“Mindhunter” di Joe Penhall

(USA, dal 2017)

Sono ormai un paio di decenni che il cinema e la televisione ci raccontano la dura caccia ai serial killer. Ma quando tutto è cominicato in realtà?

Joe Pernhall (commediagrafo di successo e autore della sceneggiatura del bellissimo “La strada” in cui Charlize Theron fa una piccola parte) prendendo spunto dal libro “Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit” scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, crea questa avvincente e dura serie originale Netflix in dieci puntate.

Quantico – USA, 1977. Nella sede dell’Accademia dell’F.B.I. il ventinovenne Holden Ford (Jonathan Groff) dopo il mezzo fallimento di un’azione sul campo, viene “relegato” al ruolo di docente in negoziazione con i criminali.

Ford vorrebbe seguire le nuove teorie dei sociologi che tentano di spiegare la nuova violenza che sta colpendo il Paese (gli echi delle gesta di Charlie Manson ancora terrorizzano le notti di molti americani), ma i suoi capi non sembrano prenderlo sul serio. Viene così assegnato al veterano Bill Tench (Hoit McCallany) esperto di studi comportamentali dei criminali, che gira il Paese tenendo dei brevi corsi alle varie polizie locali.

I due vengono avvolti dalla routine fino a quando Ford, senza l’avallo del suo capo, si reca in un carcere federale per incontrare un uomo che ha ucciso e poi violentato numerose donne, fra cui sua madre. Tench è scettico e ostile ma quando, grazie alle cose terrificanti che ha appreso Ford durante il colloquio, loro due riescono a catturare un altro omicidia seriale attivo in un’altra città, tutto cambia…

Di fatto la genesi della  nuova criminologia contemporanea, che ci pone anche la classica e tosta domanda: per catturare un serial killer, bisogna pensare come un serial killer, ma quanto costa?

Prodotto, tra gli altri, da Charlize Theron e David Fincher, che dirige i primi due episodi (e si vede!). E’ in produzione già la seconda serie.

“Jerry Before Seinfeld” di Michael Bonfiglio

(USA, 2017)

Jerry Seinfeld (classe 1954) è uno dei comici più famosi degli Stati Uniti, anche se nel nostro Paese – purtroppo – non ha la stessa popolarità.

La sua carriera decolla definitivamente nel 1981,  quando partecipa al “Tonight Show with Johnny Carson”. Da quella serata si susseguono partecipazione alle trasmissioni più importanti degli Stati Uniti fino al 1990, quando la NBC lo vuole al centro di una serie comica. Insieme a Larry David (che Woody Allen vorrà come protagonista nel suo splendido “Basta che funzioni”) crea la sit-com “Seinfeld” che ottiene un enorme successo tanto da battere tutti i record di ascolto e di compensi per i suoi autori. Nel 1999, nonostante la faraonica offerta della NBC per continuare la serie ancora di grande successo, Seinfled decide di chiuderla e di dedicarsi ad altre attività.

In questo speciale prodotto da Netflix, Seinfeld torna a esibirsi al Comic Strip Live (locale newyorkese leggendario, dove hanno mosso i loro primi passi comici come Robin Williams, Eddie Murphy o Ellen DeGeneres, e solamente per dirne alcuni) lo stesso nel quale una sera del 1976 iniziò ufficialmente la sua carriera di artista. A soli ventun anni Jerry venne selezionato e, senza compenso, si esibì su quel palco. Di giorno faceva il muratore, e la sera la passava a pensare e scrivere battute per poi recitarle fra quelle quattro mura.

Poco più di sessanta minuti di grande cabaret con battute fulminanti e strepitose per ripercorre gli inizi della sua fortunatissima carriera. Seinfled, come sempre, non risparmia nessuno…

“F.B.I. Francesco Bertolazzi Investigatore” di Ugo Tognazzi

(Italia, 1970)

A partire dagli anni Sessanta numerosi grandi attori del cinema hanno iniziato a prestarsi alla neonata televisione oltre che come attori anche come autori. In quegli anni molti lo facevano mostrando palesemente il loro sdegno per un mezzo così poco nobile rispetto al teatro o al grande schermo. Ma l’immortale Tognazzi no. Il suo geniale senso artistico lo aveva fatto essere uno dei veri pionieri del divertimento del nostro piccolo schermo con il varietà memorabile “Un, due e tre” assieme a Raimondo Vianello.

