“Dililì a Parigi” di Michel Ocelot

(Francia/Belgio/Germania, 2018)

Michel Ocelot, già autore di ottimi lungometraggi animati come “Kirikù e la strega Karabà”, “Azur e Asmar” o “Principi e principesse”, realizza un altro splendido film d’animazione.

Siamo a Parigi alla fine del ‘800. La piccola Dililì “lavora” come comparsa presso il finto villaggio canaco ricostruito, per il mero divertimento dei passanti, in un giardino pubblico della capitale francese.

Il giovane garzone Orel decide di fare amicizia con la piccola che gli racconta la sua storia. E’ figlia di un francese e di una canaca – come venivano chiamati gli abitanti autoctoni della Nuova Caledonia – e per colpa della sua pelle “troppo chiara”, nel suo Paese d’origine veniva sempre rimproverata. Morti i suoi genitori la piccola Dililì ha deciso di venire in Francia, la terra di suo padre, dove però la rimproverano sempre a causa della sua pelle “troppo scura”.

I due ragazzi legano subito e Orel decide di portarla in giro con lui durante le consegne, sulla sua tricicletta. Ma proprio in quei giorni Parigi è sotto l’incubo dei cosiddetti Maschi Maestri. Un gruppo feroce e clandestino che compie rapine e rapisce giovani e bambine lasciando sempre un messaggio: “I Maschi Maestri raddrizzeranno Parigi!”.

Grazie però al coraggio di Dililì e Orel, che sulla loro strada incroceranno le menti più brillanti e geniali dell’epoca, l’atroce complotto verrà sventato. Complotto che mirava a rendere le donne succubi e schiave materialmente e moralmente degli uomini. Ma…

Ocelot firma la sua ennesima opera indimenticabile con la storia che si fonde in maniera sublime sia alle splendide immagini che alla notevole colonna sonora.

Ci sono molti modi per insegnare alle nuove generazioni – e non solo… – il senso di equità e di civiltà, e quando sono belli e divertenti come questo film, valgono il doppio!

Da vedere.

“Gratis” di Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets

(Olanda, 2016)

Ci sono molti modi per ritrarre un rapporto sentimentale, soprattutto al cinema. Ma non tutti sono efficaci, divertenti e malinconici come quello usato dai due giovani cineasti olandesi Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets in questo cortometraggio del 2016.

Ruud e Els sono una coppia di mezza età consolidata da anni, che forse sta insieme ormai più per abitudine che per altro. L’apice della loro settimana è quando Rudd, andando a fare la spesa nel loro solito supermercato è il 100.000esimo cliente e per questo avrà diritto a mettere tutto quello che vuole nel proprio carrello in un minuto.

Els cerca di preparare strategicamente Ruud, che però, ad ogni prova entra sempre più nel pallone. Il giorno del loro premio, davanti alle telecamere delle televisione e sulla musica di una banda chiamata apposta per festeggiare l’evento, la coppia scopre che la prova non prevede il classico carrello, ma il più piccolo e meno ampio cestino di plastica.

Rudd, sconvolto, si tira indietro e allora Els prende in mano la situazione e anche il cestino di plastica…

10 minuti di divertente e malinconico cinema minimalista dall’aspro sapore della più classica commedia all’italiana.

“Il giardino segreto” di Marc Munden

(UK/Francia/USA/Rep. Pop. Cinese, 2020)

E’ disponibile su Prime Video e in dvd il nuovo adattamento cinematografico dello storico romanzo di Frances Hodgson Burnett “Il giardino segreto“.

A scrivere l’ottima sceneggiatura è Jack Thorne, lo stesso autore di quelle di pellicole come “Radiocative” e “Enola Holmes“, che aggiorna il romanzo originale apportando alcune modifiche sostanziali.

L’azione si svolge nel 1947, poco dopo la fine del secondo conflitto planetario, proprio mentre si sta verificando la drammatica separazione fra l’India, il Pakistan Orientale e quello Occidentale. La piccola Mary (una bravissima Dixie Egerickx) rimane sola e abbandonata nella sua grande tenuta in India, dopo che i suoi genitori sono morti di colera in poche ore.

