“Stranger Things” di Matt Duffer e Ross Duffer

(USA, 2016)

Normalmente si associano gli anni Ottanta ai capelli cotonati, ai piumini, agli orecchini a cerchi, alle maniche a palloncino o alle spalline abnormi, e – poveri noi –  alle scarpe ballerine (teribbili!). Ma negli anni Ottanta, fortunatamente, ci sono state anche altre cose. Come i film di Steven Spielberg o i grandi romanzi di Stephen King. E proprio a questi due grandi autori visionari, i fratelli Duffer si sono ispirati per realizzare questa serie tv prodotta da Netflix.

Ispirandosi anche alle atmosfere dello splendido “Super 8” di J.J. Abrams – altro grande omaggio a quegli anni – i Duffer ci portano a Hawinks, una piccola cittadina dell’Indiana, esattamente il 6 novembre del 1983, il giorno in cui scompare il dodicenne Will Byers (primo grande e irresistibile omaggione a “IT” di King). Sulla piccola località cala l’ombra di qualcosa di oscuro e “straniero” che proviene da un laboratorio governativo segreto situato nelle vicinanze (e qui “L’ombra dello Scorpione” dove me la mettete?!) il cui responsabile è il dottor Martin Brenner (un Matthew Modine truccato da assomigliare tanto a Keys/Peter Coyote di “E.T. – L’’Extraterrestre”). Scattano le ricerche del piccolo, quelle ufficiali guidate dallo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), mentre quelle personali da Joyce Byers (Winona Ryder) e da Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente madre e fratello di Will. Le più fruttuose però sembrano essere quelle condotte da Mike, Dustin e Lucas (di nome non di cognome…), i tre compagni di scuola e amici del cuore del ragazzino (che vivono in simbiosi alle loro biciclette …eddaje!), che si imbattono in una strana e silenziosa loro coetanea. Ma tutti, comunque, troveranno misteri, enigmi e false piste fino a quando…

Godibilissima serie per amanti del brivido e amatori dei cult di trent’anni fa. Tanto per fare qualche esempio, nella camera di uno dei protagonisti c’è appesa al muro la locandina di “Dark Crystal” di Jim Henson. Oppure un poliziotto di guardia legge distrattamente un libro con sulla quarta di copertina la foto di un giovanissimo Stephen King. Per arrivare al titolo del IV episodio “The Body”, esattamente come quello originale del racconto dello stesso King da cui è stato tratto il film “Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner. E basta, altrimenti non la smetto più e vi parlo anche delle citazioni dal piccolo cult “Scarlatti – Il thriller” diretto da Frank LaLoggia nel 1988.

Se Steven Spielberg, in un’intervista di allora, affermò che “E.T. – L’extraterrestre” era ciò che lui sognava di vivere con un alieno, mentre “Poltergeist – Demoniache presenze“ (da lui scritto ufficialmente, e co-diretto ufficiosamente) era quello che invece temeva di vivere con una forma aliena, “Stranger Things” è la risposta…

Per la chicca: sigla di testa davvero anni …Ottanta paura!

“Crisis in Six Scenes” di Woody Allen

(USA, 2016)

Scoccati gli ottanta, il grande Woody Allen si è preso “la briga e di certo il gusto” (cit.) di girare la sua prima serie televisiva. E per farlo ha scelto Amazon Prime Video che gli ha dato carta bianca.

Non mi voglio dilungare ora su come e dove vedremo la fiction a casa nostra da qui ai prossimi cinque o dieci anni, dove molto probabilmente i canali televisivi così come li conosciamo non esisteranno più, e tutto sarà in rete. Voglio parlare, invece, di quest’ultima fatica televisiva del genio newyorkese.

Ambientata nei fantastici Sessanta, in una New York dove si respira l’aria della rivoluzione sociale e civile, “Crisis in Six Scenes” ci racconta come la vita tranquilla e ordinata dei coniugi Munsinger, Sidney (lo stesso Woody Allen doppiato per noi magnificamente da Leo Gullotta) e Kay (una strepitosa Elaine May) subisca l’impatto violento coi tempi che corrono.

