“Stai con me oggi?” di Billy Crystal

(USA, 2021)

Charlie Burnz (un bravo, come sempre, Billy Crystal) è uno scrittore e un commediografo di successo. Le sue commedie sono ancora in cartellone a Broadway. Nonostante abbia raggiunto la terza età, è ancora fra gli autori di una dei programmi televisivi comici più di successo realizzati a New York (che assomiglia tanto al mitico “Saturday Night Live”).

Ma Charlie vive solo nel suo grande e lussuoso appartamento di Manhattan, e anche il rapporto con i suoi due figli, Rex (Penn Badgley) e Francine (Laura Benanti) è molto complicato e formale.

Partecipando a un’asta di beneficenza, Charlie accetta di essere il premio: pranzerà con chi farà l’offerta più alta. Poco dopo al ristorante si ritrova al tavolo insieme alla giovane Emma Payge (Tiffany Haddish) che ignora chi sia il suo ospite, visto che ha rubato il pranzo vinto all’asta al suo ex ragazzo – che di mestiere fa l’attore – quando ha scoperto che la tradiva.

I due sembrano irrimediabilmente distanti, ma quando Emma è vittima di una reazione allergica Charlie la porta in ospedale pagando il conto visto che lei è priva di assicurazione. Qualche giorno dopo la ragazza passa da Charlie per portagli una parte dei soldi anticipati all’ospedale e fra i due esplode un’amicizia, soprattutto perché la donna intuisce che Burnz è dilaniato da un segreto e decide di scoprirlo.

Charlie Burnz, infatti, è afflitto da una malattia neurodegenerativa i cui effetti sono un’infame e inesorabile demenza senile. Se ne è accorto quando una volta si è ritrovato a parlare seduto a un tavolo con uno sconosciuto. Solo dopo parecchi minuti si è ricordato che si trattava di suo figlio Rex. Ciò che lo devasta, oltre a sapere che a breve lentamente dimenticherà tutto e tutti, è perdere i ricordi di Carrie, la sua adorata moglie. Appena tornato a casa, avendo avuto la diagnosi, Charlie si è messo a scrivere un libro a lei dedicato. Libro però che non riesce a portare avanti, ma Emma…

Struggente pellicola dedicata a uno dei tipi di malattie più terribili e infami che affliggono l’umanità che, forse più di altre implacabili patologie, tende a togliere la dignità a una persona. Scritta dallo stesso Crystal assieme ad Alan Zweibel – autore del racconto “The Prize” a cui è ispirata e coautore con lo stesso Crystal dello spettacolo “700 Sundays” che ha sbancato a Broadway e vinto anche un Emmy – questa pellicola ci parla con eleganza, dolore e anche ironia di una persona che ha basato tutta la vita sull’agilità e l’arguzia del suo cervello ma che sa che a breve proprio lui (…il secondo organo preferito da Woody Allen…) vigliaccamente lo tradirà. E che trova conforto solo nel poter lasciare ricordi indelebili come quelli raccolti in un libro.

Pe la chicca: a volte viene da pensare che i distributori nostrani neanche vedano i film prima di decidere il loro titolo in italiano. Questo insignificante “Stai con me oggi?” c’entra ben poco con l’originale “Here Today” che è la frase che ripete Charlie quando Emma teme che sia preda della demenza e non ricordi nulla della sua vita e di chi gli sta intorno: “Sono ancora qui, oggi…”.

“Transamerica” di Duncan Tucker

(USA, 2005)

La famiglia, così come la società nel senso più alto del termine, dovrebbe tutelare e difendere i più deboli dall’arroganza, la cattiveria e la prepotenza dei più ignoranti e ottusi. Ma purtroppo, così come la società, troppo spesso la famiglia non riesce a salvaguardare i più fragili, diventando lei stessa il primo nemico e un luogo fra i più dolorosi di tutti.

