“Perfect Blue” di Satoshi Kon

(Giappone, 1997)

Nel 1997 arriva nelle sale giapponesi l’opera prima del geniale maestro dell’animazione del Sol Levante Satoshi Kon (1963-2010) che adatta liberamente per il grande schermo, con la sceneggiatura scritta da Sadayuki Murai, il romanzo “Perfect Blue” pubblicato da Yoshikazu Takeuchi nel 1991.

Entriamo così nel mondo delle “Idol”, adolescenti che diventano famose soprattutto perché cantano in un gruppo musicale, spesso j-pop. Fra le varie Idol che furoreggiano fra gli adolescenti, e non solo, c’è il trio delle “Cham” in cui spicca Mima Kirigoe.

Ma la fama delle Idol è assai breve e così l’agenzia che segue Mima le propone di abbandonare le Cham per intraprendere la carriera di attrice – cosa assai frequente – visto che la produzione di una nota serie televisiva noir sembra interessata a lei.

Mima accetta e il nuovo pubblico sembra apprezzarla, mentre quello delle Cham ne rimane profondamente deluso, e forse qualcuno anche particolarmente indignato. Visto il suo aspetto assai attraente e la sua notorietà precedente la produzione propone a Mima una scena spinta che culmina con uno stupro. Rumi, una delle sue manager ed ex Idol, ne rimane inorridita, ma Mima accetta, come accetta poi di posare senza veli per una rivista per soli adulti.

La ragazza, finite le riprese e il set fotografico, non può negare a se stessa di sentirsi confusa e anche un pò delusa per le scelte appena fatte, ma la situazione precipita quando alcune persone che l’hanno portata ad abbandonare le Cham e ad accettare la carriera di attrice vengono trovate barbaramente uccise…

Gioiello d’animazione che palesa le grandi doti artistiche del suo giovane regista, con emozioni e strutture narrative che lo stesso Satoshi Kon svilupperà superbamente in splendide pellicole successive come “Millennium Actress” e “Paprika – Sognando un sogno“. Un thriller onirico e surreale che non concede tregua allo spettatore fino all’ultimo sospirato fotogramma.

Dopo la dissolvenza dell’ultimo titolo di coda, così come dopo quella di ogni altra pellicola di Satoshi Kon, rimane la triste consapevolezza che il brutto male che lo ha portato via a soli 47 anni ci ha privato anche di altre sue geniali e certamente indimenticabili opere.

Purtroppo oggi questo film, nel nostro Paese, è praticamente impossibile da trovare, se non nel mondo dell’usato dove i possessori di rare VHS o di rarissimi dvd in italiano chiedono prezzi vergognosamente imbarazzanti per venderli.

“Luci della ribalta” di Charlie Chaplin

(Usa, 1952)

Dopo il flop commerciale dello splendido ma indubbiamente cinico “Monsieur Verdoux”, Charlie Chaplin decide di tornare a raccontare una storia d’amore. La prima idea che gli approda nella mente è che i protagonisti dovranno essere un clown e una ballerina, e poi lentamente il resto della storia si presenta quasi da solo.

Perché il personaggio del clown che prenderà il nome di Calvero, Chaplin lo ispira profondamente a se stesso, a partire dalla sua età (il grande artista inglese, durante le riprese, aveva 63 anni) che mostra senza trucco davanti alla macchina da presa.

La ballerina, invece, è molto più giovane, proprio come la maggior parte della compagne nella vita reale di Chaplin, Oona O’Neil la sua ultima moglie aveva 33 anni in meno di lui.

Ma se è vero che l’amore non ha età, è vero anche che l’anagrafe non fa sconti a nessuno. E così se esplode un sentimento fra due persone che vivono momenti opposti delle propria esistenza – uno al crepuscolo e l’altra agli albori – il rapporto se pur sincero e limpido, non può ignorare il corso della natura.

E così Chaplin ci racconta l’ultima parte dell’esistenza del grande comico Calvero, caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo, ma che riesce a tornare grande e a strappare al pubblico fragorosi e incontenibili applausi anche solo per un’ultima sera, grazie all’amore puro di Thereza (Claire Boom) una giovane e promettente ballerina che per caso ha salvato una sera rientrando a casa.