Nel cuore della notte, infatti, la rivoluzionaria evasa dal carcere Lennie Dale (Miley Cirus) si intrufola in casa Munsinger. La scelta di Lennie è legata al vecchio rapporto stretto che Kay ha avuto da giovane con la sua famiglia. E quando la rivoluzione bussa alle porte…    

Sei deliziose puntate per una serie nel segno del genio di Woody Allen. E grande, e ovviamente ironica, riflessione su quello che davvero è stato il “mitico” ma ormai stantio e incartapecorito ’68.

Non si può non parlare anche della grande Elaine May. Figura fondamentale del cabaret e della satira americana a partire dagli anni Cinquanta, autrice di radio, cinema (suo è lo spassoso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo per fare un esempio) teatro e televisione. La May, superati abbondantemente gli ottanta, tiene fantasticamente testa a Woody Allen che, comunque, è sempre lui. Anche in streaming!

“Easy” di Joe Swamberg

(USA, 2016)

Joe Swamberg è uno dei fondatori e dei maggiori rappresentanti del Mumblecore, il movimento, fra i più rilevanti, del cinema indipendente americano a basso costo. Con la collaborazione di Netflix, Swamberg scrive, dirige e produce “Easy”, una serie televisiva in otto puntate.

Il titolo c’è lo dice subito: in amore non c’è niente di facile! E così, in questa serie corale dove i protagonisti di ogni puntata sono legati per amicizia, lavoro o parentela gli uni agli altri, esploriamo le varie sfacciattature del sentimento più misterioso e contradittorio della storia del Mondo.

Iniziamo con Kyle (Michael Chernus) e Andi (Elizabeth Reaser), una coppia sposata da quasi quindicianni, con due figli piccoli, che ha seri problemi di sesso. Sarà forse perché nella baracca i soldi li porta Andi, donna in carriera, mentre Kyle rimane a casa a far crescere i fiigli?

Oppure assistiamo all’incontro fra Chase (Kiersey Clemons), babysitter di Kyle e Andi, e Jo (Jacqueline Toboni) convinta vegana. Chase, pur di far colpo sulla sua nuova fiamma, decide di diventare vegana e naturista come non lo è mai stata…

Godibilissima e pungente in ogni puntata, dove se a livello visivo qualcosa è dissimulato, in quello verbale è tutto detto, “Easy” è una delle serie più riuscite degli ultimi anni.

Nel cast, che raccoglie molte delle più talentuose nuove leve Made in USA, appaiono anche Jane Adams, Orlando Bloom e Malin Akerman.

“Le avventure di Laura Storm” di Leo Chiosso e Camillo Mastrocinque

(Italia, 1965/66)

Questa serie poliziesca, con un forte accento di commedia, nasce come risposta a quella molto bogartiana de “Il tentente Sheridan” con Ubaldo Lay. Ma, nonostante ciò, a distanza di cinquant’anni possiede ancora elementi particolari e innovativi che quella con Lay non ha.

Ideata da Leo Chiosso – uno dei più famosi parolieri del nostro Novecento – e Camillo Mastrocinque – uno dei maestri della grande commedia all’italiana – questa serie è andata in onda in otto puntate dal 1965 al 1966.

Laura Perrucchetti (una affascinante quanto brava Lauretta Masiero) lavora come giornalista presso il giornale “L’Eco della Notte” usando lo pseudonimo di Laura Storm per firmare i suoi articoli, incentrati sempre sulla moda e la mondanità. Ma Laura è una donna molto particolare: ama le arti marziali, è indipendente, fuma e ha una relazione fatta di alti e bassi col suo direttore Carlo Steni (Aldo Giuffrè). Lei vorrebbe dedicarsi alla cronaca nera, ma Steni si oppone, fino a quando la Storm non è implicata direttamente in un misterioso delitto.