Come accade a Stanley Schupak (interpretato magistralmente da Felicity Huffmann) che alla soglie della mezza età è finalmente in procinto di risolvere il dramma che lo ha dolorosamente diviso fin dall’adolescenza: essere una donna nata nel corpo di un uomo. Il sentirsi così irrisolto ha impedito a Stanley di raggiungere gli obiettivi che le sue capacità gli avrebbero consentito, come terminare il college e insegnare. Ora sbarca il lunario lavorando in un fastfood e come venditrice al telefono, visti soprattutto i suoi modi molto garbati e discreti, vivendo in un quartiere periferico di Los Angeles.

Con la sua analista Bree – ormai Stanley ha lasciato il posto a Sabrina “Bree” Osbourne – è finalmente riuscita a terminare il percorso che la porterà all’operazione per il suo definitivo cambio di sesso. Ma una settimana prima dell’intervento Bree riceve una telefonata dal carcere minorile di New York: Toby Wilkins (Kevin Zegers), il figlio minorenne di Stanley Schupak è stato arrestato per prostituzione e adescamento.

Il primo istinto di Sabrina è quello di rispondere: “Stanley non abita più qui”, visto che poi lei ignorava di avere un figlio nato dall’unica relazione eterosessuale della sua vita – e dall’unico rapporto fisico avuto con una donna – consumatasi durante il periodo del college. Ma, saputolo, la sua analista ritira il visto per l’operazione finché Sabrina non affronterà questa nuova e inaspettata parte della sua esistenza.

Bree, suo malgrado, parte alla volta di New York per pagare la cauzione a Toby, al quale però dice di essere una sorta di assistente sociale inviata da una chiesa evangelica. Visto che la madre del ragazzo è morta qualche mese prima, l’unico parente in vita di Toby è il suo ex patrigno che vive in un piccolo paese al centro degli Stati Uniti. Così Bree pensa di risolvere la situazione riportando il ragazzo dall’ex compagno della madre, ma…

Scritto e diretto da Duncan Tucker, questo film ci racconta con raffinata crudezza i drammi e i terribili dolori di un essere umano ripudiato dal lato più ottuso e perbenista della società, a partire dalla sua famiglia. E soprattutto i danni profondi che quest’ottusità provoca anche negli altri: figli, fratelli, sorelle o genitori che siano.

Prodotta da William H. Macy – compagno di vita della Huffman – questa pellicola, anche se candidata a due Oscar, venne alla fine snobbata dall’Accademy visto – raccontano le cronache dell’epoca – il tema trattato.

Così la Huffman non vinse la statuetta come miglior attrice protagonista che andò invece a Reese Witherspoon per la sua interpretazione in “Quando l’amore brucia l’anima”, pellicola dedicata alla vita del grande Johnny Cash (impersonato da Joaquin Phoenix) in cui la Witherspoon incarnava June Carter, compagna di vita del cantante, e personaggio diametralmente opposto a quello di Sabrina “Bree” Osbourne.

Certo non un film “facile” da guardare, ma senza dubbio necessario.

“Assassinio sul palcoscenico” di George Pollock

(UK, 1964)

Penultima avventura cinematografica della Miss Jane Marple interpretata dall’indimenticabile Margaret Rutherford, dopo “Assassinio sul treno” e “Assassinio al galoppatoio“. Tratto dal romanzo “Fermate il boia” pubblicato da Agatha Christie nel 1952, questo “Assassinio sul palcoscenico” ci presenta una combattiva Miss Marple membro di una giuria a un, apparentemente “banale”, processo per omicidio.

Se durante il dibattito le prove a carico dell’imputato erano particolarmente lampanti convincendo tutti gli altri membri della giuria della sua colpevolezza, la Marple invece è rimane graniticamente convinta della sua innocenza. Questo porterà il giudice a indire un nuovo processo, ma soprattutto la geniale Miss Marple a iniziare le proprie personali indagini.