Alla fine degli anni Sessanta però Tognazzi non è più solo un’icona della risata, ma è uno dei grandi interpreti del cinema di qualità. E torna in televisione con una serie che si ispira alla grande commedia al’italiana, e che lui stesso dirigere. A scrivere i soggetti e le sceneggiature ci sono i maestri Age & Scarpelli che confezionano sei puntate.

Il genere è quello della commedia appunto, ma una commedia tinta di giallo, visto che di mestiere il protagonista Francesco Bertolazzi fa l’investigatore privato e gioca sulle sue iniziali per farsi pubblicità. La sua è una ditta a conduzione familiare, ma che punta a una clientela distina e soprattuto abbiente.

Nella prima puntata, “Sparita il giorno delle nozze”, a interpretare un’antipatico antiquario che ama viaggiare su una delle automobili appartenute a Mussolini c’è Marco Ferreri, amico personale di Tognazzi, nonché grande regista e autore di pellicole straordinarie interpretate dallo stesso grande artista cremonese.

Al momento questa deliziosa serie prodotta dalla nostra televisione nazionale è praticamente introvabile. Solo qualche brano è visibile su Youtube. …Sob.

Peter Falk

Il 16 settembre del 1927 nasce a New York Peter Michael Falk in una famiglia ebraica di origini polacche, russe, ungheresi e ceche. A tre anni, a causa di una grave patologia oculare, il piccolo Peter subisce l’asportazione dell’occhio destro. L’evento cambia per sempre i suoi connotati e sembra stridere con la futura carriera d’attore. Ma proprio quello strano e particolare sguardo diventerà il suo tratto distintivo.

Gli inizi però non sono semplici. Durante un casting per esempio Harry Cohn, il fondatore della Columbia Pictures, lo boccia dicendo una frase che lo stesso Falk ricorderà spesso: “Con gli stessi soldi posso avere un attore con due occhi”.

Ad accorgersi delle possibilità recitative di Falk non è il cinema ma la televisione. L’attore newyorkese, infatti, approda alla fine degli anni Cinquanta in alcune delle serie tv che di fatto faranno la storia della fiction americana come “Alfred Hitchcock presenta” e “Ai confini della realtà”.

Grazie all’esperienza acquisita e alla sua bravura nel 1961 Frank Capra lo sceglie per il suo “Angeli con la pistola”, nel ruolo secondario di Carmelo. Così, nonostante le origini mitteleuropee, Peter Falk diventa famoso al grande pubblico come il classico immigrato italiano di “Broccolino”.

Seguono numerosi ruoli secondari nei panni di personaggi sulla linea di Carmelo in film come “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo” di Stanley Kramer (1963) o “La grande corsa” di Blake Edwards (1965).  

Ma è nuovamente il piccolo schermo a dare a Falk l’occasione giusta, quella per diventare finalmente protagonista assoluto. Nel 1968 gira il primo pilota della serie poliziesca “Columbo” (che da noi diventa “Colombo”) in cui interpreta un tenente italoamericano (…sob!) della squadra omicidi del LAPD, dall’incredibile intelligenza deduttiva nonostante l’aspetto trasandato e distratto.

Nel 1971, dopo un secondo pilota, viene prodotta definitivamente la prima serie, e a dirigere il primo episodio viene chiamato un giovanissimo e sconosciuto Steven Spielberg. Il successo è clamoroso, tanto da portare la produzione a realizzare sette stagioni consecutive, quattro film direttamente per il grande schermo e uno spin-off dal titolo “Mrs. Columbo” dedicato alle (improbabili…) imprese investigative della “fantomatica” moglie del tenente.