Nel cast fisso appaiono anche Oreste Lionello e Stefano Sibaldi. E Andrea Camilleri, così come nelle “Inchieste del Commissario Maigret” con Cervi, è il delegato della produzione. Ma al di là dei casi gialli specifici, che spesso sono molto semplici, ciò che ancora colpisce è la modernità della figura della protagonista, che spesso le dà di santa ragione a maschi bruti e prepotenti. Si può solo immaginare la reazione indignata di molti ben pensanti che vedendola in tv sbuffarono furenti. La RAI la trasmise in seconda serata. Non ci scordiamo che noi, fino a non troppi anni fa, eravamo il Paese del delitto d’onore, dove la Legge concellava le condanne per stupro se l’aguzzino accettava di sposare la sua vittima. E’ importante ricordare pure che nel 1965 non c’era ancora il divorzio, e l’aborto era vergognosamente ancora illegale.

Nei dialoghi si respira l’aria di quella rivoluzione sociale che sta per arrivare (ma che poi cambierà molto poco rispetto a quello che aveva promesso) grazie alla quale le donne finalmente pretenderanno i loro diritti. Davvero un documento sulla nostra società che stava cambiando. Da vedere, ovviamente solo su Youtube, visto che è introvabile altrove.

Per la chicca: la sigla finale, scritta da Chiosso e Dorelli, allora compagno della Masiero, è cantata da un giovane Fausto Leali.

“Saturnino Farandola” di Raffaele Meloni e Albert Robida

(Italia, 1977)

Questo sceneggiato per i più giovani è andato in onda sul Secondo Canale (dite quello che vi pare, ma io allora lo chiamavo così) dalla primavera del 1977 al gennaio del 1978, con un’ampia interruzione per le vacanze estive. Le tredici puntate furono trasmesse con cadenza settimanale nel pomeriggio televisivo dedicato ai “ragazzi”.

Tratto dal romanzo Albert Robida, che nel 1879 pubblica “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola” col quale intende rivisitare il maestro Jules Verne per il pubblico più giovane, questo sceneggiato – adattato per lo schermo dallo stesso Meloni assieme a Norman Mozzato – è stato totalmente girato in studio, nonostante racconti di avventure in cielo terra e acqua, e che si consumano nei luoghi più disparati ed esotici del nostro pianeta.

Proprio per raccontare queste incredibili avventure, Meloni usa scenografie e animazioni d’effetto ma spartane, proprio in stile con la tv di quegli anni dove gli “effetti speciali” dovevano essere ben visibili.

A vestire il ruolo del protagonista c’è Mariano Rigillo, mentre gli altri componenti del cast – fra i quali spicca il grande Paolo Poli – vestono i panni di tutti gli altri personaggi della storia, anche questo molto anni Settanta.

Da ricordare c’è anche la bella sigla di testa animata, realizzata da Stelio Passacantando, le musiche di Ettore De Carolis e la bellezza sensuale e tenebrosa di Daria Nicolodi, che ancora oggi, a rivederla ballare vestita da odalisca, qualche lungo sospirone ce lo strappa ancora…

So che la cosa vi stupirà, ma questo prezioso e originale sceneggiato televisivo è praticamente introvabile, l’unica opportunità che rimane è quella di vederlo a pezzi su Youtube.

“Grace and Frankie” di Martha Kauffman e Howard J. Morris

(USA, dal 2015)

Martha Kauffman (autrice già di sit-com come “Friends”) e Howard J. Morris firmano questa serie Netfix con un cast di prima classe: Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterson.

Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) sono sedute al tavolo di un ristorante di lusso. Entrambe aspettano il loro rispettivo marito: la prima aspetta Robert (Sheen), mentre la seconda Sol (Waterson). Nonstante i loro mariti siano soci da oltre vent’anni, e abbiano comprato anche una bella casa al mare insieme, le due donne poco si sopportano. Grace è un’ex modella tutto stile e look e Frankie, invece, ama il karma, l’incenso e la vita freak. Ma quello che i rispettivi mariti le riveleranno cambierà per sempre le loro vite: Robert e Sol sono amanti da oltre vent’anni e, adesso che finalmente la legge lo permette, vogliono sposarsi. Il cataclisma scardina ogni equilibrio costruito in quasi settant’anni di vita, ma…

Ininzia così questa cattiva e divertente serie ironica che rompe tutti i tabu sociali e morali. Una sorta di “Strana coppia” del secondo decennio del terzo millennio. Fonda e Sheen da Emmy.