Per farlo dovrà entrare a far parte di una piccola compagnia teatrale dove, secondo il suo infallibile intuito, si nasconde il vero assassino…

Deliziosa, come sempre, commedia gialla che unisce l’arte di una grande interprete come la Rutherford e il genio di una grande scrittrice come la Christie. E non è un caso, quindi, che la Marple ricordi all’ispettore Craddock (interpretato anche in questa pellicola da Charles “Bud” Tingwell) che: le donne a volte hanno il cervello che funziona meglio di quello degli uomini…

Rispetto agli altri tre film interpretati dalla Rutherford nei panni della Marple, questo possiede un fascino superiore proprio perché ambientato nel mondo del teatro britannico, luogo dove la stessa Rutherford, assieme a molti altri interpreti della pellicola, si sentivano davvero a casa. Sulle assi di legno, infatti, intere generazioni di attori britannici poi divenuti famosi grazie al cinema, hanno mosso i loro primi passi e spesso lasciato il cuore, come la stessa Rutherford o Stringer Davis – suo compagno di vita – che incarna il fidato bibliotecario Jim Stringer, presente anche nell’ultima avventura cinematografica dell’investigatrice creata dalla Christie e impersonata dalla Rutherford “Assassinio a bordo”, sempre del 1964.    

“Ma papà ti manda sola?” di Peter Bogdanovich

(USA, 1972)

Hollywood è in piena crisi: i grandi e “vecchi” divi così come i grandi e “vecchi” autori sembrano essere ormai molto lontano dal gusto del pubblico che è cambiato senza che le grandi major siano riuscite ad afferrarlo. E così la nuova linfa vitale della mecca del cinema arriva da quella zona chiamata Off-Hollywood (in chiaro riferimento alla Off-Broadway) dove lavorano attori e autori “fuori” dal sistema che sta inesorabilmente scricchiolando.

Poco prima dell’avvento epocale del Dreamteam formato dalla coppia “stellare” George Lucas-Steven Spielberg, archetipo della Off-Hollywood che diventerà colonna portante della futura Hollywood (circa il 13 percento dei maggiori incassi americani è imputabile proprio a loro due), rinasce la sophisticated comedy con questo “What’s Up Doc?”, nel suo titolo originale.

Peter Bogdanovich scrive il soggetto di una classica commedia degli equivoci e affida a Buck Henry (già sceneggiatore de “Il laureato” di Mike Nichols), David Newman e Robert Benton la sceneggiatura che ammicca palesemente al mitico “Susanna” con Katherine Hepburn e Cary Grant.

Howard Bannister (Ryan O’Neal) è un pacifico e formale musicologo che giunge a San Francisco assieme alla sua austera e volitiva fidanzata Eunice (Madeline Kahn) per conquistare il premio annuale di ventimila dollari creato dal milionario Frederick Larrabee (Austin Pendleton). Bannister è in lizza assieme all’antipatico e saccente Hugh Simon (Kenneth Mars) che è pronto a tutto pur di portarsi a casa i soldi del premio.

Ma sulla sua strada di Bannister incappa in Judy Maxwell (Barbra Streisand) giovane, brillante e indomabile studentessa che decide di aiutarlo a modo suo…

A quasi ormai cinquant’anni questa pellicola è sempre divertente e godibile fino all’ultima scena, grazie sopratutto alla deliziosa interpretazione di tutto il cast al completo. Non è un caso, quindi, che siano presenti alcuni degli attori che parteciperanno poi a storiche produzioni di Mel Brooks come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Frankenstein Junior“. Kenneth Mars, Liam Dunn e, soprattutto, Madeline Kahn entreranno a far parte della squadra di Brooks e contribuiranno al successo dei suoi film.

Sempre in ruoli comprimari vanno ricordati anche Michael Murphy, Randy Quaid, John Hillerman e Sorrell Booke che qualche anno dopo impersonerà il perfido ma goffo Jefferson Davis Hogg, detto “Boss Hogg” nel telefilm “Hazzard”.

