“Il paese senza cielo” di Giorgio Scerbanenco

(Alberti Editore, 2002)

Alla fine degli anni Trenta, Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi (il primo papà del Paperino italiano) commissionano al giovane Giorgio Scerbanenco un romanzo di fantascienza per ragazzi da pubblicare a puntate sulle riviste edite da Mondadori: “L’Audace”, “Topolino” e “Paperino”. Le illustrazioni verranno firmate dagli artisti Giuseppe Ingegnoli e Giovanni Scolari.

Nell’aprile del 1939 esce sulle tre testate la prima puntata de “Il Paese senza cielo” che di fatto inaugura la letteratura contemporanea italiana di fantascienza per ragazzi. Le ferree regole dell’editoria sotto il regime fascista esigono che i “malfatti” non possano consumarsi sul puro e giusto suolo italico, così come i “criminali” non possano essere figli della Lupa. 

Ci troviamo così nella Milano del 2002 dove il giovane Elio Aprile, poco più che un adolescente, suo malgrado viene coinvolto in una vicenda internazionale fatta di spie, delitti e pericoli mortali tutti però commessi all’estero e soprattutto negli Stati Uniti. Infatti il Grande Rapace, ultimo discendente dei nativi americani – che allora si chiamavano con poco rispetto “pellirosse” – grazie al genio scientifico del colonnello Glub ha popolato di oltre otto milioni di suoi cloni le enormi grotte e gallerie che si trovano nel sottosuolo a stelle e strisce.

Doma Everom, il nome del Paese senza cielo, è però tecnologicamente avanzato – soprattutto in campo bellico – e si sta preparando a invadere e conquistare la superficie. Il Presidente degli Stati Uniti, venuto a conoscenza dell’imminente pericolo, invia le sue truppe all’ingresso della caverna che conduce a Doma Everom per capovolgere la situazione. Siamo così sull’orlo dello scoppio di una guerra sanguinaria che travolgerà milioni di vite umane, ma che Elio e il suo manipolo di amici potrebbero evitare…

Godibilissimo romanzo di fantascienza che ci racconta, molto più efficacemente di molti saggi e cronache dell’epoca, come era la nostra società in quegli anni, mentre camminava spavalda verso l’abisso. Se suscitano ilarità mista anche a una certa tristezza le ingenuità legate ai riferimenti di una presunta supremazia scientifica (nel libro infatti tutte le più grandi innovazioni tecniche che hanno fatto progredire il pianeta sono state firmate soprattutto da studiosi italiani) sociale (la moda più comune fra gli uomini più “in gamba” è quella di portare la testa completamente rasata…) e morale del nostro Paese rispetto a tutti gli altri, sono invece ancora assai affascinanti le invenzioni che dominano il quotidiano nel presunto 2002 immaginato da Scerbanenco, molte delle quali poi si concretizzeranno davvero. In ogni casa c’è un macchinario molto simile al nostro televisore, così come esistono autoradio – nel senso di veicoli che si muovono grazie a onde radio – o dischi “video” che è possibile visionare a proprio piacimento la sera in salotto.

Ma in ogni pagina Scerbanenco ci parla anche, con ansia e angoscia, della catastrofe sempre più imminente che si staglia all’orizzonte, e soprattutto lo scrittore ci grida che è una catastrofe evitabile e lo fa alla generazione più giovane, la stessa che pagherà il prezzo più alto del conflitto, come poi tragicamente accade sempre.

Per comprendere al meglio quali furono gli spunti ai quali attinse Scerbanenco per scrivere il romanzo basta ripercorrere brevemente la storia della prima parte della sua esistenza. Nato a Kiev nel 1911, ancora bambino, dovette abbandonare l’Ucraina per le conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avanzata delle truppe nel suo Paese, cosa che lo rese orfano di padre e lo portò a trasferirsi con la madre e senza mezzi di sostentamento a Milano, dove alla fine italianizzò il suo cognome.