“I Promessi Sposi” di Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi

I Promessi Sposi Trio Loc

Nel gennaio del 1990, quando tutto il Paese ormai si preparava a quello che molti consideravano l’apice della nostra italianità, la cosa che ci avrebbe finalmente concesso un posto sul podio planetario fra le primissime nazioni civili e organizzate, l’evento che avrebbe riscattato i lati beceri e pecorecci del – così troppo! – bistrattato vecchio Stivale: i Mondiali di Calcio Italia90, la Rai trasmise la parodia, fatta dal magico Trio, dello sceneggiato polpettone, insulso e celofanato “I Promessi Sposi” diretto da Salvatore Nocita, frutto di una cooproduzione internazionale – che anche lei avrebbe dovuto riqualificarci davanti al mondo – andato in onda qualche mese prima.

Ma all’alba dell’ultimo decennio del Secolo Breve, la Rai non era più quella dei grandi sceneggiati avendo a che fare, ormai da qualche anno, con un concorrente agile, volitivo e ricco come la Fininvest. I tempi e la qualità della Rai non potevano competere con la tv “fast food” del Biscione. E così lo sceneggiato di Nocita venne fuori come una brodaglia sterile e priva di cuore, che niente aveva a che fare con quello diretto da Sandro Bolchi qualche decennio prima. Basta pensare che per la versione “internazionale” dello sceneggiato diretto da Nocita, quella venduta ad altri Paesi, venne tagliata la parte con il futuro premio Nobel Dario Fo che impersonava Azzeccagarbugli, sostituendolo poi con un altro attore. Che menti…

Ma torniamo alla sua pardia, vero gioiello televisivo di quegli anni. Già a partire dai titoli di testa con lo strepitoso “Da un’idea di Alessandro Manzoni”, per passare alla prima apparizione di Lucia-Marchesini col suo “Chedé?”, a Bella Fighiera e a mille altre trovate geniali, fino alla sigla finale in cui uno splendido Lopez-Manzoni canta “Lucy” suonando un pianoforte a coda sulle onde del mare al tramonto, si capisce la portata della serie. E, come accadeva col Trio e soprattuto con l’indimenticabile – e insostituibile – Anna Marchesini, ci si sbellicava dalle risate castingando i vizi e le miserie del nostro Paese; esattamente quello che accadeva al cinema, qualche decennio prima, con la grande commedia all’italiana. E questo è ancora più evidente rivedendolo oggi, a quasi trent’anni di distanza. Trent’anni in cui il nostro Paese è tanto e tanto poco cambiato. Sarà un caso, quindi, che della sua recente messa in onda pomeridiana, avvenuta poco dopo la scomparsa della Marchesini, la Rai abbia mantenuto il più stretto riserbo…

Ma, fortunatamente, l’opera del Trio è raggiungibile usando anche altri mezzi.

I Promessi Sposi del Trio

“Grisù il draghetto” di Nino e Toni Pagot

Grisu Loc

(Italia, 1975)

Sono uscite in DVD già da qualche tempo le avventure del piccolo Grisù, il draghetto che sogna di fare il pompiere. Amo incondizionatamente il piccolo drago che vuole combattere la sua natura fiammeggiante perché mi ricorda troppo la mia infanzia, parte della quale ho passato abbondatemente davanti alla tv. Ma voglio parle oggi di Grisù perché nonostante gli anni è sempre un cartone animato delizioso. Con le produzioni del maestro Bruno Bozzetto, quelle dei Pagot (che poi collaboreranno anche con Miyazaki) rappresentano l’apice della nostra animazione che purtroppo negli ultimi decenni è andata calando, sia in quantità che in qualità.