“My Old Lady” di Israel Horovitz

(USA/Francia/UK, 2014)

Il drammaturgo, attore e regista Israel Horovitz (1939-2020), è stato uno degli autori americani più prolifici della seconda metà del Novecento con al suo attivo oltre settanta opere – tradotte e realizzate in più di trenta paesi -, fra cui “Line” che è andata in scena per ben 43 anni consecutivi stabilendo un vero record nei teatri Off-Broadway. Horovitz, per realizzare il suo sogno di autore, lasciò il Massachusetts per New York insieme al suo storico amico John Cazale, che fu il protagonista di molte delle sue prime opere, fra cui “L’indiano vuole il Bronx” che segnò il debutto sul palcoscenico di Al Pacino.

Nel 2014 Horovitz decide di realizzare l’adattamento cinematografico della sua pièce teatrale “My Old Lady”, ambientata a Parigi, città nella quale, insieme a New York, il drammaturgo viveva.

Mathias Gold (un bravissimo Kevin Kline) è un uomo di mezza età solitario e insoddisfatto. Quasi nulla nella sua vita è andato bene, a partire dal rapporto irrisolto e molto doloroso coi suoi genitori che ha inficiato tutto, dal suo ambito sentimentale a quello lavorativo. E così Mathias si ritrova senza un soldo in tasca, o meglio solo con quelli che gli consentono dagli Stati Uniti di raggiungere Parigi, dove c’è la parte di eredità che gli ha lasciato il suo ricco padre morendo qualche settimana prima.

Anche se nella sua infanzia è già stato nella Ville Lumiere, Mathias a stento parla e comprende il francese e così rimane completamente spiazzato quando nella sua nuova grande casa, che intende vendere il più presto possibile, vi trova Mathilde Girard (una sempre brava Maggie Smith) e sua figlia Chloé (Kristin Scott Thomas).

Mathilde, oltre quarant’anni prima, ha venduto a suo padre la grande casa con la clausola “viager”, un antico metodo francese, simile alla nostra “nuda proprietà”, ma che contempla anche il pagamento all’ex proprietario di un affitto mensile vita natural durante.

Se all’inizio Mathias viene preso dall’ira, soprattutto verso suo padre che anche dopo morto lo continua a “perseguitare”, alla fine, proprio grazie alle due donne, comprenderà molta parte della sua passata esistenza…

Struggente e dolorosa pellicola sui drammi e le tragedie che si consumano all’interno della famiglia; quella che invece, almeno sulla carta, i problemi li dovrebbe risolvere. Il cast, davvero eccezionale, riesce a far dimenticare la natura teatrale dell’opera. D’altronde Horovitz non era alieno al cinema visto che nel 1970 scrisse la sceneggiatura dell’indimenticabile “Fragole e sangue” diretto da Stuart Hagmann.

“Victor Victoria” di Blake Edwards

(USA, 1982)

Siamo agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’omosessualità da molti era ancora considerata una perversione e una “deviazione” del comportamento “normale” di un essere umano. Ma allo stesso tempo l’omosessualità, sia quella femminile ma soprattutto quella maschile, erano considerate “attraenti” e divertenti, naturalmente solo in centri ambiti …ristretti. Come quello dello spettacolo, che concedeva ospitalità a grandi artisti, ma solo sul palcoscenico. Fuori era un’altra cosa…. un pò come al leggendario “Cotton Club” degli anni Trenta dove a esibirsi erano immensi artisti come Cab Calloway, ma nello stesso locale non erano ammesse come clienti persone di colore.

Così Blake Edwards decide di puntare i riflettori – e la macchina da presa – su questa grande e vergognosa ipocrisia e si ispira al film “Vittorio e Vittoria” scritto e diretto dal tedesco Reinhold Schünzel nel 1933, cambiando non di molto la sceneggiatura originale.

