“Sette minuti dopo la mezzanotte” di Juan Antonio Bayona

(USA/Spagna, 2016)

Tratto dal romanzo per ragazzi dell’angloamericano Patrick Ness (che ha accettato di elaborare e concludere l’idea iniziale della pluripremiata scrittrice inglese Siobhan Dowd stroncata a 47 anni da un cancro al seno) “Sette minuti dopo la mezzanotte” ci racconta di una delle tragedie dell’infanzia: il rapporto con la morte.

Conor è un bambino solitario che da tempo deve convivere con la malattia atroce che ogni giorno consuma sua madre (Felicity Jones).

A scuola è quotidianamente vittima delle angherie di un compagno di classe e a casa, oltre alla madre, non ha nessuno con cui davvero confidarsi. Suo padre, infatti, dopo aver divorziato si è trasferito negli Stati Uniti dove ha creato una nuova famiglia. E sua nonna, la signora Clayton, la madre di sua madre (non a caso interpretata da una sempre brava Sigourney Weaver) è una donna molto dura e formale.

Conor è poi vittima di un incubo atroce, che non riesce neanche a ripensare durante il giorno, ma che lentamente lo sta consumando.

Una notte, però, il grande tasso che troneggia sull’antico cimitero che vede in lontananza dalla sua finestra prende vita, e lo afferra annunciando che gli racconterà tre storie, finita l’ultima sarà lo stesso Conor a dover raccontargli la sua.

A nulla serviranno i rifiuti del ragazzino, l’albero mostro sarà implacabile…

Struggente pellicola con un cast davvero di prim’ordine e una regia fantastica. Nella versione originale la voce dell’albero mostro è quella di Liam Neeson, che appare di sfuggita in un ruolo che all’inizio sembra marginale.

Davvero un bel film.

 

“Mi chiamo Julia Ross” di Joseph H. Lewis

(USA, 1945)

I Quaranta, giustamente, sono considerati gli anni d’oro del cinema noir, tanto da permettere al genere di dominare la scena mondiale nel decennio successivo.

E, come vale per tutti gli altri, non sono state solo le grandi produzioni ha fondare un genere, ma soprattutto le piccole e indipendenti.

Così questo “Mi chiamo Giulia Ross”, pellicola indipendente americana uscita l’anno della fine della Seconda Guerra Mondiale, rimane una delle pietre miliari del noir.

Anche se i mezzi a disposizione dell’artigiano della macchina da presa Joseph H. Lewis erano assai ridotti, per questo quasi completamente girato in interni, il film possiede un fascino e un pathos non indifferente.

Il senso di claustrofobia che ci causano tutti gli interni, infatti, viene appositamente squarciato nella scena finale, l’unica ripresa in esterni e non a caso nello spazio più ampio che l’uomo, dagli albori, conosce: il mare.

Così Lewis riesce a conciliare i pochi mezzi con la storia, tratta dal romanzo “The Woman in Red” di Anthony Gilbert pubblicato quattro anni prima, piena di sorprese e colpi di scena.

Londra, la giovane e senza famiglia Giulia Ross (Nino Foch) rientra nella sua camera ammobiliata triste e frustrata. Non riesce a trovare un lavoro e, soprattutto, il suo ex vicino di stanza Dennis, di cui lei è stata sempre innamorata, proprio in quelle ore si sta sposando in Scozia.

Grazie a un’inserzione letta casualmente sul giornale si reca a fare un colloquio presso una nuova agenzia di collocamento. L’offerta è per una giovane segretaria presso un’anziana e ricca signora che vive sola con il figlio.

La selezionatrice, appurato che Giulia non ha parenti né legami sentimentali, telefona immediatamente alla vedova Hughes (May Whitty) che in pochi minuti è sul posto insieme al figlio Ralph (George Macready).

Il nuovo colloquio ha esito positivo e Giulia potrà prendere servizio la sera stessa presso la residenza Hughes. Dopo un lauto anticipo, a Giulia vengono concesse un paio d’ore per disdire la stanza ammobiliata e fare i bagagli.