Una volta trovata dai militari britannici, la piccola viene spedita dall’unico parente in vita, il signor Archibald Craven (Colin Firth) cognato di sua madre. L’arrivo in Inghilterra e soprattutto quello presso la tenuta Craven è davvero molto freddo e duro. Ad attendere la piccola infatti c’è solo la governante, signora Medlock (Julie Walters) che in maniera assai brusca e altera la porta nella camera che le è stata destinata. E soprattutto la diffida nel guardare negli occhi il signor Craven e soprattutto la deformazione di cui è vittima, quando lo incontrerà.

Il padrone di casa è afflitto, infatti, da una deformazione del torace dovuta ad alterazioni ipercifotiche della colonna vertebrale, che volgarmente molti chiamano “gobba”. Naturalmente il carattere viziato e arrogante di Mary la portano, al loro primo incontro, non solo a guardare negli occhi suo zio ma ad osservare con attenzione la sua escrescenza sulle spalle.

Il clima nella casa è molto triste e algido perché il padrone di casa non si è mai ripreso dalla morte della moglie – sorella della madre di Mary – avvenuta a causa di una grave malattia qualche anno prima. E la sua enorme magione sembra essere rimasta congelata ai quei giorni tristi.

La notte Mary sente dei lontani e misteriosi lamenti che tutti però, a partire dalla indisponente signora Madlock, imputano al fischiare del vento. Ma la piccola scopre che invece sono i lamenti di Colin, il figlio del signor Craven, suo coetaneo e quindi anche suo cugino. Il piccolo è costretto a letto da una misteriosa quando terribile malattia…

Grazie alla bravura di Thorne e a quella di un cast davvero di primo livello – fra cui spicca il sempre bravo Colin Firth che nonostante i suoi quasi 190 centimetri di altezza rendere credibile la sua deformità – riviviamo al meglio uno dei romanzi per ragazzi più famosi di sempre.

Da vedere.

“Soul” di Pete Docter e Kemp Powers

(USA, 2020)

“Un giovane pesce si rivolge ad un pesce anziano chiedendogli: io cerco l’oceano, puoi aiutarmi? Allora il pesce anziano risponde: l’oceano è quello dove siamo adesso. E il giovane pesce ribatte perplesso: ma questa è solo acqua…”

Su questa breve ma intesa storiella si basa l’ultima fatica della geniale Pixar, da oggi disponibile su Disney+, e diretta dal premio Oscar Pete Docter – autore di capolavori come “Monster & Co”, “Up” o “Inside Out” – assieme a Kemp Powers.

Siamo a New York e Joe Garner (nella nostra versione doppiato superbamente da Neri Marcorè) è un jazzista che ancora non ha avuto la sua grande occasione. Paga affitto e bollette insegnando musica in una scuola media, ma grazie soprattutto agli aiuti economici di sua madre che possiede una piccola sartoria.

Grazie ad un suo ex allievo riesce incredibilmente ad ottenere un provino per il quartetto di Dorothea Williams, una delle più grandi sassofoniste jazz in circolazione. Poco dopo aver ottenuto il posto come pianista Joe, tornando a casa per preparasi al concerto serale, cade in un tombino.

La sua anima si risveglia sulla rampa che porta nel definitivo al di là. Ma per Joe il jazz vale più di ogni altra cosa e così è disposto a rompere le regole per di tornare a tutti i costi nel suo corpo sulla Terra per poter suonare insieme a Dorothea. Per questo incapperà in 22, un anima del pre-mondo che da secoli fa di tutto pur di non andare sulla Terra…

Deliziosa riflessione sul senso della vita e su come ognuno di noi dovrebbe vivere il tempo che gli viene concesso su questo mondo. Con accenni e metafore che ricordano molto “Inside Out”, la Pixar ci fa fare un nuovo e indimenticabile viaggio dentro noi stessi.

