“La strada” di Federico Fellini

La strada cop

(Italia, 1954)

Il 27 marzo del 1957 “La strada” di Federico Fellini vinceva il premio Oscar come miglior film straniero. Il piccolo lungometraggio girato da un giovane e quasi sconosciuto regista italiano, con un passato da battutista – di Aldo Fabrizi, fra gli altri – e di autore radiofonico , ci mette quasi tre anni ad arrivare a Hollywood e a venire riconosciuto quale indiscusso capolavoro della nostra cinematografia. Anche Anthony Quinn –  già attore affermato e fresco reduce dal kolossal “Attila” – all’inizio delle riprese era convinto di aver commesso un errore ad accettare di girare un film fatto con scarsi mezzi e girato in campagna (per ricreare la neve, gli uomini della produzione bussavano alle porte dei casali vicino al set per farsi prestare lenzuoli bianchi da sistemare tatticamente sul terreno). Ma Quinn, che era un uomo di cinema, dopo le prime settimane intravide il talento di quel giovanotto alto, tenebroso e allo stesso tempo cordiale e gentile. E soprattutto comprese la bravura di quella piccola attrice dai grandi occhi azzurri, che la produzione non voleva ma che alle fine il regista, nonché suo marito, riuscì ad imporre. Se i duetti fra Quinn e Giulietta Masina fanno parte ormai della storia del cinema (fra i grandi omaggi a “La strada” spicca fra tutti “Accordi e disaccordi” di Woody Allen, con Sean Penn, del 1999), è grazie anche ad Arnoldo Foà che ha dato la voce a Zampanò in maniera sublime.

“Room 237” di Rodney Ascher

Room-237

(USA, 2012)

Scegliere un solo film fra i capolavori di Stanley Kubrick è quasi impossibile, ma questo documentario di Ascher da la possibilità, attraverso lo studio di “Shining”, di omaggiare tutta l’opera del grande cineasta. Ascher ricostruisce come, prima di girare il film ispirato al romanzo di Stephen King, Kubrick abbia avuto insistenti contatti con il mondo della pubblicità, soprattutto quella subliminale, che alla fine degli anni Settanta faceva da padrona. Grazie a questo sistema, Kubrick ha riempito il film di riferimenti a due grandi recenti drammi dell’umanità: l’Olocausto e la strage dei nativi americani da parte dei coloni. Ma non basta. Nel film ci sarebbero numerosi accenni anche ad un altro grandi evento: l’allunaggio. C’è una teoria – che per molti è più di una semplice ipotesi – che considera un falso storico l’atterraggio dell’Apollo 11 sul suolo lunare, e che considera il realizzatore di tutte le finte immagini dell’evento, per conto della Nasa e del Governo statunitense, lo stesso Kubrick. Ma perché il titolo “Room 237”? Nel romanzo di King la stanza in cui Danny non dovrebbe mai entrare è la 217, ma nel film è la 237. Ufficialmente la motivazione della produzione è stata sempre legata ad una richiesta esplicita da parte dei gestori dell’albergo che fungeva da location, che volevano evitare che quella stanza diventasse un tabù per gli ospiti dopo l’uscita del film. Ma se sommiamo il fatto realmente documentato che nel grande impianto alberghiero la stanza 217 non è mai esistita, e che le miglia che separano la Terra dalla Luna sono circa 237.000, che otteniamo?

“Quando Brendan incontra Trudy” di Kieron J. Walsh

Brenda incontra Trudy Cop

(GB/Irlanda, 2000)

Qui ci sarebbe da parlare del genio dei distributori italiani per anni! Perché questa dolce e romantica storia d’amore, farcita di deliziose citazioni cinematografiche, è incappata in qualche genio incompreso della distribuzione nostrana che ne ha tradotto il titolo senza vederlo o – più probabilmente – senza capirlo. Perché il titolo originale è “When Brendan Met Trudy” che richiama esplicitamente il “When Harry Met Sally” di Rob Reiner del 1989, che da noi – un altro grande genio, e non ditemi che è lo stesso che non ci credo – ha tradotto “Harry ti presento Sally”. Bene, quindi la logica ed il buon senso avrebbero dovuto portare tradurre il titolo del film di Walsh in: “Quando Brendan incontra Trudy”, ma no! Troppo difficile! Probabilmente, dati i gravosi impegni , c’è stato solo il tempo di usare al volo il traduttore di Google per trovare il titolo in italiano. Geniale! A parte ciò, questo delizioso e romantico film, scritto da Roddy Doyle, è da vedere, soprattutto per chi ama il cinema.