Tornata nella camera dove abita per preparare le valige, Giulia vi ci ritrova Dennis, tornato dalla Scozia dove alla fine ha capito di non amare quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie. Giulia ha un sussulto di gioia, ma la sua nuova datrice di lavoro l’attende. E così saluta Dennis con la promessa di vedersi il giorno dopo davanti la residenza Hughes. Ma…

Con un cast di ottimi attori provenienti dal teatro, ma che al cinema avranno solo spazio in ruoli secondari, “Mi chiamo Giulia Ross” è avvero un piccolo grande noir.

Per la chicca: nel 1987 il maestro Arhtur Penn dirige un nuovo adattamento del romanzo dal titolo “Omicidio allo specchio”.

“La ballata di Buster Scruggs” di Joel e Ethan Coen

(USA, 2018)

Con questo “La ballata di Buster Scruggs”, presentato alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, anche i fratelli Coen approdano su Netflix.

I fratelli pluripremiati del cinema americano scelgono di raccontare in sei episodi la storia della mitica “frontiera” e del cosiddetto Far West, le cui profonde radici sono ancora molto evidenti nell’America contemporanea.

I sei episodi, che all’inizio dovevano essere le puntate separate di una miniserie, sono frutto di scritti e appunti che i Coen hanno redatto in circa venticinque anni.

Se il primo, che dona il titolo al film, “La ballata di Buster Scruggs” può essere considerato “alla Coen” – con richiami palesi ad altre pellicole dirette dai due – gli altri spaziano più sui lati più intriganti dell’animo umano.

Così assistiamo alla sorte particolare del cowboy rapinatore interpretato da James Franco, per passare a quella più cruda dell’”Usignolo senza ali” con Liam Neeson, per assistere poi alle vicende del vecchio cercatore d’oro che ha il volto di Tom Waits, a quelle della giovane Alice Longabaugh interpretata da Zoe Kazan, nipote del grande Elia (episodio che preferisco), arrivando alla cupa corriera che con i suoi particolari passeggeri, nel buio più oscuro e misterioso della prateria, deve raggiungere Fort Morgan nell’ultimo episodio.

Le opere dei fratelli Coen lasciamo sempre il segno e così anche questa loro ultima fatica che omaggia, oltre le grandi pellicole western, anche la memorabile serie tv trasmessa a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, e che ha segnato profondamente il cinema hollywoodiano degli ultimi decenni: “The Twilight Zone” del mitico Rod Serling.

“Il quinto elemento” di Luc Besson

(Francia/USA, 1997)

Alla fine dello scorso millennio il regista francese Luc Besson dirige il film più costoso mai girato in Europa – fino a quel momento – riscuotendo al botteghino un successo clamoroso.

Con una storia classica e universale che Besson ha anche il merito di raccontare con estro, maestria e originalità, “Il quinto elemento” è uno dei film di fantascienza più riusciti degli ultimi anni.

Alla soglia, dopo cinquemila anni, del ritorno nell’universo del male assoluto, l’ex soldato delle truppe speciali della Galassia e ora tassista Korben Dallas (Bruce Willis) incappa casualmente in Leeloo (Milla Jovovich).

La ragazza, frastornata, è il Quinto Elemento, l’unica cosa in grado di fermare il male assoluto che già ai confini della galassia ha iniziato a minacciare la vita. Ed è tornata sulla Terra, dopo tanto tempo, per salvarla…

Godibilissima pellicola ricca di effetti speciali, gag e camei con la quale Besson dimostra che anche da questa parte dell’oceano siamo in grado di fra film spettacolari. Come sempre il cineasta francese racconta una donna molto speciale.

Memorabile Gary Oldman nei panni del cattivo…

“Lo chiamavano Trinità…” di Enzo Barboni

(Italia, 1970)

Il 22 dicembre del 1970 usciva nelle sale italiane “Lo chiamavano Trinità…” diretto e scritto da Enzo Barboni con lo pseudonimo di E.B. Clucher.

La pellicola doveva essere solo uno dei numerosi “spaghetti-western” che dalla metà degli anni Sessanta, grazie al genio del maestro Sergio Leone, era diventato uno dei filoni più di successo del nostro cinema.

Ma Barboni scrive un western all’italiana atipico, molto ironico e gioviale, dove i cattivi vorrebbero fare i cattivi ma non ci riescono fino in fondo, e dove i buoni vincono sempre. Il successo al botteghino è clamoroso, fra i più alti di quegli anni.