Ideato da Toni e Nino Pagot – che poi scriveranno la serie insieme a Marco e Gi Pagot – il sogno di Grisù è ancora attuale e divertente, con il suo rapporto d’amore ma anche di conflitto col padre, l’ortodosso drago Fumè – conflitto indiscutibilmente segno dell’epoca -, così come le “raccomandazioni” di Sir Cedric e Lady Rowena che fanno di tutto pur di consolare il piccolo draghetto dal dolore che gli provoca l’impossibilità di realizzare il suo sogno.

Da vedere, senza fiammiferi nelle vicinanze…

Grisù il draghetto

“I giovedì della signora Giulia” di Paolo Nuzzi, Massimo Scaglione e Piero Chiara

I giovedi della signora Giulia Loc

(Italia, 1970)

Chiamatemi pure un nostalgico del bianco e nero (anche se questo nello specifico è a colori), ma mi fanno impazzire e mi intrigano come pochi i vecchi sceneggiati della nostra – sparita e compianta – grande televisione. Questo si ispira al romanzo omonimo di Piero Chiara – scrittore che personalmente apprezzo molto -, grande narratore e castigatore dei vizi della ricca provincia italiana del nord, e ci porta nello specifico dentro la magione dell’avvocato Tommaso Esengrini (impersonato da un bravissimo e antipaticissimo Claudio Gora), che un giovedì sera chiama il suo “amico-nemico “di tribunale, l’ispettore Sciancalepre (che ha il viso del vero investigatore privato Tom Ponzi), per chiedergli un supporto morale e logistico visto che la moglie Giulia è scappata di casa. Ricostruendo gli ultimi giorni prima della scomparsa, Sciancalepre viene a sapere che la signora era usa ogni giovedì andare a Milano per trovare la figlia adolescente, ospite di un rinomato collegio della città. Ma, soprattutto, il commissario scopre che la signora Esengrini aveva una relazione con tale Luciano Barsanti, che era pronto a iniziare una nuova vita con lei a Roma. Ma nessuno, nemmeno lui, ha notizie della signora che alla fine viene classificata come persona scomparsa. L’anno successivo, durante i lavori per costruire una piscina nel giardino di villa Esengrini, viene scoperto il corpo della signora Giulia all’interno di una vecchia cisterna che uno smottamento ha riportato alla luce. L’indiziato principale del delitto diventa subito l’avvocato Esengrini, che però nega tutto portando l’attenzione del PM prima sul Barsanti e poi su Demetrio, il suo tuttofare e assistente personale di studio, abitante anche lui a Villa Esengrini e conoscente fin da bambino della signora Giulia…

La conclusione dello sceneggiato (prodotto da Pietro Germi, e si vede!) si discosta non poco da quella del romanzo – tranquilli non anticipo nessuna delle due -, ma mantiene inalterata l’atmosfera cupa e inquietante dello scritto di Chiara. Per amanti e fini intenditori.

I giovedì della signora Giulia

“Belfagor – Il fantasma del Louvre” di Claude Barma

Belfagor Loc

(Francia, 1965)

Approdato sulla nostra televisione oltre un anno dopo la sua messa in onda in Francia, che raccolse un successo di spettatori senza precedenti, “Belfagor – Il fantasma del Louvre” segnò indelebilmente anche l’immaginario degli spettatori italiani. Tratto dal romanzo scritto da Arthur Bernède nel 1925, e riadattato per la televisione da Claude Barma, “Belfagor” ci porta nel ventre esoterico e misterioso del Louvre dove una notte un guardiano è assalito da una figura misteriosa…

Ma la trama oggi non è la cosa più interessante: quello che ancora affascina dopo mezzo secolo sono le atmosfere e i gli ambienti di una Parigi notturna che forse già allora non esisteva già più. Da ricordare le interpretazioni della fascinosa Juliette Greco e del membro della Comédie-Française René Dary, nei panni dell’ispettore Ménardier. Nell’edizione che ho io ci sono i dialoghi originali in francese che la censura della nostra televisione – considerandoli troppo libertini – tagliò non doppiandoli, e che ce la dicono tutta sul nostro costume di allora.

Per la chicca: fra le voci italiane di fondo c’è quella bella e ben riconoscibile di Gigi Proietti.