Con toni melodrammatici, ma al tempo stessi coinvolgenti e taglienti, Chaplin ci lascia il suo testamento artistico, fatto di amore e odio incondizionato per il palcoscenico e soprattutto per il pubblico, spesso ignorante cattivo e superficiale, ma senza il quale un vero artista non può vivere.

Memorabile la scena finale con lo sketch eseguito dalla due “vecchie glorie” (…ma ad avercele oggi!) Calvero e il suo partner impersonato dal grande Buster Keaton. Così come la colonna sonora scritta dallo stesso Chaplin e che nel 1972, vent’anni dopo, venne insignita del premio Oscar.

“Luci della ribalta” fu, infatti, l’ultimo film realizzato da Chaplin negli Stati Uniti, visto che mentre era sulla nave per raggiungere Londra e presentare il film, ricevette la notizia che se avesse rimesso piede in America sarebbe stato immediatamente arrestato per le sue “famigerate” attività anti-americane. 

Fra i suoi principali detrattori c’era anche John Edgar Hoover, allora capo dell’F.B.I., che già dagli anni Venti mal sopportava le idee liberali dell’artista inglese. Ad aggravare la sua posizione, secondo Hoover, furono le pellicole “Il grande dittatore” e “Monsieur Verdoux” che non lesinavano critiche nette e profonde al capitalismo e ai suoi seguaci.

Così a Chaplin venne permesso di rientrare negli USA solo nel 1972 – anno della morte dello stesso Hoover – per ritirare l’Oscar. 

Per la chicca: questa piccola, per noi italiani, possiede una cabala assai particolare, soprattutto in relazione al nostro più grande comico quale Antonio De Curtis, in arte Totò, che non nascose mai di considerare Chaplin (così come Buster Keaton) e il suo Charlot un grande esempio ispiratore.

Nel 1952, anno d’uscita del film, De Curtis incontrò Franca Faldini, la compagna con la quale passò i suoi ultimi quindici anni di vita. Fra i due c’erano 33 anni di differenza d’età, esattamente come quella fra Calvero e Thereza.

Nonostante sia stato proprio il cinema – e in piccola parte anche la televisione – a permettere alle generazioni successive, come la mia, di conoscere apprezzare e amare l’immensa arte di Totò, lo stesso attore lo considerava un’arte “minore” rispetto al suo grande e unico amore che era stato il teatro.  Sentimento simile è presente in quasi tutti film – soprattutto quelli sonori – di Chaplin che fanno riferimento al teatro come l’arte “suprema”.

E poi c’è la scena finale, quella della morte di Calvero a causa di un infarto dietro le quinte del teatro dove si è appena esibito. Antonio De Curtis morì per un attacco cardiaco la notte del 15 aprile del 1967, mentre era impegnato a girare lo splendido “Il padre di famiglia” di Nanni Loy, e aveva appena concluso “Che cosa sono le nuvole?” diretto da Pier Paolo Pasolini, in cui interpretava il burattino Jago che viene gettato via nell’immondizia perché rotto e ormai inutilizzabile.

Per la chicca: come assistente alla regia il grande Chaplin sceglie per questa pellicola il giovane sconosciuto ma già talentuoso Robert Aldrich.      

“Tre piani” di Nanni Moretti

(Italia/Francia, 2021)

Nanni Moretti dirige e interpreta l’adattamento cinematografico del romanzo israeliano “Tre piani” pubblicato da Eshkol Nevo nel 2017.

Naturalmente non sono pochi i cambiamenti rispetto al libro di Eshkol che il cineasta romano fa nella sceneggiatura, scritta assieme a Federica Pontremoli e Valia Santella, ambientando l’azione a Roma e non più a Tel Aviv.

Così percorriamo dieci anni entrando dentro gli appartamenti di una signorile palazzina in uno dei quartieri più eleganti della capitale. Sbirciamo nelle dinamiche delle famiglie che appena stanno nascendo, in quelle che sembrano aver una certa stabilità e in quelle ormai consolidate da decenni.

Inesorabilmente le vite degli inquilini si intrecciano fra loro, a volte in maniera indiretta, a volte invece direttamente, lasciando anche un segno profondo.