Scritto dagli stessi Docter e Powers assieme a Mike Jones, e con la collaborazione ai dialoghi di Tina Fey – che nella versione originale doppia 22 che nella nostra ha invece la voce della sempre brava Paola Cortellesi – quest’ultimo lungometraggio animato della Pixar merita di essere visto.

“Le piace Brahms?” di Anatole Litvak

(Francia/USA, 1961)

Françoise Sagan (al secolo Françoise Quoirez) nel 1955, a soli 19 anni, pubblicando il suo primo romanzo “Buongiorno tristezza” diventa una delle scrittrici più famose d’Europa e una delle rappresentati di punta del movimento letterario degli “Ussari”. Nel 1959 pubblica il suo quarto romanzo “Le piace Brahms?” che due anni dopo il regista Anatole Litvak porta sullo schermo con protagonista una splendida Ingrid Bergman.

Paula Tessier (la Bergman) è un’arredatrice di discreto successo a Parigi. Dopo il fallimento del suo primo matrimonio e compiuti da poco i quarant’anni, frequenta stabilmente l’industriale Roger Damarest (Yves Montand). Il loro rapporto è apparentemente completo, anche se vivono in case differenti. Ma in realtà a rinunciare a molte cose è soprattutto Paula, visto che a Roger non dispiace una certa indipendenza che gli permette frequenti scappatelle, anche di qualche giorno, con giovani ragazze che comunque per lui “…non significano niente”.

Roger riesce sistematicamente ad evitare di parlare di matrimonio; e anche la sera del loro quinto anniversario Paula la passa da sola a casa vista l’improvvisa e improcrastinabile riunione di lavoro di Roger.

Le cose si stravolgono quando Paula viene chiamata ad arredare l’appartamento appena acquistato dalla Signora Van Der Besh (Jessie Royce Landis), una ricca vedova americana da poco stabilitasi nella capitale francese. E proprio durante gli incontri con la sua cliente Paula conosce Philip (Anthony Perkins), il figlio venticinquenne e molto viziato della Van Der Besh.

Il giovane si innamora subito di Paula che però all’inizio cerca in ogni modo di dissuaderlo. Quando Roger l’abbandona per l’ennesima volta per passare il weekend con una sua giovane conquista, la donna cede alla corte di Philip ed inizia con lui una vera e propria relazione.

Relazione che però fa scandalo visti gli abbondanti quindici anni di differenza fra i due, al contrario dei flirt che consuma Roger con ragazze che spesso hanno ben oltre quindici anni di meno. A Philip non importa di che cosa pensi la gente di loro, si è innamorato corrisposto e questa è l’unica cosa che conta. Paula invece non riesce a sopportare più le occhiate di biasimo che ormai riceve da tutti, e quando Roger le implora di tornare con lui e sposarlo accetta…

Questa pellicola, che non è priva di qualche stereotipo sentimentale, oggi apparentemente potrebbe far sorridere. Può sembrare ridicolo che una donna non riesca a tollerare l’ostracismo che le impone la società se è single e sceglie di frequentare un uomo molto più giovane di lei. Ci sono persino rampanti – e spesso volgari… – definizioni come “cougar” o “milf” che identificano donne che frequentano uomini più giovani. Ma allora perché paritarie determinazioni lessicali, o gergali, non esistono per i signori uomini che frequentano donne giovani o molto più giovani di loro?

Perché, potrebbe rispondere qualcuno, è più “normale!” …E allora questo ci film fa sorridere un pò meno e riflettere un pochino di più. Perché Paula Tessier certo non è vittima di feroci violenze fisiche da parte del suo compagno (come lo sono ancora troppe donne anche nel nostro Paese) ma è preda indifesa del basso, subdolo e micidiale perbenismo – che troppo spesso cela anche il più misero maschilismo – della società che vede una donna senza un uomo accanto priva di ogni ruolo o identità sociale.

Sono passati sessant’anni dalla realizzazione di questo film e le cose fortunatamente sono cambiate, ma ancora non del tutto, soprattutto nella testa di sempre troppe persone.

Da ricordare oltre all’interpretazione della Bergman anche quella di Perkins che viene premiato al Festival di Cannes e con il Donatello per la migliore interpretazione maschile.

“Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz

(USA, 1950)

Nel 1949, negli Stati Uniti, andò in onda un adattamento radiofonico del racconto “The Wisdom of Eve” di Mary Orr. Alcune fonti indicano che la Orr, per scrivere il racconto, si sia ispirata al rapporto “controverso” fra la nota attrice viennese Elisabeth Bergner e la sua segretaria. Altre indicano invece come ispiratrici le attrici americane Tallulah Bankhead e Lizabeth Scott, che in quel periodo era la sua sostituta.

Con rapporto “controverso” le cronache del tempo si riferivano non solo all’ascendente che una delle due attrici aveva sull’altra, ma anche – ovviamente indirettamente perché la censura e il meschino perbenismo dell’epoca non lo consentivano – alla loro omosessualità. Se la Bankhead poco si curava di dissimulare i propri gusti sessuali, tanto da ostentare il flirt con la grande Billie Holiday, alla Scott il solo accenno sulla stampa ai suoi presunti orientamenti sessuali, sostenuti esclusivamente dal fatto di non essere mai convolata a nozze, costò di fatto la carriera.

Il geniale Joseph L. Mankiewicz prende spunto dal programma radiofonico per scrivere e dirigere uno dei migliori film di Hollywood sul mondo dello spettacolo e sulle micidiali ipocrisie che lo circondano, soprattutto quelle legate alle donne.

Ci troviamo così alla cena di gala che precede la consegna del più ambito premio teatrale americano. A ritirarlo sarà la nuova stella nascente del palcoscenico: Eva Harrington (Anne Baxter). La voce fuoricampo di Karen Richards (Celeste Holm) ci parla di alcuni dei commensali presenti fra cui spiccano la grande e “matura” attrice Margo Channing (una splendida Bette Davis) suo marito il regista Bill Sampson (Gary Merrill marito anche nella realtà della Davis), il drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) marito della stessa Karen, e l’implacabile critico teatrale Addison DeWitt (un sempre bravo arrogante e antipatico George Sanders).

Tutti applaudono la giovane attrice, ma solo un anno prima, ci dice in maniera confidenziale Karen, la Harrington era una sconosciuta che aspettava per ore sotto la pioggia davanti all’ingresso del palcoscenico, solo per intravedere la Channing. E fu la stessa Karen a portarla quasi a forza nel camerino della sua amica Margo.

Da umile fan Eva Harrington, grazie al suo acume e soprattutto alla sua marmorea volontà, diventa prima segretaria della Channing e poi sua sostituta in teatro fino a quando, la stessa Karen…

Tutto quello che sappiamo di Eva (il titolo originale di questa pellicola è infatti “All About Eve”) ci fa capire bene cosa significa voler diventare un’attrice di successo in un mondo di uomini potenti e spesso arroganti che dettano le regole. Perché Mankiewicz ce lo ricorda con tagliente lucidità che il mondo del teatro – così come quello del cinema – è totalmente in mano agli uomini. E le donne che spiccano possedendo il fuoco sacro della recitazione non possono, anche volendo, sottrarsi ai mille compromessi che i signori colleghi maschi impongono loro. Regole che incastonano le donne anche in splendide cornici d’oro, ma sempre e comunque fino a dove le permettono gli uomini.

Per la chicca: piccolo cameo per la splendida Marilyn Monroe che interpreta una giovane e avvenente attrice in cerca di un produttore generoso.

Una pietra miliare del cinema.

“Il segno di Venere” di Dino Risi

(Italia, 1955)

La sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale non a caso è stata scritta da alcuni dei più grandi cineasti del Novecento come: Franca Valeri, Edoardo Anton, Luigi Comencini, Ennio Flaiano, Dino Risi e Cesare Zavattini. La stessa Valeri, assieme ad Anton e a Comencini, è l’autrice del soggetto.