Parigi, 1934. Victoria Grant (una brava Julie Andrews) è un ottimo soprano che però non riesce a trovare un ingaggio. Disperata e alla fame, per mangiare decide di portare nella borsa uno scarafaggio trovato nella camera in affitto in cui alloggia – e dalla quale è stata cacciata per non aver pagato la pigione – in un ristorante e metterlo nell’insalata finale sperando così di evitare di pagare il conto.

Nel locale la donna incrocia Toddy (Robert Preston), un cantante omosessuale anche lui finito in bolletta, a causa soprattutto del suo carattere scostante. Ed è proprio Toddy ad avere l’illuminazione: a Parigi nessun locale è interessato a un soprano donna, anche se di alta qualità; ma a un uomo che finge di essere un soprano donna nessuno saprebbe resistere. Lui può insegnarle tutto, ma…

Deliziosa commedia, nella grande e inimitabile tradizione di Blake Edwards, che ci racconta delle becere ipocrisie e dei falsi perbenismi sull’omosessualità – il gangster americano Re Marchand, interpretato da James Garner, finché froda il fisco e ammazza i rivali è rispettato e temuto, ma quando aleggia su di lui il sospetto di essere innamorato di un altro uomo, perde completamente di “rispettabilità”… – ambientata negli anni Trenta parigini, ma ben presenti, purtroppo, negli Stati Uniti – e naturalmente non solo – dei primi anni Ottanta.

Edwards e sua moglie Julie Andrews, così come tutti, non si aspettavano certo la tragedia che proprio mentre questo film veniva girato iniziava ad abbattersi sul genere umano: l’AIDS. Il virus, iniziando a falciare vittime fra le comunità gay, venne vergognosamente associato per interi anni solo all’omosessualità, ghettizzando ancora di più i suoi membri e facendo credere per molto tempo agli eterosessuali di esseri “immuni”. Il Presidente Reagan solo all’inizio del suo secondo mandato iniziò a parlare pubblicamente della pericolosità del virus per “tutti”.

Tornando al film, oltre alle ottime interpretazioni della Andrews e di Preston – entrambi candidati all’Oscar la prima come miglior attrice protagonista e il secondo come miglior attore non protagonista – deve essere ricordata anche la colonna sonora firmata da Henry Mancini, stretto collaboratore di Edwards e autore delle più famose musiche dei suoi film, come quella indimenticabile della serie “La Pantera Rosa”. Delle sette candidature ottenute dal film – fra cui anche la miglior sceneggiatura non originale – solo Mancini incredibilmente portò a casa la statuetta, e anche questo fu un triste segno di quei tempi.

Per la chicca: è indubbio che il personaggio dell’investigatore impacciato Charles Bovin, interpretato da Herb Tanney, incaricato di scoprire la vera sessualità di Victoria Grant alias Victor Grazinski, sia un esilarante omaggio al grande ispettore Clouseau ideato dallo stesso Edwards e incarnato in maniera sublime dal grande Peter Sellers, scomparso l’anno precedente l’inizio della lavorazione della pellicola.

“Assassino al galoppatoio” di George Pollock

(UK, 1963)

La grande Margaret Rutherford, dopo “Assassinio sul treno” torna per la seconda volta a vestire i panni di Miss Jane Marple.

Tratto dal romanzo di Agatha Christie “Dopo le esequie” (che ha come protagonista Hercule Poirot e non la Marple), pubblicato per la prima volta nel 1953, questo film ci porta nella piccola località della campagna inglese dove vive la Marple che, durante una visita per una raccolta fondi benefica, assieme al suo fidato bibliotecario Mr. Stringer (Stringer Davis), assiste agli ultimi istanti di vita del facoltoso Mr. Enderby, che il medico poco dopo sopraggiunto imputa a un infarto “naturale”.