Al di là dei tragici corsi e – nonché attualissimi e sanguinari – ricorsi storici, è facile intuire che il Paese senza cielo si rifà non troppo velatamente all’Unione Sovietica e al suo comunismo dove tutti dovevano essere implacabilmente e negativamente “uguali”. Ma a rileggerlo oggi, nonostante i “dovuti” ammiccamenti al regime fascista, Scerbanenco considera anche l’allora Regno d’Italia un Paese senza cielo, che per l’ottusità e l’arrogante scelleratezza del suo dittatore sta per precipitare nel baratro di un conflitto planetario.        

“La Patria che ci è data” a cura di Umberto Simonetta

(Bompiani, 1974)

Nel 1974 Umberto Simonetta (1926-1998), uno dei nostri più rilevanti umoristi nonché scrittore – autore dell’ottimo “I viaggiatori della sera” – drammaturgo, paroliere nonché giornalista, raccoglie e pubblica alcuni dei più graffianti testi comici contemporanei del cabaret italiano.

Nella prefazione lo stesso Simonetta fa il punto sulla – allora – “breve” storia del nostro cabaret che ormai da tempo si discosta da quel teatro di rivista e avanspettacolo che fino a poco tempo prima faceva da padrone nel comico nostrano.

Naturalmente il “puro” cabaret italiano nasce a Milano agli inizi degli anni Sessanta in locali come il “Derby Club” e successivamente nel “Nebbia Club”. Nel 1965 il cabaret approda anche a Roma grazie a Maurizio Costanzo che apre il “Cab 37” in via della Vite. A recitare sui palchi arriva una nuova generazione che sempre più spesso non è mai stata sulle tavole storiche del teatro leggero italiano. Oltre che quella di attori si forma una nuova generazione di autori – molti dei quali fanno parte di entrambe le categorie – che a metà del decennio successivo Simonetta riunisce in questo volume.

Sono, in ordine di pubblicazione: Silvano Ambrogi, Felice Andreasi, Sandro Bajini, Roberto Brivio, Mario Castellacci e Pierfrancesco Pingitore, lo stesso Maurizio Costanzo, Giorgio Gaber, Roberto Mazzucco, Maurizio Micheli, Franco Nebbia, Enzo Robutti, Nanni Svampa, Enrico Vaime, Walter Valdi, Paolo Villaggio e Saverio Vollaro.

L’anno di pubblicazione di questo volume la dice lunga sulla lungimiranza di Simonetta, visto che di lì a breve verranno liberalizzate le frequenze televisive e nasceranno le cosiddette tv private che nel corso degli anni porteranno il cabaret e i suoi interpreti dagli scantinati dei piccoli locali direttamente nelle case di tutto il Paese. Cosa che farà, naturalmente, anche il cinema con un nome su tutti: Paolo Villaggio.

E’ innegabile che molti sketch contenuti nel libro risentano dei decenni passati, visto soprattutto in relazione a come e quanto è cambiata la nostra società, come per esempio quelli firmati da Castellacci e Pingitore molto più vicini alle semplici parodie e alle facili allusioni sessuali tipiche del “vecchio” avanspettacolo che a quello verso cui punterà negli anni successivi il vero cabaret italiano.

Immortali rimangono invece alcuni i cui autori, non a caso, restano scolpiti nella nostra cultura come Giorgio Gaber o Paolo Villaggio. Ancora divertenti e graffianti gli scritti di Maurizio Micheli, Felice Andreasi, Enrico Vaime e Saverio Vollaro.

Al di là del piacere di ridere, questo libro è davvero un importante documento storico della nostra cultura e soprattutto della nostra società.

Per la chicca: il titolo di questa antologia prende spunto da una battuta dello sketch “Sdegno de frate Jacopone sopra li scandoli” di Saverio Vollaro, contenuto nel libro.