“Il pianeta proibito” di Fred M. Wilcox

Pianeta proibito Cop

(USA, 1956)

Ispirata, neanche troppo velatamente alla “Tempesta” di William Shakespeare, la pellicola di Wilcox è un cult senza tempo per gli amanti del genere e non solo. Nell’anno 2000 l’umanità non è più divisa politicamente – si lo so: è fantascienza! – e dalla Terra parte una missione globale per recuperare una squadra scientifica recatasi vent’anni prima sul pianeta Altair-4, e della quale non si hanno più notizie. Quando la spedizione, comandata dall’ufficiale J.J.Adams (un Leslie Nielsen aitante e piacione), atterra sul pianeta scopre che l’unico superstite del team è il professor Morbius (un grande Walter Pidgeon, fra i più importanti attori shakespiriani del Novecento). Ma questi non è solo, vive infatti insieme alla bellissima figlia Altaira e a Robby, un robot – che da questo film in poi diventa il robot per antonomasia del cinema di fantascienza – che si occupa di tutte le cose materiali di cui necessitano i due. Al comandante Adams non sfugge però che il professor Morbius nasconde qualcosa di tremendo, che lo terrorizza, ma che non intende rivelare…Un capolavoro. Da ricordare gli effetti speciali che furono realizzati in collaborazione ad un team della Disney.

“L’immorale” di Pietro Germi

Immorale Cop

(ITA/FRA, 1967)

Immeritatamente fra i meno noti del grande Pietro Germi, “L’immorale” è invece uno dei suoi film più riusciti e soprattutto più contemporanei. Il violinista Sergio Masini (uno stratosferico Ugo Tognazzi, che per questa interpretazione ha vinto il David di Donatello) è un uomo che ama le donne e i bambini. Per questo di famiglie ne ha due. La prima è quella creata insieme alla moglie Giulia, la seconda quella nata dal suo rapporto extraconiugale con Adele. Con la prima di figli ne ha tre, con la seconda due. La gestione di un tale menage è complicata, ma con l’ausilio di decine di gettoni telefonici al giorno (per cellulare, in quegli anni, si intendeva solamente il veicolo della Polizia) e la pazienza delle due donne – soprattutto quella di Adele che è serenamente a conoscenza della famiglia ufficiale del suo uomo – l’impresa riesce. I problemi arrivano quando Sergio incontra la ventenne Marisa (una giovane Stefania Sandrelli col botto!) che si innamora di lui e che lo vorrebbe tutto per sé, ma Sergio non intende rinunciare alle sue famiglie e così la storia sembra naufragare. Quando però scopre che Marisa è rimasta incinta ed è tornata dai suoi genitori per abortire, subito la raggiunge e se la riporta a Roma, come suo terzo nucleo familiare a tutti gli effetti… ma il destino è sempre in agguato.

Il personaggio di Sergio è uno dei più belli e controversi del cinema di Germi, così puro e sincero – nonostante la sua vita iperstrutturata su bugie e finti alibi – che arriva a scandalizzarsi quando il prete a cui racconta la sua storia gli parla di “divorzio” (allora ancora legalmente lontano). E lo fa non per egoismo o becero maschilismo, ma perché lui le sue donne le ama davvero, così come i suoi figli, per nulla al mondo vorrebbe rinunciarci, e si ammazza di lavoro (accettando tournée massacranti e perfino serate nei night club) per garantire a tutti il massimo benessere. Anche se nel nostro Paese il divorzio e il diritto all’aborto – che qualche troglodita ha ancora l’ignoranza di discutere – sono stati introdotti da svariati decenni, il film di Germi resta incredibilmente attuale.

Il primo 6 Nazioni da grandi

Si è concluso il Torneo delle 6 Nazioni 2013 che per noi è stato il primo di fatto disputato da grandi del rugby dell’emisfero boreale. L’unica vera pecca è stato il tracollo di Murreyfield, ma nelle altre 4 partite abbiamo giocato al meglio, mettendo paura a tutti. La sconfitta interna con il Galles deve essere ridimensionata per due buoni motivi: il primo è l’assenza di capitan Parisse (e non mi sembra ci sia altro da aggiungere sulla sua classe e sulla sua leadership in campo e fuori), il secondo è la forza dei gallesi che hanno umiliato in casa la corazzata inglese (umiliato nel vero senso della parola). Tolti i Grifoni e i Cardi – contro i quali, secondo me, abbiamo pagato soprattutto la tensione da prestazione – con gli altri l’Italia ha giocato alla pari e senza paura. Vincendo di giustezza con la Francia e con l’Irlanda e facendo ammutolire Twickenham nell’ultimo quarto dell’incontro.

La partita contro l’Irlanda è stata vinta con tenacia e soprattutto maturità che, per la prima volta nella nostra storia hanno saputo dare anche i giocatori entrati nell’ultimo quarto, frazione nella quale abbiamo da sempre peccato di ingenuità e poca concretezza. Ma la nuova mentalità si era già vista quando Parisse ha preso – giustamente – il cartellino giallo ed è mancato dal campo per 10 minuti. 10 minuti che potevano essere fatali, ma nei quali l’Italia non ha vacillato, subendo 6 punti, ma contenendo al meglio i danni.

Grandi Andrea Masi e Alessandro Zanni, e grande anche Luciano Orquera (che a me ricorda sempre di più uno dei tre fantastici Fratelli Bandiera) senza paura nel calciare ai pali nei momenti più difficili, e grande – soprattutto! – Brunel che gli ha dato fiducia come mediano d’apertura titolare. Un attimo di commozione per il saluto alla Nazionale di Andrea Lo Cicero,  grande Barone! E sempre a proposito di addii, il match – molto probabilmente – ha visto l’ultima partita, con la propria Nazionale, del grandissimo Brian O’Driscoll, ben 125 caps! …Anche se non potrà più dire di aver sempre battuto l’Italia da giocatore…

Ora aspettiamo i test match dell’estate.