Un film corale che ci parla della nostra società, e da consigliare ai nostri connazionali che fanno combaciare i confini del nostro Paese con quelli della propria porta di casa.

Nel cast, tra gli altri, oltre allo stesso Moretti, Margherita Buy, Anna Bonaiuto, Alba Rohrwacher, Paolo Graziosi, Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Teco Celio e Stefano Dionisi.

“La fiera delle illusioni – Nightmare Alley” di Guillermo Del Toro

(USA/Messico/Canada, 2021)

Lo scrittore statunitense William Lindsay Gresham (1909-1962) pubblica nel 1946 il romanzo noir “Nightmare Alley” che riscuote subito un certo successo e il cui adattamento per il grande schermo venne girato nel 1947 (e distribuito da noi col titolo “La fiera delle vanità”) da Edmound Goulding con Tyrone Power come protagonista, la stessa coppia che l’anno precedente aveva rispettivamente diretto e interpretato l’ottimo “Il filo del rasoio“, altro adattamento di un’opera letteraria.

Ma Power era già un divo di prima classe e la produzione impose il classico “lieto fine” al film, scostandosi dal romanzo originale. Guillermo del Toro, invece, rimane fedele al testo di Gresham e scrive la sceneggiatura – assieme a Kim Morgan – rispettando il romanzo.

Ci troviamo così nell’immensa provincia americana alla fine degli anni Trenta, quando Stanton Carlise (un bravissimo e fascinoso Bradley Cooper) approda come lavorante in un circo-baraccone girovago. All’inizio viene ingaggiato da Claim Hoatley (Willem Dafoe) come facchino e tutto fare, ma il suo carattere spavaldo e la sua voglia di “sfondare” lo portano nelle grazie di Madame Zeena (Toni Collette) e di suo marito Pete (David Strathairn) un ex illusionista e mentalista ormai da anni perso nell’alcol.

A portare sul baratro della dipendenza Pete forse è stato proprio il suo elaborato quanto efficace sistema per ingannare il pubblico nei suoi spettacoli, pubblico che diventava particolarmente fragile e vulnerabile, lasciando così nello stesso Pete un incolmabile senso di colpa che solo l’alcol poteva rendere sopportabile.

Approfittando del suo stato, Stanton riesce a mettere le mani sul suo prezioso manuale e infatuatosi di Molly (Rooney Mara) protagonista di un piccolo numero di illusionismo nel circo, decide di andare nella grande città per afferrare a due mani la fortuna.

Grazie agli scritti di Pete e alla sua arrogante e spavalda bravura Stanton riesce a diventare il mentalista di un famoso night club. Ma una sera il suo spettacolo viene interrotto dalla dottoressa Lilith Ritter (Cate Blanchett) che sembra aver intuito i trucchi di Stanton, ma…

Gotica e oscura pellicola firmata da uno dei registi contemporanei più bravi e visionari. Grazie a un cast davvero stellare, di cui fanno parte anche Ron Perlman (vero attore feticcio di Del Toro), Richard Jenkins, Mary Steenburgen e Tim Blake Nelson, viviamo una delle storie più cupe raccontate dal regista messicano, che a differenza di tutte le altre, sembra proprio non lasciarci alcuna speranza.

Da ricordare l’interpretazione di Cooper in tutto e per tutto paragonabile a quella di Tyrone Power del 1947, considerando poi che lo stesso Power allora era un vero e proprio sex symbol e soprattutto un eroe positivo per gli spettatori.

Inoltre Del Toro (così come fece Goulding nel 1947) riempie la pellicola di richiami espliciti e diretti a quel capolavoro indiscusso del cinema americano, e non solo, che è “Freaks” girato da Tod Browning nel 1932, e ambientato nel mondo del circo dove i veri “mostri” non sono i “fenomeni da baraccone” o “scherzi della natura” (…come tristemente e vergognosamente si chiamavano allora i disabili) ma è spesso la stessa gente che per vederli e divertirsi è disposta a pagare, così come coloro che di questi, e di tutti i più fragili, vogliono approfittarsi.

Davvero duro, ma bellissimo.