Ma la geniale Miss Marple non è d’accordo, e così inizia le sue personali indagini che la portano a un elegante e prestigioso maneggio dove alcuni stretti parenti, si sentono davvero troppo “stretti”…

Divertente commedia gialla con una protagonista indimenticabile – che ha segnato in maniera indelebile l’immaginario collettivo, soprattutto quello femminile degli anni Sessanta – che vi farà passare 81 minuti sereni, rilassati e intenti a cercare di scoprire il colpevole.

Come per i film con la Rutherford distribuiti nel nostro Paese – come anche gli altri della serie dedicata a Miss Marple: “Assassino sul palcoscenico” e “Assassinio a bordo” – deve essere ricordata l’attrice Lola Braccini che doppia in maniera sublime la protagonista.

“Earwig e la strega” di Goro Miyazaki

(Giappone, 2020)

Hayao Miyazaki torna a ispirarsi alla scrittrice inglese Diana Wynne Jones (1934-2011) dopo l’adattamento cinematografico del suo romanzo “Il castello errante di Howl”, realizzato dallo studio Ghibli nel 2004.

Se l’idea è del maestro Hayao, la regia di questo lungometraggio è di Goro Miyazaki, il figlio. Ci troviamo così nell’orfanotrofio di St. Morwaid, in un piccolo centro della campagna britannica, alla porta del quale un’affascinante donna dalla leonina capigliatura rossa – e dai poteri magici – lascia una piccola bambina che su un biglietto chiama Earwig.

La piccola, diventando ragazzina riesce – col potere magico dei “manipolatori” – a far fare alle persone quello che lei vuole, perfino alla direttrice dell’orfanotrofio. Le cose si complicano quando Earwig viene adottata da una strana coppia: Bella Yaga e Mandragora. Se la prima sembra proprio una perfida e arcigna strega, il secondo invece è ancora più inquietante tanto da sembrare un vero e proprio demone, con la passione per il rock, soprattutto quello degli anni Settanta.

Ma Earwig non si scoraggia e così…

Anche prima di essere vista, questa pellicola è stata critica da molti, soprattutto da numerosi “addetti ai lavori”, che non hanno gradito il passaggio dall’animazione classica a quella completamente digitale in 3D fatto dallo studio Ghibli per realizzarla.

Se prima di sedermi in sala anch’io – anche non essendo un famigerato “addetto ai lavori”, ma solo un onesto spettatore – ero un pò scettico, vedendo questi circa 82 minuti di incantevole cinema d’animazione mi sono dovuto ricredere. I Miyazaki, infatti, donano magia e incanto anche alla nuova tecnica – per lo Studio Ghibli – della computer grafica.

Anzi, proprio grazie al loro genio e talento, riescono ad aumentare le potenzialità visive e immaginifiche della tecnica. Sia chiaro, sono un amante di tutti i grandi film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli in generale, ai quali non cambierei per nulla al mondo neanche un solo fotogramma. Così come dei grandi classici d’animazione che hanno fatto la storia del cinema e la mia. Ma il linguaggio visivo usato in questo film possiede tutta la magia e la dignità di un classico dell’animazione.

D’altronde ricordo molto bene nel 1996 certi “addetti ai lavori”, quando “Toy Story” diretto da John Lasseter approdò nelle nostre sale, dire seri, tronfi e sicuri: “…I cartoni animati realizzati con la computer grafica al cinema non dureranno, questo brutto film è solo una bolla di sapone…”.

“Soul Kitchen” di Fatih Akın

(Germania/Francia/Italia, 2009)

Zino Kazantsakis (un bravo Adam Bousdoukos) ha comprato nella periferia di Amburgo un vecchio capannone della ferrovia dove ha impiantato il suo ristorante “Soul Kitchen”. La qualità della sua cucina è bassa, basandosi essenzialmente su cibo precotti o surgelati, ma la clientela fissa gli permette di pagare le bollette.