Siamo nel mezzo degli anni Cinquanta e l’Italia si sta rialzando dalla macerie della Seconda Guerra Mondiale. Si respira aria nuova per le strade: sta esplodendo il famigerato Boom. Ma l’aria nuova, come accade da millenni, non è certo per le donne. O quantomeno le possibilità delle donne, rispetto a prima del conflitto in cui non avevano il diritto al voto e alle quali Mussolini con un Decreto Legge del 10 gennaio 1927 dimezzò il salario rispetto a quello degli uomini, sono da nulle a poco più che scarse.

Ne sono un esempio le cugine Cesira (una grandissima Franca Valeri) e Agnese (una prorompente Sophia Loren) che vivono a Roma in viale Libia, nel quartiere detto Africano. Cesira, che da Milano si è trasferita a Roma a casa dello zio (Virgilio Riento) dove vive anche l’altra zia (Tina Pica) e appunto la cugina ventenne, è una grande sognatrice con ambizioni da gran lady, ma che desidera più di ogni altro cosa il massimo a cui le donne possono aspirare in quegli anni: il matrimonio.

Lavora come dattilografa presso i Bagni Diurni della stazione Termini dove da tempo è timidamente corteggiata dal fotografo Mario (Peppino De Filippo). Per il suo aspetto però Cesira è poco considerata dagli uomini e anche Mario stenta a proporsi seriamente. Le cose peggiorano quando Cesira esce insieme ad Agnese che invece non riesce a tenere lontani gli uomini, proprio per il suo aspetto e le sue curve generose. Agnese, infatti, non può prendere un autobus senza essere palpata e molestata.

Con un cast stellare, fra i più completi di quegli anni, “Il segno di Venere” è una pietra miliare della commedia all’italiana, e non solo. Accanto alle due protagoniste ci sono grandissimi interpreti anche nei ruoli secondari come quello del poeta squattrinato Alessio Spano interpretato in maniera sublime dal grande Vittorio De Sica, o quello del goffo ladro di macchine mammone Romolo Proietti impersonato da Alberto Sordi ancora non completamente esploso come mostro sacro della commedia.

Questa immortale pellicola va rivista non solo per i suoi grandi interpreti, ma anche perché ci racconta in maniera amara e tagliente come una donna in Italia, in quegli anni, molto poco poteva scegliere o decidere. Che fosse una “intellettuale” o una “maggiorata”: erano sempre e comunque gli uomini a dettare le regole. Solo se sapeva giocare bene le sue carte avrebbe potuto raggiungere il famigerato altare, il massimo consentitole dalla società.

Sono passati sessantacinque anni da questa straordinaria pellicola e fortunatamente molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. Siamo ancora il Paese del femminicidio, dove le vittime si contano come in un bollettino di guerra.

Attualissimo …purtroppo.

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“Piramide di paura” di Barry Levinson

(USA, 1985)

Alle soglie del primo centenario della nascita editoriale del più grande ed eccentrico detective di tutti i tempi Sherlock Holmes, avvenuta con la pubblicazione del leggendario “Uno studio in rosso” firmato da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887, Steven Spielberg produce una pellicola dedicata all’inedito incontro giovanile fra il detective e il suo futuro amico John Watson, non ancora medico.

Anche se per Doyle i due si conoscono solo nel suo primo romanzo in cui sono adulti, Chris Columbus, autore dello script, se li immagina adolescenti e compagni di scuola. E fra i banchi e le antiche aule di uno dei più prestigiosi college della Londra vittoriana, il giovane Holmes (Nicholas Rowe) dovrà affrontare pericoli mortali ed eventi che segneranno la sua successiva esistenza…

Ispirato all’intera opera di Doyle, ma soprattutto a “Il segno dei quattro” (pubblicato nel 1890) “Piramide di paura” diretto da Barry Levinson è davvero un film divertente e appassionante, soprattutto per i ragazzi o i patiti sfegatati di Sherlock Holmes come me.

Va visto (o rivisto) anche per altri due motivi: è uno dei primi lungometraggi non animati in cui appare un personaggio realizzato interamente in computer grafica, come si chiamava allora. Si tratta del cavaliere che si “stacca” dalla vetrata di una chiesa per inseguire il sacerdote in una delle scene iniziali della pellicola. A realizzarlo è nientepopodimeno che John Lasseter assieme a quel manipolo di geni smanettoni coi quali fonderà la magica Pixar.