Molti fanno risalire la verve comica di Barboni al suo passato di direttore della fotografia soprattutto per il regista Sergio Corbucci, anche lui maestro del genere e anche della commedia all’italiana.

L’esordio in questo ruolo per Barboni arriva nel 1961 quando dirige le luci per il film dello stesso Corbucci “I due marescialli” con gli stratosferici Totò e Vittorio De Sica.

E siccome parliamo di una delle coppie comiche più rilevanti e riuscite del nostro cinema, non è difficile ipotizzare che i meccanismi giusti ed efficaci di un duo, Barboni li abbia iniziati a imparare lì.

Oltre al regista, il successo clamoroso del film deve essere imputato ovviamente anche ai suoi due grandissimi protagonisti che hanno segnato in maniera indelebile il nostro cinema e la nostra cultura: Bud Spencer e Terence Hill.

Carlo Pedersoli e Massimo Girotti, infatti, incarnano una fra le “coppie perfette” della storia del nostro cinema (e non solo), molte volte imitata, ma mai davvero eguagliata. Con il bello e attaccabrighe Hill, “carnefice” comico dell’orso sornione Spencer, su cui scarica tutti i problemi e i pugni che ama provocare. Meritano di essere ricordati, oltre a i due attori, anche i loro rispettivi doppiatori: Pino Locchi per Hill e Glauco Onorato per Spencer, davvero due grandi artisti.

In anni in cui i film western erano spesso molto duri e violenti, Bambino e Trinità creano il nuovo sub genere detto dei “fagioli-western” (che prende il nome dalla scena iniziale in cui Trinità si finisce in pochi istanti una padella piena di fagioli), dove al posto delle pistole si preferiscono i pugni, che fanno anche volare in aria, ma che non feriscono veramente nessuno. Non una goccia di sangue, infatti, appare durante le famigerate scazzottate.

Girato totalmente in Italia, tra il Lazio e l’Abruzzo – il villaggio degli “agricoltori” venne realizzato a Campo Imperatore – “Lo chiamavano Trinità…” a distanza di quasi cinquant’anni ha intatto tutto il suo smalto e la sua fresca e serena ironia, e ci ricorda ancora che grande cinema abbiamo avuto e che grandi artisti e professionisti c’erano davanti e dietro la macchina da presa.

Non è un caso, quindi, che Quentin Tarantino abbia usato il tema musicale di questo film nel suo “Django Unchained” del 2012.

Immortale.

“Animali fantastici: i crimini di Grindewald” di David Yates

(USA/UK, 2018)

Siamo nel 1927 e il famigerato Gellert Grindewald (un cattivissimo Johnny Depp) deve essere trasferito dalle oscure prigioni del Ministero della Magia Americano in quelle del Ministero della Magia Britannico.

Oltre ad essere uno fra i più potenti maghi viventi (come lui c’è forse solo Albus Silente), Grindelwald è un grande persuasore e affabulatore, tanto che al Ministero Americano gli hanno asportato la lingua. Feroce e terribile punizione, che però non basterà ad impedirgli di fuggire, attraversando la strada, e la vita, di Newt Scalamander (un sempre bravo Eddie Redmaune).

Inizia così il secondo episodio – scritto per il cinema appositamente dalla stessa J.K. Rowling – di “Animali fanstatici”, prequel della seria di Harry Potter.

Siamo a metà del Primo Dopoguerra e il mondo sembra non rendersi conto di avvicinarsi sempre più al baratro di un nuovo conflitto mondiale.

E Gridelwald assomiglia tanto – se non fisicamente, di certo per le cose che dice e che realizza – a quell’Adolph Hitler che per molto tempo – troppo – si è accattivato le simpatie di buona parte del mondo; fiino a quando i suoi piani allucinanti e i suoi feroci e criminali progetti non hanno incendiato il nostro pianeta.

La penna magica – e ditemi che la definizione non calza a pennello – della grande scrittrice scozzese, come sempre, ci racconta magistralmente di mostri, che molto spesso hanno un bellissimo aspetto, e di creature mostruose con un cuore più grande di una città.

Per la chicca: strepitoso Jude Law che veste i panni di un giovane e sornione Silente.