Sul set della serie Falk ha modo di conoscere John Cassavetes (omicida nella puntata “Concerto con delitto”) maestro del cinema indipendente americano che per produrre i suoi film recita (è il protagonista, per esempio, del mitico “Contratto per uccidere” del maestro Don Siegel). Falk così partecipa a ottime pellicole come “Mariti”, “Una moglie” e “La sera della prima” tutte dirette dall’amico Cassavetes.

Il successo televisivo permette a Falk di scegliere i ruoli per il grande schermo e lui, da grande attore, passa con bravura da quelli più drammatici dei film di Cassavetes a quelli tipici della commedia come in “Invito a cena con delitto” (1976) di Robert Moore, “Mikey e Nicky” (1976) della grande Elaine May , “Una strana coppia di suoceri” (1979) di Arthur Hiller o quello del vecchio manager nel bellissimo “California Dolls” (1981) di Robert Aldrich. Ma Falk si cimenta anche nel poliziesco con l’avvincente “Pollice da scasso” (1978) di William Friedkin.

Nel 1987 Wim Wenders lo vuole nel suo sublime “Il cielo sopra Berlino” e nel sequel “Così lontano, così vicino” del 1993. Sempre nel 1987 Falk partecipa a un fantasy che all’uscita nelle sale non ottiene un particolare riscontro ma che oggi è diventato un vero e proprio cult: “La storia fantastica” diretto da Rob Reiner.

Nel 1996 è accanto a Woody Allen nel film per la tv “I ragazzi irresistibili”, nuovo adattamento della famosa commedia di Neil Simon, diretto da John Erman.

Nel frattempo, dal 1989, Falk è tornato a vestire i panni del tenente Colombo nelle nuove stagioni che riscuotono sempre un buon successo di pubblico. Nel 2003 le avventure di Colombo si chiudono definitivamente e l’attore dirada i suoi impegni lavorativi a causa di ricorrenti amnesie.

Nel 2008 gli viene diagnosticato definitivamente il morbo di Alzheimer, e l’attore si ritira nella sua villa di Beverly Hills. Purtroppo le sue ultime immagini pubbliche vengono catturate da alcuni fotografi mentre è in strada smarrito, prigioniero e sfigurato dalla malattia degenerativa. Peter Falk muore poco dopo, il 23 giungo del 2011.

Chiamarlo caratterista è davvero troppo riduttivo, visto che è stato uno dei volti più noti del cinema e della televisione del Novecento. Se è vero che Falk deve molto al piccolo schermo, è vero anche che la sua bravura e la sua classe hanno contribuito a nobilitare la fiction televisiva.

Infine, è giusto ricordare Giampiero Albertini, indimenticabile voce italiana di Falk e del tenente Colombo fino al 1991.  

“Sneaky Pete” di Brian Craston e David Shore

(USA, dal 2015)

Avete presente il gioco delle tre carte? Bene, Marius Josipovic vi porterebbe via anche la camicia e voi tornereste a casa conviti di avere vinto. Chi è Josipovic (occhio all’accento visto che è un nome polacco)? Il protagonista di questa gaiarda serie tv fra il thriller e il poliziesco, che possiamo vedere si Amazon Prime Video.

Creata da Brian Craston (il grande protagonista della serie “Breaking Bad” e del bellissimo “L’ultima parola”) insieme a David Shore (ideatore, fra le altre, della serie “Dr. House – Medical Divsion”) “Sneaky Pete”, in ognuna delle sue puntate ci sorprende lasciandoci di stucco.