“Situazione disperata ma non seria” di Gottfried Reinhardt

(USA/Germania Ovest, 1965)

L’esordio letterario di Robert Shaw, che pubblica nel 1959 “Situazione disperata ma non seria”, data la sua originalità riscuote subito l’interesse di cinema e televisione. Ma è la seconda che realizza il suo primo adattamento dal titolo omonimo originale “The Hiding Place”, che viene messo in onda il 22 marzo 1960 all’interno della storica serie televisiva “Playhouse 90” con nel cast James Mason, Trevor Howard, Richard Basehart diretti da Sidney Lumet.

La serie antologica, prodotta dalla CBS dal 1956 al 1960, prevedeva episodi settimanali ognuno con una storia a sé della durata, appunto, di 90 minuti. Un vero e proprio film per la televisione quindi. Alla stessa serie appartengono episodi che poi sono diventati film di successo come “Una faccia piena di pugni” e “Il grande Gatsby”.

SUll’onda del successo di quello della televisione, nel 1965 arriva l’adattamento per il grande schermo scritto da Silvia Reinhardt e Jan Lustig.  

Il 28 novembre del 1944, nelle tragiche fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, una pattuglia di paracadutisti americani atterra nei pressi di una piccola cittadina tedesca appena bombardata.

Mentre gli altri vengono in breve catturati dalla truppe tedesche, il capitano Hank Wilson (un bravo e già fascinosissimo Robert Redford) e il sergente Lucky Finder (Mike Connors) riescono a rifugiarsi nella cantina di una piccola casa solitaria nelle vicinanze del bosco. La villetta, anche se danneggiata dal conflitto, è abitata dal solitario Willhelm Frick (uno straordinario Alec Guinness) commesso nella farmacia della cittadina e ancora saldamente legato a sua madre, nonostante questa sia morta ormai da sette anni.

Grazie a delle grate installate da anni nella cantina, Frick riesce a imprigionare i due nemici che però non denuncia ma tiene nascosti …”per il loro bene”, visto che i suoi connazionali non ci penserebbero due volte a linciarli. Con passare dei giorni Frick si dimostra un ospite cortese e premuroso che nulla fa mancare a loro, tranne ovviamente la libertà.

Arriva la fine del conflitto col crollo della Germania e dei suoi alleati ma Frick, che nella sua vita non ha avuto mai nessuno amico, se accetta l’umiliazione della sua nazione non accetta di tornare alla solitudine e decide di mentire. Così, nella cantina di casa Frick, è la Germania ad aver vinto la guerra spazzando via sia Londra che Parigi, ma…   

Originale commedia con toni grotteschi e surreali che ci racconta in maniera ironica una vicenda incredibile ma non così lontana da alcuni tristi storie salite alla ribalta nella cronaca internazionale negli ultimi anni. Indimenticabile e magistrale l’interpretazione del grande Guinness.

Questa pellicola, per molti decenni, è praticamente sparita dalla circolazione al contrario del libro da cui è ispirata che, nel mondo dell’usato, è ancora reperibile. Eppure nel nostro Paese il romanzo di Shaw venne tradotto e pubblicato solo grazie all’uscita del film. 

“Un provinciale a New York” di Arthur Hiller

(USA, 1970)

Già dai titoli di testa questa deliziosa commedia – il cui titolo originale è “The Out-of-Towners” che tradotto letteralmente sarebbe “I fuoricittà” – scritta dal grande Neil Simon, ci pone l’amletica dicotomia fra lo stile di vita della grande e nevrotica città e quello mite e pacifico della provincia.

Così approdiamo nella piccola cittadina dell’Ohio dove vive la famiglia Kellerman, proprio mentre George (un sempre grande Jack Lemmon) e Gwen (una bravissima Sandy Dennis) stanno salutando i loro figli per andare all’aeroporto dove prenderanno il volo che li porterà a New York. Nella Grande Mela, infatti, George è atteso per un colloquio di lavoro importantissimo. Lui al momento è il capace responsabile della succursale dell’Ohio di una grande azienda che produce elementi plastici di precisione, e l’amministratore delegato lo vuole a New York, nella sede centrale, come vice presidente.