 

“I racconti del cuscino” di Peter Greenaway

(Olanda/UK/Francia/Lussemburgo, 1996)

Sei Shōnagon è stata una scrittrice e poetessa giapponese nata sul finire del primo millennio e dama di compagnia dell’imperatrice Teishi. La sua opera più famosa è “Le note del guanciale”, che raccoglie le cronache dell’aristocrazia del tempo fra ricordi, eventi, piccole cose e grandi piaceri.

Il “guanciale” si riferisce al cuscino usato dalla nobiltà del tempo per poggiare la testa senza rovinarsi l’acconciatura. Fatto il legno e con una morbida imbottitura, conteneva nel suo interno un piccolo incavo nel quale, di solito, venivano custoditi appunti e diari personali.

Il maestro gallese Peter Greenaway, alle soglie del decimo centenario dell’opera, ne realizza uno splendido adattamento cineamtografico contemporaneo ambientato fra il Giappone, Hong Kong (che allora era ancora un protettorato inglese) e la Cina.

La giovane e avvenete modella giapponese Nagiko ogni anno, per il suo compleanno, ripete il rito che suo padre esperto calligrafo faceva sempre: le disegnava sul volto gli auguri. In cerca di un calligrafo degno del padre, Nagiko cambia amanti su amanti per poi farsi scrivere ideogrammi sulla sua pelle.

Quando, a Hong Kong, incontra casualmente il giovane traduttore inglese Jerome (Ewan McGregor) Nagiko cambierà prospettiva, sarà lei a scrivere sul corpo dei suoi amanti…

Bellissima pellicola dove le immagini hanno la stessa forza e la stessa dirompenza delle parole e dove, anche a distanza di oltre venta’anni, il genio visionario di Greenaway lascia sempre sublimati.

Da vedere.

“Il mistero della casa del tempo” di Eli Roth

(USA/India/Canada, 2018)

John Bellairs (1938-1991) è stato un famoso scrittore per ragazzi statunitense. Lo stile dei suoi racconti – o romanzi brevi, se prefertie – fra il thriller e il gotico più classico, affascinò intere generazioni.

E’ appena arrivato nelle nostre sale l’adattamento cinematografico del suo “La pendola stregata”, edito nel 1973, col titolo “Il mistero della casa del tempo” (che i nostri distributori facciano i conti con la propria coscienza…) il cui protagonista è il piccolo Lewis Barnavelt che, persi i genitori in un incidente stradale, viene accolto dallo strano fratello della madre: zio Jonathan (Jack Black).

Siamo nel 1955 e la vita per un ragazzino in una nuova scuola e in una nuova cittadina è difficile come lo sarebbe oggi. E poi zio Jonathan è davvero un tipo strano, senza amici, escludendo Mrs. Florence Zimmerman (una canuta ma sempre fascinosa Cate Blanchett) che veste sempre di viola.

I due nascondono qualcosa di molto particolare visto che poi, tutte le notti, lo zio gira per la casa con un ascia poggiando l’orecchio al muro in cerca di qualcosa, e aggiornando sulla sua ricerca il giorno dopo la Zimmerman…

Ottima trasposizione cinematografica di un piccolo ma davvero ben scritto romanzo (che ha il suo seguito in “La figura nell’ombra” pubblicato nel 1975) che ci parla di magia, di morte e del male assoluto che veste i panni dell’intolleranza e del razzismo ottuso e feroce del nazifascismo.

Più di un semplice film per ragazzi.

“Sesso & potere” di Barry Levinson

(USA, 1997)

“Perché il cane agita la coda?

Perché la coda del cane è più stupida del cane.

Se fosse più intelligente agiterebbe lei il cane.”

Su queste parole inizia uno dei film americani più sottili e taglienti del Novecento, il cui titolo originale è “Wag the Dog”, ossia “Agita il cane”.

A due settimane dall’elezioni il Presidente in carica (il cui viso, che per tutta la pellicola, non apparirà mai) molestia sessualmente una ragazza scout che era in visita presso lo Studio Ovale.

La notizia arriva alle redazioni dei più importanti media del Paese ed entro poche ore invaderà edicole e televisioni.

L’ultima speranza per il Presidente è Conrad Brean (un grande Robert De Niro,  produttore anche del film) esperto in comunicazione che, per distrarre gli elettori, in pochi minuti s’inventa una piccola guerra contro l’Albania, o meglio contro alcuni terroristi albanesi che vogliono portare negli States un’arma nucleare “per annientare lo stile di vita americano”.