“Totò” di Franca Faldini e Goffredo Fofi

(Tullio Pironti Editore, 1987)

La prima edizione di questo libro, dal titolo “Totò: l’uomo e la maschera”, è uscita nel 1977 in occasione del decimo anniversario della scomparsa del grande attore. Per il ventennale viene ampliato con articoli di grandi artisti italiani che con lo stesso Totò lavorarono.

Il volume si apre col racconto dei quindici anni passati assieme ad Antonio De Curtis di Franca Faldini, sua ultima compagna di vita. Fra i due c’erano circa 33 anni di differenza e soprattutto nessun vincolo legale tra loro, cosa che alla lunga, soprattutto quando la Faldini era rimasta incinta, scandalizzò l’opinione pubblica del Belpaese.

Così la coppia fu “costretta” a raccontare alla stampa che la loro unione era stata sancita all’estero, cosa – assolutamente non vera – che fece tornare nelle grazie della morale italica i due. Purtroppo il loro figlio Massenzio visse solo poche ore, senza lasciare al principe De Curtis un erede maschio, ma solo la tanto amata figlia femmina Liliana nata dal suo precedente matrimonio.

Ma la Faldini ci racconta soprattutto dell’anima di Totò, e di come “il principe della risata” riuscisse a convivere con “Totò”, figlio della strada e della fame atavica degli ultimi, solo grazie al quale poteva permettersi una vita assai agiata e di lusso.

Il libro prosegue con alcuni articoli a firma dello stesso Fofi incentrati sulla “riscoperta” dell’attore da parte delle nuove generazioni, articoli che oggi appaiono ormai alquanto datati. Ci sono poi alcuni scritti e ricordi dello stesso De Curtis sulla sua arte e sulla sua carriera, seguiti da testi delle sue macchiette e gag più famose, fra cui la nascita della frase: “Siamo uomini o caporali?”.

Infine, preziosissimi, sono presenti articoli a firma di grandi autori e registi italiani del Novecento dedicati al “principe della risata”. Le firme sono quelle, tanto per citarne alcune, di Age, Scarpelli, Mario Mattoli, Sergio Corbucci, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo, Cesare Zavattini o Pier Paolo Pasolini.

Fondamentali sono quelli di Dario Fo e Federico Fellini. Il primo descrive e commenta l’arte geniale di Totò, arte che ha segnato indelebilmente il nostro spettacolo in tutti i sensi, e lo fa nel 1977 quando solo i “giovani” iniziavano ad accorgersi di Totò. La critica ufficiale lo considerava ancora un semplice e banale giullare (cosa che la dice lunga sull’acume di alcuni nostri critici).

Il secondo ricorda invece gli incontri avuti dal grande regista riminese con Totò, il primo dei quali avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale quando Fellini era un semplice “vice” di un piccolissimo giornalino dedicato al mondo dello spettacolo. Proprio per quel piccolo foglio Fellini intervistò Totò – allora già famosissimo – che lo prese subito in simpatia e gli fece assistere gratis allo spettacolo. Molti anni dopo, quando ormai Fellini era stato universalmente riconosciuto quale maestro del cinema, i due si rincontrarono e Totò, ormai completamente cieco, lo salutò dicendogli “…ormai sei diventato un registone!”.

Non a caso, la premessa che la stessa Faldini fa all’inizio del suo racconto si chiude con la frase: “Antonio De Curtis, in arte Totò, era un uomo umano”.

Da leggere …a prescindere!

“Billy Summers” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Billy Summers non ha avuto certo una vita facile. Sua madre è passata da un uomo all’altro, portandoli tutti nella grande roulotte che era la loro casa, dove il piccolo Billy viveva con sua sorella minore. Poi un giorno, proprio uno dei “compagni” della madre, tornando nella roulotte ha segnato la sua vita, come quella di sua sorella e così anche quella della madre.