Ma il suo carattere ansioso e la sua ulcera non sembrano adatti alla vita irrefrenabile di una grande città come New York, nonostante l’indole sempre conciliante e pacifica della sua compagna di vita e madre dei suoi figli. E se poi ci mettiamo che la Grande Mela non fa sconti a nessuno, già prima di atterrare, la situazione diventa esplosiva…

Originale e spassosa commedia che è una sorta di versione comica e leggera de “I giganti uccidono” diretto da Fielder Cook nel 1956, con in più il magico tocco dell’inarrivabile Neil Simon. Da ricordare i due grandi interpreti che ci fanno passare assai velocemente 94 minuti davvero divertenti e ironici. A proposito degli interpreti bisogna sottolineare la grande bravura della Dennis che riesce a eguagliare lo stratosferico Lemmon, dimostrandosi una “spalla” esemplare (anche se in questo caso è un termine davvero riduttivo) che nulla ha da invidiare, per esempio, al magistrale Walter Matthau che come spalla di Lemmon in “Non per soldi ma per denaro” del 1966 vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Nella nostra versione è impossibile non ricordare Giuseppe Rinaldi che dona in maniera meravigliosa la voce a Lemmon, così come la bravissima Maria Pia Di Meo alla Dennis.

Per la chicca prima: il “girotondo”, cioè il sorvolamento circolare sopra New York degli aerei di linea che spesso durava molte ore e causato dall’enorme traffico che investiva soprattutto negli anni Sessanta e Settanta l’aeroporto internazionale “J.F.K.” e di cui i Kellerman sono vittime, è lo stesso alla base del testo della canzone “Arthur’s Theme (Best That You Can Do)” scritta da Peter Allen W. e Burt Bacharach nonché cantata da Christopher Cross e appartenente alla colonna sonora del film “Arturo” (canzone vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe, nonché nota in tutto il mondo). Nello specifico proprio del verso del ritornello “When you get caught between the Moon and New York City…” scritto da Allen proprio sull’aereo che da ore sorvolava New York in attesa di avere una pista libera per atterrare.    

Per la chicca seconda: a interpretare il cortese addetto della compagnia aerea che a Boston comunica ai Kellerman lo smarrimento del loro bagaglio è l’attore Billy Dee Williams che qualche anno dopo vestirà i panni di Lando Carlissian nella saga di “Guerre Stellari”.

“Il gatto venuto dallo spazio”  di Norman Tokar

(USA, 1979)

Alla fine degli anni Settanta, con l’esplosione del fenomeno di “Guerre Stellari”, anche la Disney decide di produrre pellicole dedicate allo spazio. Nello stesso anno, infatti, realizza due produzioni diametralmente opposte, una seria e di pura fantascienza, l’altra faceta e dedicata alle famiglie, target classico della casa fondata da Walt Disney.

Se “The Black Hole – Il buco nero” è la prima vera e propria sperimentazione di fantascienza per adulti della casa di Burbank, “Il gatto venuto dallo spazio” invece si rifà alle pellicole per tutta la famiglia come “Herbie il maggiolino tutto matto” o “F.B.I. operazione gatto”. E proprio a quest’ultimo classico, il cui protagonista indiscusso è uno splendido e arguto felino, si rifà Ted Key per scrivere la sceneggiatura della pellicola.

Ma non siamo più a metà degli anni Sessanta, c’è stato il famigerato ’68 e la sua contestazione, soprattutto contro il potere costituito. E se prima ai Men in Black e ai militari in generale bisognava dare assoluto e incondizionato rispetto, ora (nel 1979) i tempi sono cambiati e così ci si può permettere anche di prenderli in giro.

Così “The Cat From Outer Space” – titolo originale che si rifà ironicamente ai classici degli anni Cinquanta e soprattutto a quel famigerato “Plan 9 from Outer Space” del 1959 diretto da Edward Davis Wood Jr, considerato il regista “peggiore” nella storia del cinema e a cui si è ispirato Tim Burton per il suo “Ed Wood” – ci racconta una storia con un plot abbastanza simile a quello del film che, poco più di due anni dopo, sbancherà quasi tutti i botteghini del mondo: “E.T. – L’extraterrestre” diretto da Steven Spielberg.