Dopo tre anni di carcere Marius Josipovic (un tostissimo Giovanni Ribisi) finalmente esce. Oltrettutto il suo compagno di cella Pete Murphy non fa altro che parlare della sua famiglia, e soprattutto dei suoi nonni che non vede da vent’anni. Poche ore prima di uscire però Marius riceve la telefonata di suo fratello minore Eddie (Michael Drayer) che lo avverte: Vince (lo stesso Brian Craston) lo spietato boss del gioco d’azzardo di New York a cui lui ha truffato 100.000 dollari lo vuole uccidere. Marius riesce a sfuggire ai balordi di Vince, ma non non ha un posto dove rifuggiarsi, fino a quando non gli tornano in mente i racconti del suo compagno di cella. La mattina dopo si presenta come Pete a casa dei suoi nonni Otto (Peter Gerety) e Audrey (Margo Martindale) Bernhardt.

Per salvare il fratello dalle grinfie di Vince, Marius dovrà inventarsi il piano più ingegnoso e ardito della storia, ma…

Davvero appassionante e imprevedible fino al’ultima scena.

“Stranger Things” di Matt Duffer e Ross Duffer

(USA, 2016)

Normalmente si associano gli anni Ottanta ai capelli cotonati, ai piumini, agli orecchini a cerchi, alle maniche a palloncino o alle spalline abnormi, e – poveri noi –  alle scarpe ballerine (teribbili!). Ma negli anni Ottanta, fortunatamente, ci sono state anche altre cose. Come i film di Steven Spielberg o i grandi romanzi di Stephen King. E proprio a questi due grandi autori visionari, i fratelli Duffer si sono ispirati per realizzare questa serie tv prodotta da Netflix.

Ispirandosi anche alle atmosfere dello splendido “Super 8” di J.J. Abrams – altro grande omaggio a quegli anni – i Duffer ci portano a Hawinks, una piccola cittadina dell’Indiana, esattamente il 6 novembre del 1983, il giorno in cui scompare il dodicenne Will Byers (primo grande e irresistibile omaggione a “IT” di King). Sulla piccola località cala l’ombra di qualcosa di oscuro e “straniero” che proviene da un laboratorio governativo segreto situato nelle vicinanze (e qui “L’ombra dello Scorpione” dove me la mettete?!) il cui responsabile è il dottor Martin Brenner (un Matthew Modine truccato da assomigliare tanto a Keys/Peter Coyote di “E.T. – L’’Extraterrestre”). Scattano le ricerche del piccolo, quelle ufficiali guidate dallo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), mentre quelle personali da Joyce Byers (Winona Ryder) e da Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente madre e fratello di Will. Le più fruttuose però sembrano essere quelle condotte da Mike, Dustin e Lucas (di nome non di cognome…), i tre compagni di scuola e amici del cuore del ragazzino (che vivono in simbiosi alle loro biciclette …eddaje!), che si imbattono in una strana e silenziosa loro coetanea. Ma tutti, comunque, troveranno misteri, enigmi e false piste fino a quando…

Godibilissima serie per amanti del brivido e amatori dei cult di trent’anni fa. Tanto per fare qualche esempio, nella camera di uno dei protagonisti c’è appesa al muro la locandina di “Dark Crystal” di Jim Henson. Oppure un poliziotto di guardia legge distrattamente un libro con sulla quarta di copertina la foto di un giovanissimo Stephen King. Per arrivare al titolo del IV episodio “The Body”, esattamente come quello originale del racconto dello stesso King da cui è stato tratto il film “Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner. E basta, altrimenti non la smetto più e vi parlo anche delle citazioni dal piccolo cult “Scarlatti – Il thriller” diretto da Frank LaLoggia nel 1988.

Se Steven Spielberg, in un’intervista di allora, affermò che “E.T. – L’extraterrestre” era ciò che lui sognava di vivere con un alieno, mentre “Poltergeist – Demoniache presenze“ (da lui scritto ufficialmente, e co-diretto ufficiosamente) era quello che invece temeva di vivere con una forma aliena, “Stranger Things” è la risposta…

Per la chicca: sigla di testa davvero anni …Ottanta paura!

“Crisis in Six Scenes” di Woody Allen

(USA, 2016)

Scoccati gli ottanta, il grande Woody Allen si è preso “la briga e di certo il gusto” (cit.) di girare la sua prima serie televisiva. E per farlo ha scelto Amazon Prime Video che gli ha dato carta bianca.