Alla cena per il compleanno della ricca nonna della sua fidanzata Nadine (Pheline Roggan), in uno dei ristoranti più esclusivi della città, Zino assiste al licenziamento in tronco dello chef Shayn (Birol Ünel) superbo in cucina ma pessimo coi clienti.

Intanto suo fratello Illias (Moritz Bleibtreu) ladro incallito, chiede a Zino un posto ufficiale per mantenere la libertà vigilata. Nadine viene mandata dalla testata per la quale lavora in Cina, dove Zeno vorrebbe seguirla, ma non sa a chi affidare il ristorante che, dopo l’arrivo di Shayn dietro ai fornelli e alla musica dal vivo che viene suonata tutte le sere nel locale, riscuote un incredibile successo. Ma…

Scritta dallo stesso Faith Akin assieme ad Adam Bousdoukos, questa pellicola ci parla in maniera deliziosa delle coincidenze, e di quanto queste, nel bene e purtroppo anche nel male ci cambino l’esistenza.

Da ricordare anche la bellissima colonna sonora che ricorda quello che amava dire il grande Gioacchino Rossini: “Il cibo è per il corpo quella che la musica è per l’anima”.

La pellicola vince il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia.

“Buñuel nel labirinto delle tartarughe” di Salvador Simó

(Spagna/Olanda/Germania/USA, 2018)

Nel dicembre del 1933 Luis Buñuel proietta il documentario – l’unico realizzato nella sua carriera – “Terra senza pane”, che fotografa in maniera cruda e desolante la vita a Las Hurdes, una delle località contadine più povere delle Spagna. La quasi totale mancanza di igiene, cure e mezzi di prima necessità rende la vita degli abitanti misera, senza speranza, e preda di malattie, menomazioni e infezioni mortali.

Le immagini sono terribili e sconvolgenti, tanto da portare la neonata Repubblica Spagnola a censurarlo, anche se poi, a partire dal 1936 con lo scoppio della Guerra Civile – inserito il sonoro con una voce narrante e la sinfonia n.4 di J. Brahms come commento musicale – la pellicola verrà usata come propaganda contro il regime del generalissimo Franco.

Ma la genesi e la realizzazione di questi circa 30 minuti di documentario sono incredibili. Perché dopo la proiezione a Parigi di “L’Age d’Or” e le relative feroci proteste della parte più reazionaria e cattolica della società legata alla Santa Sede, Buñuel è vittima di un terribile isolamento che di fatto sembra chiudere definitivamente la sua carriera di cineasta.

Fra coloro che gli voltano le spalle c’è anche il suo (ex) amico e stretto collaboratore nelle prime due pellicole – “L’Age d’Or” appunto, e la precedente “Un cane andaluso” – Salvador Dalì.

Ma sarà un altro amico del regista a cambiare le sue sorti e quelle del cinema, l’operaio anarchico Ramòn Acìn che, vincendo alla lotteria natalizia, decide di finanziare il film sperando di aiutare la popolazione di Las Hurdes. Poco dopo lo stesso Acìn verrà isolato dalla cultura ufficiale della Repubblica Spagnola e poi fucilato, insieme alla moglie, dai militari di Franco.

Tratto dal graphic novel “Buñuel en el laberinto de las tortugas” dello spagnolo Fermín Solís (classe 1972) questo bellissimo e multi premiato lungometraggio animato, scritto dallo stesso Simó con Eligio R. Montero, ripercorre la preparazione e la realizzazione del documentario.

Nel film sono inserite alcune immagini originali di “Terra senza pane” – paragonabile sotto alcuni punti di vista al romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” scritto non a caso quasi contemporaneamente da Carlo Levi – alcune davvero molto crude, proprio nella tradizione visiva di uno dei più grandi maestri del cinema, fra i fondatori del movimento surrealista.

Per la chicca: le “tartarughe” sono i tetti piatti fatti in ciottoli delle piccole e anguste case di Las Hurdes, fatte di un unico ambiente dove vivevano insieme gli esseri umani e i loro animali.