Certo, toni e soprattutto regia sono completamente diversi, ma il fatto che un giovane alieno rimanga suo malgrado bloccato sulla Terra e che alcuni esseri umani lo aiutino a tornare a “casa” dai suoi genitori è il plot centrale di entrambi i film. D’altronde il grande Carlo Rambaldi, creatore di E.T. – e per questo insieme a Dennis Muren e Kenneth Smith vincitore del premio Oscar per i migliori effetti speciali nel 1983 – affermò in più di un’intervista che si ispirò proprio al suo gatto per realizzare gli occhi e soprattutto lo sguardo dell’extraterrestre più famoso del cinema.

Tornando a “Il gatto venuto dallo spazio”, è una deliziosa e leggera pellicola che però rimane sempre piacevole da vedere nonostante gli anni trascorsi dalla sua realizzazione, tanto da essere continuamente citata da numerosi film, anche recenti. Un esempio? Jake, il gatto spaziale protagonista, riesce a parlare con i suoi amici terrestri – goffi e arretrati tecnologicamente – grazie al suo collare speciale capace di far muovere cose e individui e di tradurre ogni tipo di linguaggio, anche quello animale, proprio come quello del grande Doug in “Up” di Peter Docter.

E poi, diciamoci la verità, chi possiede un gatto – anche se nel caso dei felini è probabile che sia esattamente il contrario… – non si chiede ogni tanto da dove nasca la regale superiorità “animale” del suo amico a quattro zampe?

“Gordon & Paddy e il mistero delle nocciole” di Linda Hambäck

(Svezia, 2017)

Gordon è un rospo che ormai da molti anni riveste il ruolo di sovraintendente della polizia della foresta.

Per qualsiasi problema, infatti, tutti gli animali si rivolgono a lui che con la sua proverbiale calma e tenacia risolve ogni mistero.

Così quando il maestro coniglio corre da lui disperato perché qualcuno gli ha rubato tutte le nocciole Gordon inizia subito le indagini. Proprio mentre osserva l’albero deposito del coniglio, Gordon incappa nella topolina Paddy che affamata rovista nei resti delle nocciole rubate.

Gordon decide di nominarla subito sua assistente e col passare del tempo le insegna tutto quello che sa sull’investigazione. Intanto però fra le tane si aggira la famelica e astuta volpe…

Delicata favola intimista d’animazione ispirata ai libri per bambini di Ulf Nilsson e Gitte Spee (che da noi purtroppo non sono stati ancora tradotti) scritta da Jan Verth e diretta da Linda Hambäck, capace di far passare 64 minuti in un mondo sereno ma non troppo edulcorato, dove la tolleranza e il rispetto per gli altri sono al centro della società.

Adatto ai bambini di tutte le età.

Nella versione originale svedese a doppiare Gordon c’è il grande Stellan Skarsgård.

       

“Mikey & Nicky” di Elaine May

(USA, 1976)

La geniale e poliedrica artista Elaine May – a cui quest’anno è stato assegnato l’Oscar alla carriera – scrive e dirige questa originale e claustrofobica pellicola noir centrata sul rapporto decennale, ma al tempo stesso irrisolto, fra due uomini.

Mickey (Peter Falk) e Nicky (John Cassavetes) si conoscono sin dall’infanzia passata soprattutto per la strada. Così, quando il secondo si è chiuso in una stanza d’albergo per paura di essere freddato dal killer del boss a cui ha rubato dei soldi, l’unico che può chiamare in aiuto è Mickey.

I due inizieranno un lungo viaggio in una cupa e opprimente notte newyorkese cercando di sfuggire alla vendetta del boss, per il quale lavorano entrambi. Ma tutti i nodi del loro rapporto e delle rispettive esistenze verranno al pettine…

Con una scena finale dura come un pugno nello stomaco e le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti – amici anche nella vita reale – davvero da Oscar e Golden Globe (ma che invece in tali sedi furono vergognosamente ignorati), “Mickey & Nicky” è un gioiello del cinema americano indipendente degli anni Settanta, di cui – non a caso – lo stesso Cassavetes era l’autore di spicco.

La May ci racconta un mondo tutto al maschile dove le donne, che possono aspirare al massimo a essere mogli o amanti, devono inesorabilmente adattarsi a quello che gli uomini voglio o dicono. Da ricordare, per questo, l’interpretazione di Carol Grace (seconda moglie di Walter Matthau – che con la stessa May dirige nel delizioso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo quale anno prima – nonché amica personale di Truman Capote tanto da aver ispirato, raccontano le cronache del tempo, il personaggio di Holly Golightly, protagonista del suo romanzo “Colazione da Tiffany”) nel ruolo di Nellie, l’amante di Nickey. Nel cast anche un arcigno Ned Beatty.     