Da quel giorno la vita di Billy è diventata una lunga e inesorabile salita che lo ha portato ad arruolarsi, neanche maggiorenne, per partecipare alla guerra di “liberazione” che gli Stati Uniti facevano in Medio Oriente. E lì, tra le cose che ha imparato, oltre a vedere i propri amici morire o tornare a casa devastati nel fisico e nell’animo, Billy ha compreso come affinare la tecnica per uccidere le persone, soprattutto a distanza.

Congedatosi è diventato uno dei killer prezzolati più ricercati dalla criminalità americana e, grazie al suo talento di cecchino e alla sua pignoleria nel studiare i piani di fuga, superati abbondantemente i quaranta non ha sulla testa alcun mandato di cattura.

Uno dei suoi clienti più fidati gli propone un lavoro nella piccola cittadina di Red Bluff. Il compenso è astronomico tanto che permetterebbe a Billy di ritirarsi, ma l’obiettivo è in carcere e bisogna attendere forse lunghi mesi prima del suo trasferimento nella cittadina. Nel frattempo, come copertura, Billy dovrà fingere di essere uno scrittore…

Insolito romanzo del Re del terrore che questa volta ci racconta la storia di un uomo “costretto” dalla vita a diventare “cattivo”, e che casualmente scopre la scrittura che diventa inesorabilmente l’unico modo possibile per fare i conti col proprio passato e anche, naturalmente, col proprio futuro. Il Re così ci ricorda che, anche nella persona meno probabile della Terra la scrittura, sfiorata sia pure per scherzo, può accendere comunque il sacro “demone” della narrazione.

Anche questa volta non sono i mostri fantastici a essere i protagonisti, ma quelli in carne ossa che fin troppo spesso si nascondono dentro gli abiti di persone famose e facoltose. Per questo diventa godibile fino all’ultima sillaba anche il richiamo che il Re fa all’Overlook Hotel…

Chi segue il grande scrittore americano sa bene delle scintille social – e non solo – che si sono consumate fra lui e Donald Trump (soprattutto quando era presidente in carica) tanto che questo lo bloccò come suo follower, prima di essere bloccato a sua volta in tutti i social più noti del pianeta. E così nelle sue opere più recenti, come in questa, King non lesina frecciate o attacchi diretti all’ex presidente repubblicano.            

“Le ombre cinesi” di Arturo Brachetti

(Priuli & Verlucca, 2007)

Il nostro geniale artista del palcoscenico più famoso al mondo, qual è Arturo Brachetti, ci svela i trucchi delle ombre cinesi, raccontandoci anche la loro storia e il loro sviluppo, cominciando col rivelarci che forse proprio “cinesi” non sono.

Certo, la Cina ha una straordinaria e millenaria tradizione nell’arte degli ombromani (vocabolo che io ho imparato leggendo proprio questo libro) ma sicuramente anche l’India e la sua zona limitrofa ne possiedono una, altrettanto storica e speciale.

Ma l’arte di creare immagini con le mani ponendole davanti a un punto luce nasce nella notte dei tempi, o meglio dalla notte in cui l’essere umano ha iniziato a maneggiare il fuoco. Così, nonostante tutto ciò che i nostri occhi hanno visto e le nostre orecchie udito, da quella fatidica notte in poi, ancora oggi rimaniamo magicamente incantati da chi, con le proprie mani, riesce a raccontarci storie che ancestralmente ci toccano nel profondo.  

Con la sua nota e straordinaria eleganza, Brachetti ci trasporta in un mondo così speciale che proprio non vorremmo mai abbandonare.

Il libro è corredato da interessanti immagini storiche – molte delle quali prese presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino – nonché di fotografie delle ineguagliabili mani dello stesso Brachetti che mostrano come realizzare le varie figure. Questa edizione multilingue presenta, oltre al testo in italiano, a fronte anche quello in inglese e in francese.    

Da leggere e praticare!

“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2019)

La consapevolezza che solo l’amore possa arginare la devastazione di una morte, per chi resta, è un concetto profondo su cui da sempre artisti raccontano o tentano di raccontare.

