solo agli ebook, potresti pensare che non richiedano un editore, ma gli ebook sono solo la punta dell’iceberg. Il potenziale reale dello storytelling digitale può essere scoperto solo attraverso la sperimentazione».  E suggerisce: «Se gli editori abdicano all’innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi». 

L’articolo merita una lettura integrale e una buona riflessione: Publishing Companies Are Technology Companies. Now It’s Time For Them To Act Like It.  Come lettura bonus, oggi, può essere stimolante vedere come Jeff Bezos racconta Amazon agli azionisti quest’anno. L’anno scorso era l’azienda che avrebbe portato innovazione continua e cambiamenti nelle regole del gioco. Quest’anno invece è «l’azienda che non fa profitti per far felice il cliente». Da leggere e rifletterci:  Surprise! ! Jeff Bezos explains to Amazon investors why no profits are a good thing.  

 

“Essi vivono” di John Carpenter

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(USA, 1988)

L’opera John Carpenter è piena di grandi cult, ma scelgo questo perché mi ricordo bene gli anni Ottanta e, allo stesso tempo, sembra scritto e girato oggi. John Nada è un operaio che a causa della grave crisi economica ha perso il lavoro ed è costretto a vagabondare da una città all’altra. Giunto in una nuova metropoli trova lavoro in un cantiere edile. Finita la giornata John non ha un tetto dove andare ma Frank, un collega, lo introduce nella sua sistemazione: una baraccopoli ai margini della città che ruota intorno ad una piccola parrocchia. La sera, come la maggior parte dei suoi vicini, John guarda la televisione ma strane interferenze disturbano i programmi. Nelle interferenze un uomo lancia strani allarmi che parlano dell’invasione da parte di extraterrestri che da anni hanno conquistato la Terra ma che, grazie alla passività degli umani e a sapienti mezzi di ipnosi sublimale, sembra non esserci mai stata. Gli alieni – afferma l’uomo poco prima di essere interrotto dai programmi canonici patinati – hanno assunto ormai tutti i ruoli più importanti a livello economico e finanziario e, oltre a dominarci, stanno sperimentando sostanze chimiche e farmaci su di noi e sul nostro pianeta, proprio come se fossimo il “loro” Terzo Mondo. John, come tutti quanti, ride incredulo, ma nota lo stesso uno strano movimento nella piccola chiesetta. John si intrufola nel piccolo edificio che scopre essere il centro da dove partono quelle strane trasmissioni sovversive. Ma c’è di più, nello scantinato vengono fabbricati degli strani occhiali da sole e, quando la Polizia fa irruzione nella baraccopoli, per istinto ne ruba una scatola. Allontanatosi dalla zona della retata, per curiosità, il giovane operaio si infila un paio d’occhiali e il mondo come lo conosceva finisce per sempre. Grazie a quelle strane e anonime lenti finalmente può vedere: tutta la città è piena di messaggi subliminali che istigano ad obbedire, a essere passivi e a guardare sempre la televisione. Ogni insegna o cartello pubblicitario nasconde un messaggio, così come ogni rivista o libro, persino le banconote hanno il loro: “Io sono il tuo Dio”. Tolte le lenti tutto torna come fintamente normale. Ma la cosa più incredibile e che fra gli esseri umani vivono mimetizzati gli alieni che – guardandoli con gli occhiali – mostrano le loro terrificanti sembianze. Dopo lo shock iniziale John decide di reagire e si unisce alla Resistenza. Lì viene indotto su come riuscire a sopravvivere – visto che gli alieni spacciano i membri della Resistenza come “Comunisti assetati di potere” gonfiando i loro conti i banca – e soprattutto su come “risvegliare” il resto della popolazione. I messaggi subliminali e la mimetizzazione degli alieni è possibile grazie alle onde che vengono trasmesse da una speciale antenna nascosta fra quelle numerose del più grande network della città: basta eliminare quella e non ci sarà più bisogno di occhiali speciali per vedere la realtà. Ma la Polizia fa irruzione, qualcuno ha tradito… Tratto dal racconto “Eight O’Clock in the Morning” di Ray Nelson, il film di Carpenter è uno dei gioielli del cinema indipendente americano degli ultimi decenni con degli spettacolari spot pubblicitari girati ad hoc per il film. Se dovesse tornare nelle nostre sale oggi bisognerebbe aggiungerci un sottotitolo: “Essi vivono – e non mollano le poltrone!”