Non mi voglio dilungare ora su come e dove vedremo la fiction a casa nostra da qui ai prossimi cinque o dieci anni, dove molto probabilmente i canali televisivi così come li conosciamo non esisteranno più, e tutto sarà in rete. Voglio parlare, invece, di quest’ultima fatica televisiva del genio newyorkese.

Ambientata nei fantastici Sessanta, in una New York dove si respira l’aria della rivoluzione sociale e civile, “Crisis in Six Scenes” ci racconta come la vita tranquilla e ordinata dei coniugi Munsinger, Sidney (lo stesso Woody Allen doppiato per noi magnificamente da Leo Gullotta) e Kay (una strepitosa Elaine May) subisca l’impatto violento coi tempi che corrono.

Nel cuore della notte, infatti, la rivoluzionaria evasa dal carcere Lennie Dale (Miley Cirus) si intrufola in casa Munsinger. La scelta di Lennie è legata al vecchio rapporto stretto che Kay ha avuto da giovane con la sua famiglia. E quando la rivoluzione bussa alle porte…    

Sei deliziose puntate per una serie nel segno del genio di Woody Allen. E grande, e ovviamente ironica, riflessione su quello che davvero è stato il “mitico” ma ormai stantio e incartapecorito ’68.

Non si può non parlare anche della grande Elaine May. Figura fondamentale del cabaret e della satira americana a partire dagli anni Cinquanta, autrice di radio, cinema (suo è lo spassoso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo per fare un esempio) teatro e televisione. La May, superati abbondantemente gli ottanta, tiene fantasticamente testa a Woody Allen che, comunque, è sempre lui. Anche in streaming!

“Easy” di Joe Swamberg

(USA, 2016)

Joe Swamberg è uno dei fondatori e dei maggiori rappresentanti del Mumblecore, il movimento, fra i più rilevanti, del cinema indipendente americano a basso costo. Con la collaborazione di Netflix, Swamberg scrive, dirige e produce “Easy”, una serie televisiva in otto puntate.

Il titolo c’è lo dice subito: in amore non c’è niente di facile! E così, in questa serie corale dove i protagonisti di ogni puntata sono legati per amicizia, lavoro o parentela gli uni agli altri, esploriamo le varie sfacciattature del sentimento più misterioso e contradittorio della storia del Mondo.

Iniziamo con Kyle (Michael Chernus) e Andi (Elizabeth Reaser), una coppia sposata da quasi quindicianni, con due figli piccoli, che ha seri problemi di sesso. Sarà forse perché nella baracca i soldi li porta Andi, donna in carriera, mentre Kyle rimane a casa a far crescere i fiigli?

Oppure assistiamo all’incontro fra Chase (Kiersey Clemons), babysitter di Kyle e Andi, e Jo (Jacqueline Toboni) convinta vegana. Chase, pur di far colpo sulla sua nuova fiamma, decide di diventare vegana e naturista come non lo è mai stata…

Godibilissima e pungente in ogni puntata, dove se a livello visivo qualcosa è dissimulato, in quello verbale è tutto detto, “Easy” è una delle serie più riuscite degli ultimi anni.

Nel cast, che raccoglie molte delle più talentuose nuove leve Made in USA, appaiono anche Jane Adams, Orlando Bloom e Malin Akerman.

“Le avventure di Laura Storm” di Leo Chiosso e Camillo Mastrocinque

(Italia, 1965/66)

Questa serie poliziesca, con un forte accento di commedia, nasce come risposta a quella molto bogartiana de “Il tentente Sheridan” con Ubaldo Lay. Ma, nonostante ciò, a distanza di cinquant’anni possiede ancora elementi particolari e innovativi che quella con Lay non ha.

Ideata da Leo Chiosso – uno dei più famosi parolieri del nostro Novecento – e Camillo Mastrocinque – uno dei maestri della grande commedia all’italiana – questa serie è andata in onda in otto puntate dal 1965 al 1966.