Parlare di ciò che lascia la morte improvvisa e “ingiusta” di una persona vicinissima a noi non è affatto semplice però. Raccontare in maniera sincera ed equilibrata le devastanti macerie che rimangono alla fine di una tale tragedia – che per se stessa non può essere equilibrata – è un’impresa molto, ma molto difficile. Soprattutto se non si vuole cadere nella compassione o toccare il patetico.

Ma Valérie Perrin ci riesce benissimo, invece, e ci racconta la dura storia di Violette Trenet – proprio come l’indimenticabile chansonnier – che di mestiere fa la guardiana di un cimitero. Si tratta di un piccolo camposanto nel nord della Francia, dove lei è arrivata molti anni prima assieme a suo marito Philippe.

Così, attraverso il suo racconto e quello di altre donne a lei volontariamente o involontariamente legate, ripercorriamo l’esistenza dell’orfana Violette cresciuta passando in affido da una famiglia all’altra fino alla soglia della maggiore età quando una sera in un locale incontra Philippe Toussaint.

Il fatto di essere un’orfana rifiutata da tutti – a partire dalla sua sconosciuta madre – porta Violette ad accettare il rapporto col futuro marito sbilanciato ovviamente a suo sfavore. Anche quando lei partorirà Léonine e Philippe accetterà di sposarla – soprattutto per non perdere i diritti sulla figlia – il carico quotidiano della casa e del lavoro di casellante – ufficialmente assegnato ad entrambi – spetterà solo a lei, visto che il marito passerà le giornate o a giocare con la sua consolle o in giro sulla sua potente motocicletta. Per non parlare dei sui genitori che non la accetteranno mai come nuora.

Ma la vita non asseconda i sogni e i desideri di tutti e così Violette, Philippe e i suoi genitori dovranno affrontare ciò che il destino ha in serbo per loro. E alla fine riuscirà a sopravvivere solo chi, nonostante ferite strazianti e mai definitivamente cicatrizzabili, affronterà la propria esistenza con limpida sincerità e onesto amore…

Bello e dolorosissimo romanzo della Perrin che ci trascina da pagina a pagina, da parola a parola senza lasciarci un attimo di tregua. Tanto che ogni personaggio, anche quelli più ottusi e negativi, una volta terminato il libro finiscono per mancarci. Una sincera e bellissima riflessione, senza sconti, sulla morte vista e vissuta da quelli che rimangono, così come sono fatti i cimiteri.

D’altronde, poco più di due secoli fa, Ugo Foscolo scriveva:

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro?…”

“I cavoli a merenda” di STO

(Adelphi, 1990)

Sergio Tofano, col suo pseudonimo STO, è stata una delle figure artistiche poliedriche più rilevanti della cultura italiana del Novecento, soprattutto quella legata al mondo della scrittura, della recitazione e dell’illustrazione.

Nato a Roma nel 1886, esordì come illustratore e scrittore per “Il Giornalino della Domenica ” di Vamba (al secolo Luigi Bertelli che lo fondò nel 1906, e autore, tra le altre cose, de “Il giornalino di Gian Burrasca”). Nel 1917 Tofano crea il suo personaggio forse più famoso: Il Signor Bonaventura che vede la luce sulle pagine del leggendario “Corriere di Piccoli”, lo stesso sulle quali io lo leggerò qualche decennio dopo.

Nel 1920 Tofano pubblica per la prima volta questa raccolta di 10 novelle da lui stesso illustrate, surreali e originali, che anticipano stili e vicende molto simili a quelle che scriverà qualche tempo dopo il grande Gianni Rodari.

Sono favole per piccine e piccini, ma che in realtà contengono spunti e concetti che si sviluppano su più livelli. Quella che personalmente amo di più è senza dubbio “Checco… povero Checco…”, divertente e sempre attuale, come lo sono anche tutte le altre.