La prima messa digitale nella storia

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La parrocchia di St. John a Mickleover nel Derbyshire, in Gran Bretagna, è certamente più aggiornata e contemporanea rispetto alla stragrande maggioranza delle case editrici italiane. Infatti, domenica scorsa i suoi fedeli hanno potuto celebrare la prima messa digitale della storia: “Invece del classico foglio cartaceo con canti, preghiere e letture – ci racconta Cacao – Il quotidiano delle belle notizie comiche – tutto si poteva consultare online da tablet e smarthphone grazie a una connessione wi-fi”. Che sia giunto il momento per l’editoria italiana di accettare e affrontare il grande cambiamento? Certo la storia ci insegna che la Chiesa è stata sempre precorritrice nello sfruttare e fare proprie le nuove forme di comunicazione.  Ma davvero ci toccherà aspettare un decennio buono prima di poter trovare tutti i testi in e-book e, soprattutto, a prezzi da e-book e non da cartaceo? Intanto consoliamoci: “Giovedì pomeriggio – conclude Cacao – videoconferenza su Skype con Dio”.

(Fonte: Dailymail.co.uk)

Gian Maria Volonté

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Il 9 aprile del 1933 nasceva a Milano Gian Maria Volonté uno dei  grandi attori, fra i più carismatici, che hanno segnato il nostro cinema, e non solo. Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma nel 1957, Volonté  inizia la sua carriera in teatro riscuotendo un discreto successo,  e passa – cosa poco usuale per quei tempi – alla televisione partecipando a sceneggiati famosi come “L’idiota” di Dostoevsky. Nel 1960 approda al cinema, ma il grande successo arriva nel 1964 con “Per un pugno di dollari” del compianto quanto tutt’ora imitato Sergio Leone. Volonté – che nei titoli di testa usa lo pseudonimo John Wels, così come Leone usa quello di Bob Robertson, visto che il pubblico nostrano credeva che a fare western fossero capaci solo gli americani… – veste i panni del bastardo, cattivo dei cattivi, Ramon. Un personaggio che, come il film che lo immortala, segna il cinema. Anche se torna a vestire i panni dell’infame in “Per qualche dollaro in più” (1965), la sua carriera è ormai decollata e nel 1966 Volonté partecipa a un altro grande film: “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli, nel ruolo di Teofilatto dei  Leonzi . Nello stesso anno torna allo Spaghetti Western con il classico “Quien Sabe?” di Damiano Damiani, nel ’67 lascia il cinema in costume per quello drammatico e di attualità con “A ciascuno il suo” di Elio Petri e nel ’68 è Piero Cavallero – della famigerata  banda criminale – nello spettacolare “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani.  La collaborazione con Petri trova poi il suo apice nel 1970 con il capolavoro “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, dove interpreta magistralmente il “Dottore”, un commissario di Pubblica Sicurezza meridionale dall’animo irrisolto e perverso.  Il successo internazionale dei suoi film lo porta all’estero, soprattutto in Francia dove sempre nel 1970 gira “I senza nome”, un grande poliziesco con Alain Delon, Yves Montand e Buorvil diretto da Jean-Pierre Melville, dal quale nel 1995 Michael Mann prende spunto  per il suo “Heat – La sfida”, con Robert De Niro e Al Pacino.  Seguono poi film come “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo  e “La classe operaia va in paradiso” sempre di Petri. Nel 1972 torna a lavorare – dopo “Uomini contro” del ’70 – con Francesco Rosi ne “Il caso Mattei”, fra i più bei docu-dramma realizzati sulla vita e soprattutto sulla morte di Enrico Mattei.  Dopo aver vestito i panni di Giordano Bruno nell’omonimo film di Montaldo del ’75 e quelli ufficiosi di Aldo Moro in “Todo Modo” di Petri nel ’76 – purtroppo l’attore milanese tornerà ad indossarli ne “Il caso Moro” diretto da Giuseppe Ferrara  che racconta il sequestro, la prigionia e l’assassinio del Presidente della D.C. -, Volonté torna nel 1979 in televisione nello sceneggiato “Cristo si è fermato ad Eboli” diretto da Rosi: una delle pietre miliari del piccolo schermo. Con Rosi, nel 1986, partecipa anche alla produzione internazionale “Cronaca di una morte annunciata” tratto dal romanzo di Gabriel Garcia Marquez.  L’anno dopo viene diretto da Luigi Comencini in “Un ragazzo di Calabria”. Nel 1990 gira, fra gli altri, due film italiani di rilievo: il primo è “Porte aperte” di Gianni Amelio che ripercorre il processo che portò nel Ventennio all’ultima condanna a morte poi eseguita nel nostro Paese. Il secondo è “Tre colonne in cronaca” diretto da Carlo Vanzina (si, si, proprio Carlo Vanzina!), un avvincente thriller tutto made in Italy tratto da un romanzo di Corrado Augias, che però riscuote pochissimo successo. Nel 1991 Gian Maria Volonté torna a parlare di mafia ne “Una storia semplice” tratto da un romanzo breve di Leonardo Sciascia e diretto da Emidio Greco.  Il 6 dicembre 1994, durante le riprese de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos, Gian Maria Volonté viene colpito da un letale attacco cardiaco. In pochi anni purtroppo, un attore di tale bravura e con una caratura internazionale paragonabile solo a quella di Marcello Mastroianni, viene vergognosamente dimenticato.