Ma per far credere agli elettori che è in atto una guerra, bisogna anche mostrarla. Allora Brean si rivolge a Stanley Motss (uno stratosferico Dustin Hoffman, con tanto di occhialoni e capelli cotonati) noto produttore hollywoodiano, che in poche ore realizza un finto filmato con una finta ragazza albanese che fugge dal suo villaggio devastato dalla guerra.

L’espediente funziona e le molestie del Presidente passano in secondo piano. E ogni volta che il concorrente alla Casa Bianca tenta di riportare l’attenzione sul caso, Brean e Motss ribattono ogni colpo, arrivando anche a…

Strepitosa black comedy che andrebbe fatta vedere a scuola, e che ci racconta come sia fin troppo facile manipolare l’opinione pubblica, soprattutto sotto le elezioni. Argomento drammaticamente attuale.

Se il plot vi ricorda qualcosa non è casuale ma non confondetevi perché, come capita spesso, la finzione anticipa la realtà!

Pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questo splendido film, l’allora Presidente Bill Clinton fu travolto dal cosiddetto “Sexgate” che implicava anche la sua giovane stagista Monica Lewinsky (con tanto di vestito non lavato per anni…).

Mentre Clinton affrontava il caso, che rischiava di travolgerlo, in Africa ci furono numerosi attentati in sedi diplomatiche statunitensi che lo videro “costretto” a ordinare un intervento militare nel continente…

La foto che nel film ritrae il Presidente – di spalle – che stringe le mani alla scout – scattata prima delle molestie – è incredibilmente simile a quella vera che mostrarono milioni di volte tutti i media planetari con Clinton che stringeva le mani alla Lewinsky.

E pensare che Lerry Beinhart – autore del romanzo “American Hero” da cui è tratta la sceneggiatura – Hilary Heinkin e il grande David Mamet – autori della sceneggiatura – si ispirarono alla comunicazione ufficiale della presidenza Bush Senior durante la Guerra del Golfo, non potendo prevedere (…o forse sì?) quello che di lì a poco sarebbe accaduto.

Oltre a quella del grande Bob De Niro, deve essere ricordata anche l’interpretazione di Dustin Hoffman (strepitoso nella geniale scena finale) che le cronache del tempo affermarono ispirarsi al vero Robert Evans che, dopo una modesta carriera di attore, divenne responsabile della Paramount Pictures con la quale produsse film come “Il Padrino” parte I e II, “Chinatown”, “Il maratoneta” o “Cotton Club”.

Per la chicca: noi dovremmo aggiungere all’inizio della nostra versione anche un’altra domanda: perché i distributori italiani hanno scelto un titolo così stolto e fuorviante? …Non lo sapremo mai.

“Norma Rae” di Martin Ritt

(USA, 1979)

Il grande Martin Ritt (che ha firmato film come “Il prestanome” con Woody Allen o “Lettere d’amore” con la coppia Jane Fonda e Robert De Niro) ci regala lo splendido ritratto di una donna cresciuta ed educata (così come farà nel 1987 con “Pazza” interpretato da Barbra Streisand) ad essere succube degli uomini, che però riesce a ritrovare se stessa.

Norma Rae (una eccezionale Sally Field) è una donna che vive in una piccola cittadina dell’Alabama, nel Sud degli Stati Uniti. Come sua madre e suo padre, Norma lavora nella fabbrica tessile che da decenni è il fulcro economico della zona.

Le condizioni di lavoro sono terribili, e i diritti dei lavoratori davvero molto pochi. Norma vive a casa dei genitori con i suoi due figli, avuti da padri diversi. Lei stessa è convinta di non meritarsi nulla di meglio, fino a quando in città arriva Rueben, rappresentate del Sindacato Nazionale dei Lavoratori Tessili, da anni osteggiato dall’amministrazione della fabbrica.

Norma comprenderà che per tutelare i propri diritti bisogna darsi da fare in prima persona, e scoprirà così anche una parte sconosciuta di se stessa…

Ispirata a una storia vera, questa bellissima pellicola consacra definitivamente Sally Field star di prima grandezza di Hollywood, facendole vincere, tra i numerosi premi, l’Oscar e il Golden Globe come miglior attrice protagonista.

Sempre molto attuale.