Per comprendere a pieno l’arte di Tofano, basta ripercorrere la sua carriera: a partire dal secondo dopoguerra – e fino al 1969 – insegnerà recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” forgiando intere generazioni di attrici e attori fra i più famosi del nostro teatro e del nostro cinema. Nel 1965 pubblicherà un testo che ancora oggi è di riferimento: “Il teatro all’antica italiano”. E fino a quasi la sua morte interpreterà alcuni preziosi camei sia al cinema (come nel bellissimo “Il padre di famiglia” di Nanni Loy) che in televisione (partecipando a episodi differenti de “Le inchieste del commissario Maigret” con Gino Cervi).

Insomma, una grande figura della nostra cultura del secolo scorso, troppo spesso ingiustamente dimenticata.

“Esterno notte” di GIPI

(Coconino Press – Fandango, 2019)

GIPI (al secolo Gianni Pacinotti, classe 1963) è giustamente considerato uno dei più significativi autori di graphic novel contemporanei, non solo del nostro Paese.

Questo “Esterno notte”, pubblicato per la prima volta nel 2003, è il suo primo libro e ha segnato sia la storia dei graphic novel italiani, sia quella del suo autore che nella quarta di copertina ci confida: “Con Esterno notte ho trovato per la prima volta la mia voce, scegliendo di raccontare solo quello che conoscevo.”

Nella prefazione lo stesso GIPI ci spiega brevemente la tecnica usata per realizzare le sei storie contenute nel volume, che è esclusivamente pittura ad olio alla quale sovrappone a volte carta trasparente su cui ridisegna i volti o i movimenti delle figure umane.

I sei racconti sono: “La storia di Faccia”, l’autobiografico “Via degli Oleandri”, “Le facce nell’acqua”, “Macchine sotto la pioggia”, “Le cinque curve” e “Muttererde”.

Sono racconti di vicende e individui ai margini ma che in realtà ci parlano di noi, delle nostre paure, dei nostri sogni e, soprattutto, dei nostri sentimenti più profondi.

Terribilmente bello, da leggere tutto d’un fiato.

“La balena alla fine del mondo” di John Ironmonger

(Bollati Boringhieri, 2021)

Nel 2015 il britannico John Ironmonger pubblica il romanzo “Not Forgetting the Whale“, che prenderà poi anche il titolo “The Whale at the End of the World” sia per la trama che per la sua ambientazione in Cornovaglia il cui punto più a sud – non lontano dalla piccola e immaginaria St. Piran del libro – si chiama appunto “Land’s End” (in cornico “Penn an Wlas“) e rappresenta anche il posto più a sud dell’intera Gran Bretagna.

Le vecchie cronache, risalenti a cinquant’anni prima, raccontano che in un’algida alba sulle coste che lambiscono la piccola cittadina marittima di St. Piran, fu ritrovato un uomo privo di sensi. Il malcapitato, senza un indumento addosso, venne immediatamente portato dal vecchio medico in pensione che viveva nel paese che subito riuscì a farlo rinvenire.

A St. Piran tutti si conoscevano da sempre e così non fu difficile capire che l’uomo era il proprietario di una fuori serie parcheggiata al centro della località. L’uomo, che si chiamava Joe Haak, era arrivato nel piccolo centro della Cornovaglia nella notte e si era fermato quando la terra lasciava il posto al mare.

In fuga da Londra, Joe ebbe l’impulso di togliersi tutti i vestiti e immergersi in acqua. Quando il freddo e le correnti lo stavano portando inesorabilmente al largo verso una morte certa, una balena con la sua coda lo spinse a riva.

Ma i fantasmi che spinsero l’uomo a fuggire dal suo ricco lavoro di analista presso una delle banche più ricche della City, nonostante il bagno catartico, non lo abbandonarono. E così, ripensando a quello che gli aveva confidato il presidente dell’istituto di credito a proposito dello scoppio di una pandemia planetaria simile alla Sars, Joe decise di spendere i suoi risparmi per comprare derrate alimentari per tutelare se stesso e tutti gli abitanti di St. Piran nel momento in cui la pandemia sarebbe arrivata in Cornovaglia e avrebbe fatto collassare l’intero sistema planetario. Ma…

Ironmonger realizza la cronaca “romantica” di una pandemia che travolge il nostro pianeta. Oggi è particolarmente interessante – e allo stesso tempo inquietante – leggere il libro, pensato e scritto quando nessuno di noi ipotizzava neanche lontanamente di imparare a convivere con termometri ad infrarossi, lockdown, mascherine e varie dosi di vaccino.