“Breakfast Club” di John Hughes

Breakfast Club Cop

(USA, 1985)

Per prima cosa prendi quello che usi per sentire la musica e metti “Don’t You (Forget About Me)” dei Simple Minds …fatto? Bene, adesso possiamo cominciare: questo piccolo film – nel senso di produzione a basso costo – con allora cinque giovani protagonisti non troppo conosciuti e girato quasi interamente dentro una scuola, è una delle più significative fotografie dei teenager dei famigerati anni Ottanta. Cinque studenti – cinque stereotipi classici di adolescenti americani: il secchione, il quarterback della squadra della scuola, la più carina, la più sfigata e l’aggressivo introverso – si ritrovano a dover passare tutto il sabato pomeriggio insieme per scontare cinque diverse punizioni. Il preside, che li sorveglia dal proprio studio, gli assegna un tema da svolgere: “Chi sono io?”. Ma nessuno ha voglia di scrivere e così i cinque preferiscono parlare. Alla fine della giornata ognuno di loro avrà compiuto un lungo e profondo viaggio dentro se stesso… Un manifesto intimista di una generazione che ha rischiato di annegare per cercare se stessa e che – come la Settimana Enigmistica! – vanta da anni innumerevoli imitazioni, richiami e citazioni sia nella musica che nel cinema. Un esempio recente è il “Noi siamo infinito”di Stephen Chbosky (che, guarda un po’, nel 1985 aveva 15 anni). Adesso puoi alzare il volume e sentire al meglio la canzone scritta appositamente per il film e interpretata magistralmente dai Simple Minds!

“Il grande e potente Oz” di Sam Raimi

Grande pot Oz Cop

(USA, 2013)

Alle basi delle più grandi leggende spesso si nascondono piccoli uomini. E’ il caso di Oscar Diggs (James Franco), che in arte si fa chiamare “Il grande e potente Oz”, saltimbanco e illusionista, che vive di piccoli spettacoli di magia e di espedienti. Proprio per sfuggire alle conseguenze di uno di questi, Oscar è costretto a scappare su una mongolfiera che finisce proprio nell’occhio di un ciclone. Al suo atterraggio si ritrova nel magico mondo di Oz, dove tutti attendono un potente mago che sconfigga la strega cattiva…   Splendido e fantastico viaggio nel cuore di un uomo dai grandi sogni e dai pochi mezzi, firmato da Sam Raimi, regista di molti horror-cult e della trilogia di “Spider-man”, al quale dedica uno sfizioso e hitchcocchiano cameo.

“Il curioso caso di Benjamin Button” di David Fincher

Benjamin Button Cop

(USA, 2008)

Tratta dal racconto breve di F. Scott Fitzgerald, la pellicola di Fincher è un inno alla tolleranza e alla diversità, al coraggio di affrontare la vita e soprattutto alla capacità e alla serenità di saperla vivere a pieno. Con un grande Brad Pitt (inspiegabilmente snobbato agli Oscar) e una bravissima Cate Blanchett, “Il curioso caso di Benjamin Button” è uno dei miei film preferiti in assoluto, anche se troppo rapidamente è caduto nel dimenticatoio. Oscar per i migliori effetti visivi, che ancora oggi fanno venire i brividi, soprattutto nella prima parte del film quando Benjamin è un vecchietto minuto e claudicante con il bel viso di Pitt.

“L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford

Liberty Valance Cop

(USA, 1962)

Non sono un amante del genere Western, fatta eccezione dei film di Sergio Leone, de “Gli Spietati” di Clint Eastwood, dell’ultimo “Django” di Quentin Tarantino, e soprattutto di questa splendida pellicola diretta dal grande John Ford. Il Senatore degli Stati Uniti Ransom Stoddard (un superbo James Stewart), uno degli uomini più influenti di Washington, torna nella piccola cittadina di Shinbone per partecipare al funerale di Tom Doniphon (John Wayne). E’ l’occasione per ricostruire l’inizio della sua carriera politica partita proprio in quella nella piccola cittadina molti anni prima. Il giovane avvocato Stoddard ha tutta l’intenzione di riportare l’ordine e la legalità a Shinbone, preda degli interessi di alcuni dei più importanti allevatori di bestiame dello Stato. Al soldo di questi c’è lo spietato Liberty Valance (un cattivissimo Lee Marvin) che, non avendo la minima intenzione di cedere, sfida a duello l’avvocato. Stoddard è molto abile con i codici ma non con le armi e così l’esito della scontro sembra tristemente scontato. Ma, contro ogni probabilità, è Valance a morire, anche se la dinamica della sparatoria lascia molti dubbi, compreso il ruolo in questa del pistolero Doniphon, che ha preso sotto la sua ala protettrice Stoddard. Epica e crepuscolare ricostruzione della nascita del Grande Paese, che ancora oggi continua a fare i conti con le sue anime così diverse e contrastanti.