Davvero una pellicola insolita e originale, da vedere o rivedere perché sempre molto attuale, anche se nel nostro Paese è assai difficile da reperire, anche nel mondo dell’usato.

“Cry Macho – Ritorno a casa” di Clint Eastwood

(USA, 2021)

Texas, 1979. Michael “Mike” Milo (un inossidabile Clint Eastwood) è un anziano cowboy e addestratore di cavalli. Sulla parete del suo salotto troneggiano numerosi premi vinti in quasi tutti i rodei del Paese, con accanto i relativi articoli incorniciati che elogiavano le sue prestazioni eccezionali.

L’ultimo della fila però racconta del grave incidente avvenuto proprio durante un rodeo, nel quale un cavallo rovinandogli addosso gli ha spezzato la schiena, ponendo fine alla sua gloriosa carriera. Nel grande ranch di Howard Polk, dove Milo da decenni si occupa di addestrare e curare i cavalli, c’è una novità: il suo capo ha trovato un sostituto più giovane e soprattutto più entusiasta di lui.

Ma il rapporto fra Milo e Polk è molto più profondo di quello classico fra un datore di lavoro e il suo dipendente. Infatti, poco dopo il grave incidente alla schiena, Milo iniziò a prendere sempre più antidolorifici che alla fine lo resero dipendente dai medicinali e poi anche dalla bottiglia. Soprattutto quando sua moglie e suo figlio perirono in un incidente automobilistico.

Milo diventò così un fantasma inaffidabile e “inutile”, ma Howard Polk non lo cacciò, anzi lo aiutò ad uscire dal tunnel per rimettersi in piedi. Così, quando un anno dopo averlo licenziato, lo stesso Polk si presenta a casa di Milo chiedendogli un favore, il vecchio cowboy non si può rifiutare. Howard ha un ex moglie e un figlio tredicenne a Città del Messico. Per vecchie ragioni legali non può più mettere piede in Messico ma vuole fortemente Rafo, suo figlio, che non vede da parecchi anni, e così chiede a Milo di trovarlo e convincerlo a seguirlo in Texas nel suo ranch.

Milo in pochi giorni raggiunge la capitale messicana e trova Rafo che vive in strada facendo combattere il suo gallo “Macho”, ma…

Come tutte le ultime fatiche del grande Eastwood, anche questa è crepuscolare e assai intimista, e possiede un accento romantico e al tempo stesso ottimista. Il viaggio di Milo è anche un lungo tragitto emotivo dentro se stesso, durante il quale si dovrà confrontare con un giovanissimo adolescente, cresciuto suo malgrado troppo presto, che rappresenta pure quel figlio morto troppo presto con cui lui non ha mai avuto il tempo di litigare.

A novantuno anni suonati Clint Eastwood produce, dirige, scrive – assieme a Nick Schenk col quale ha collaborato già nelle splendide pellicole “Gran Torino” e “Il corriere – The Mule” – e interpreta una pellicola da vedere e godere fino all’ultima dissolvenza.

La genesi dell’adattamento dell’omonimo romanzo scritto da N. Richard Nash (1913-2000) e pubblicato per la prima volta nel 1975 è fra le più lunghe e complicate della storia del cinema americano. Per molti anni la storia di Mike Milo ha attirato attori di primo calibro come Burt Lancaster o Roy Scheider. Nel 1988 la parte venne offerta proprio a Eastwood che dovette rinunciarci perché già impegnato nelle riprese di un altro film.

Durante il suo mandato come Governatore della California, Arnold Schwarzenegger annunciò che, uno volta terminata la sua carriera politica, sarebbe tornato al cinema interpretando proprio la storia di Milo, ma i successivi problemi legali legati al divorzio con la moglie fecero naufragare il progetto.

Così a distanza di oltre trent’anni Eastwood veste i panni di un uomo che – come ci ricorda lo stesso Milo – da giovane aveva tutte le risposte ma da anziano non se ne ritrova più neanche una.