Bisogna riconoscere quindi all’autore britannico di aver saputo anticipare scenari che molti di noi ignoravano, ma su due cose Ironmonger ha sbagliato: a differenza di quello che Haak crede nel libro, nonostante l’avvento improvviso del virus, il sistema ha retto e non ha lasciato il posto ad alcun caos post apocalittico.

Per la seconda vi dovete leggere il libro fino alla fine…

“Terra matta” di Vincenzo Rabito

(Einaudi, 2014)

“LA STORIA SIAMO NOI, ATTENZIONE NESSUNO SI SENTA ESCLUSO…” canta Francesco De Gregori un verso che sembra scritto a pennello per Vincenzo Rabito.

Vincenzo Rabito era nato a Chiaramonte Gulfi, oggi in provincia di Ragusa, nel 1899. Come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei non andò mai a scuola. A sette anni, per aiutare la madre vedova e con sette figli da sfamare, iniziò ai lavorare nei campi dove avrebbe dovuto passare il resto della sua vita. Ma la storia del nostro Paese lo travolse come migliaia di nostri connazionali.

A 69 nove anni, Vincenzo Rabito, senza parlarne con nessuno, iniziò a scrivere la storia della sua vita. Prese una vecchia macchina da scrivere e su oltre mille pagine, fitte fitte, senza margini o interlinee, scrisse in un dialetto siciliano stretto ma comprensibilissimo, tutti gli eventi salienti della sua: “…maletrata e molto travagliata e molto desprezata vita”.

Ha pigiato sui tasti della sua vecchia Olivetti fino al 1975, raccontando le vicende che lo hanno visto protagonista fino all’agosto del 1970. D’altronde scrive lui stesso: “Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare”.

Vincenzo Rabito è scomparso il 18 febbraio del 1981 e il suo manoscritto è rimasto in un cassetto finché i suoi figli non l’hanno trovato e reso pubblico, donando a tutti noi una delle più grandi cronache del nostro Paese.

Einaudi, nel 2014, ha deciso di pubblicare, sfoltendola, l’autobiografia di Rabito che racconta non solo di lui, ma di tutto il nostro Paese. A neanche diciannove anni Rabito viene preso e sbattuto in prima linea sul Piave a combattere la fase più tragica e sanguinaria della Prima Guerra Mondiale. Sopravvissuto all’immane tragedia, Rabito si ritrova senza niente e decide di trasferirsi in una delle colonie dell’Impero che Mussolini “sta forgiando”, aderendo così al partito fascista.

Ma lo sguardo di Rabito, come lo era stato al fronte, è limpido e disilluso anche sulla nuova Italia e accetta di buongrado i mille compromessi ai quali deve sottostare pur di mandare i soldi a casa a sua madre. A ridosso della Seconda Guerra Mondiale Rabito si sposa e il suo obiettivo diventa quello di non far mancare nulla ai suoi tre figli. Così, nel secondo dopoguerra, la priorità di Vincenzo Rabito è quella di farli studiare per non fare la vita che ha fatto e sta facendo lui.

Gli occhi del semianalfabeta Vincenzo Rabito sono fra i più onesti e lucidi che il nostro Novecento abbia avuto, e ci disegnano un Paese con molti lati ambigui e in penombra. Ma quegli stessi lati, a distanza di oltre mezzo secolo, sono ancora tanto presenti nell’Italia di oggi. Un’opera unica e incredibile che segna in maniera indelebile la nostra storia e la nostra cultura.

Da leggere.