Laura Perrucchetti (una affascinante quanto brava Lauretta Masiero) lavora come giornalista presso il giornale “L’Eco della Notte” usando lo pseudonimo di Laura Storm per firmare i suoi articoli, incentrati sempre sulla moda e la mondanità. Ma Laura è una donna molto particolare: ama le arti marziali, è indipendente, fuma e ha una relazione fatta di alti e bassi col suo direttore Carlo Steni (Aldo Giuffrè). Lei vorrebbe dedicarsi alla cronaca nera, ma Steni si oppone, fino a quando la Storm non è implicata direttamente in un misterioso delitto.

Nel cast fisso appaiono anche Oreste Lionello e Stefano Sibaldi. E Andrea Camilleri, così come nelle “Inchieste del Commissario Maigret” con Cervi, è il delegato della produzione. Ma al di là dei casi gialli specifici, che spesso sono molto semplici, ciò che ancora colpisce è la modernità della figura della protagonista, che spesso le dà di santa ragione a maschi bruti e prepotenti. Si può solo immaginare la reazione indignata di molti ben pensanti che vedendola in tv sbuffarono furenti. La RAI la trasmise in seconda serata. Non ci scordiamo che noi, fino a non troppi anni fa, eravamo il Paese del delitto d’onore, dove la Legge concellava le condanne per stupro se l’aguzzino accettava di sposare la sua vittima. E’ importante ricordare pure che nel 1965 non c’era ancora il divorzio, e l’aborto era vergognosamente ancora illegale.

Nei dialoghi si respira l’aria di quella rivoluzione sociale che sta per arrivare (ma che poi cambierà molto poco rispetto a quello che aveva promesso) grazie alla quale le donne finalmente pretenderanno i loro diritti. Davvero un documento sulla nostra società che stava cambiando. Da vedere, ovviamente solo su Youtube, visto che è introvabile altrove.

Per la chicca: la sigla finale, scritta da Chiosso e Dorelli, allora compagno della Masiero, è cantata da un giovane Fausto Leali.

“Saturnino Farandola” di Raffaele Meloni e Albert Robida

(Italia, 1977)

Questo sceneggiato per i più giovani è andato in onda sul Secondo Canale (dite quello che vi pare, ma io allora lo chiamavo così) dalla primavera del 1977 al gennaio del 1978, con un’ampia interruzione per le vacanze estive. Le tredici puntate furono trasmesse con cadenza settimanale nel pomeriggio televisivo dedicato ai “ragazzi”.

Tratto dal romanzo Albert Robida, che nel 1879 pubblica “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola” col quale intende rivisitare il maestro Jules Verne per il pubblico più giovane, questo sceneggiato – adattato per lo schermo dallo stesso Meloni assieme a Norman Mozzato – è stato totalmente girato in studio, nonostante racconti di avventure in cielo terra e acqua, e che si consumano nei luoghi più disparati ed esotici del nostro pianeta.

Proprio per raccontare queste incredibili avventure, Meloni usa scenografie e animazioni d’effetto ma spartane, proprio in stile con la tv di quegli anni dove gli “effetti speciali” dovevano essere ben visibili.

A vestire il ruolo del protagonista c’è Mariano Rigillo, mentre gli altri componenti del cast – fra i quali spicca il grande Paolo Poli – vestono i panni di tutti gli altri personaggi della storia, anche questo molto anni Settanta.

Da ricordare c’è anche la bella sigla di testa animata, realizzata da Stelio Passacantando, le musiche di Ettore De Carolis e la bellezza sensuale e tenebrosa di Daria Nicolodi, che ancora oggi, a rivederla ballare vestita da odalisca, qualche lungo sospirone ce lo strappa ancora…

So che la cosa vi stupirà, ma questo prezioso e originale sceneggiato televisivo è praticamente introvabile, l’unica opportunità che rimane è quella di vederlo a pezzi su Youtube.