 

“Miseria e nobiltà” di Mario Mattoli

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(Italia, 1954)

L’8 aprile del 1954 usciva in Italia “Miseria e nobiltà” diretto dal maestro Mario Mattoli. A vestire i panni di Felice Sciosciammocca è l’inarrivabile principe Totò, che rende immortale la già irresistibile pièce di Eduardo Scarpetta. Dagli spaghetti infilati nelle tasche, alla dettatura della lettera con “Stocio”, passando per “…certi check così!” a “Vincenzo m’è padre…”. Ogni scena è un equilibrio perfetto di gag e battute, molto spesso con il doppio o il triplo senso; e alle fine ogni personaggio e ogni evento si incastra al millimetro con gli altri. Fra i grandi meriti di questa pellicola, come di tutte quelle nate sulla scia dei festeggiamenti per il primo centenario della nascita di Eduardo Scarpetta, c’è quello di aver reso fruibile ai posteri l’arte della grande commedia scarpettiana interpretata da chi Scarpetta lo ha conosciuto e visto in teatro dal vivo.

“Uomini e topi” di John Steinbeck

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(1938-2005 Bompiani)

La prima volta che ho letto questo breve romanzo di Steinbeck – fortunatamente nella traduzione di Cesare Pavese, così come qualche tempo dopo lessi quella di “Moby Dick” di Melville  – mi ha fatto venire gli incubi. Certamente ero troppo piccolo, e inconsciamente mi identificavo con i topi e i cuccioli che Lennie accarezza compulsivamente.  Poi, di recente, mi è tornata la voglia di leggerlo e mi ha commosso nuovamente, ma per ragioni completamente diverse.  Oltre che per lo splendido stile  narrativo, la cosa che mi ha colpito di più è che le tragedie di Lennie, George, Candy, Mrs. Curley e di tutti gli altri “topi” oggi sono drammaticamente attuali.

“So dove vado” di Michael Powell

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(GB, 1945)

Joan Webster è una ragazza decisa e volitiva: fin da piccola ha sempre saputo e ottenuto ciò che desiderava. Anche per quanto riguarda l’amore, per Joan, le cose non cambiano: è decisa a sposare Sir Robert Bellinger, attempato industriale che possiede numerose industrie, che per celebrare il matrimonio ha addirittura affittato Kiloran, un’isola nell’arcipelago delle Ebridi, dove ha per organizzato una cerimonia esclusiva e lussuosissima. Ma il viaggio è lungo da Londra e la ragazza, a causa del maltempo, è costretta a fermarsi a Mull, la piccola isola da cui partono i battelli per Kiloran. La burrasca sembra implacabile e Joan è costretta a chiedere ospitalità a Catriona Potts, proprietaria della più grande tenuta del posto, che condivide insieme ad altri ospiti. Fra questi c’è il giovane Torquil MacNeil, ufficiale della RAF in licenza (nonché signore di Kiloran, anche se solo quasi nominalmente, visto che per mantenere ciò che rimane del suo casato è costretto ad affittarlo). Neanche a farlo a posta, fra Joan e Torquil nasce del tenero, ma un’antica maledizione su tutti i Kiloran e la vita che lei aveva attentamente pianificato sembrano tenerli lontani…

Fra le cose più interessanti di questa deliziosa pellicola, firmata dal maestro inglese Michael Powell nel 1945, è la rappresentazione indiretta del conflitto appena finito e vinto, che però non viene disegnato in maniera epica e trionfante ma viene descritto quasi in sordina, attraverso i disagi e le privazioni quotidiane che devono superare i protagonisti.