Il secondo motivo è perché questo giovane Sherlock Holmes assomiglia incredibilmente tanto a Harry Potter…

Sebbene la Rowling pubblicherà il primo romanzo sul giovane mago più famoso del pianeta solo nel 1997 e la sua riduzione cinematografica arriverà nel 2001, le atmosfere e gli ambienti del college in cui studiano Holmes e Watson ricordano incredibilmente quelle di Hogwarts. E poi lo stesso John Watson (impersonato dal giovane Alan Cox) con la frangetta nera sulla fronte, gli occhiali tondi e gli occhi azzurri (il cui viso si intravede col berretto anche nella locandina del film) sembra proprio il figlio maggiore di James e Lily Potter. Ma come è possibile?

Forse potrebbe essere d’aiuto ricordarsi che l’autore della sceneggiatura di “Piramide di paura” è Chris Columbus, autore di script di film come “Gremlins” o “I Goonies” (del quale è stato da poco annunciato il seguel), lo stesso che poi dirigerà i film “Harry Potter e la pietra filosofale” e “Harry Potter e la camera dei segreti”.

Insieme a “Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder, “La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer, “Senza indizio” di Thom Eberhardt, alla serie “Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson e a “Enola Holmes” di Harry Bradbeer, “Piramide di paura” è una delle migliori opere liberamente ispirate al personaggio immortale creato dal genio di Conan Doyle.

“Le streghe” di Robert Zemeckis

(USA, 2020)

Il geniale Roald Dahl (1916-1990) pubblica nel 1983 il romanzo per ragazzi “Le streghe” che riscuote un enorme successo, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone.

Nel 1990 il britannico Nicolas Roeg realizza il suo primo adattamento cinematografico con una produzione anglo-americana intitolata “Chi ha paura delle streghe?” con Anjelica Huston nel ruolo della Strega Suprema e i pupazzi della bottega del mitico Jim Henson, che produce anche il film.

Visto che l’opera di Dahl, col passare del tempo, non solo non perde il suo smalto ma ne acquista sempre di più, uno dei registi più rilevanti di Hollywood decide di realizzare un nuovo adattamento. Per farlo Robert Zemeckis scrive la sceneggiatura assieme al visionario Guillermo Del Toro e al regista e produttore Kenya Barris. I tre spostano l’azione dall’Inghilterra dei primi anni Ottanta del libro all’Alabama della fine degli anni Sessanta, trasformando il piccolo protagonista da inglese di origini norvegesi ad appartenente alla comunità afroamericana.

Fuori campo la voce volitiva di un uomo adulto (che nella versione originale appartiene a Chris Rock) descrive e commenta alcune diapositive che parlano della streghe, esseri malefici e perfidi che hanno un solo scopo nella vita: schiacciare tutti i bambini.

Con un lungo flashback l’uomo inizia a raccontare la sua storia: nel Natale del 1968 quando aveva solo otto anni, a causa di un incidente automobilistico, è rimasto orfano. A prendersi cura di lui è stata sua nonna materna (Octavia Spencer) che lentamente, con amore e pazienza, gli ha riacceso la voglia di vivere portandolo con lei a Demopolis, una piccola cittadina rurale dell’Alabama.

Ma un brutto giorno il piccolo incappa in una strana e inquietante signora che gli offre una caramella. Istintivamente fugge via e quando racconta l’accaduto alla nonna questa ne rimane sconvolta. E’ indubbio, infatti, che il piccolo ha incrociato una strega, essere malefico che farà di tutto per annientarlo. La nonna, che da bambina è fortunosamente scampata anche lei ad una strega, decide di lasciare immediatamente la città per mettere al sicuro il nipote.

Grazie a suo cugino riesce a prenotare una camera nel lussuoso “The Grand Orleans Imperial Island Hotel”, un posto per ricchi uomini bianchi dove nessuna strega cercherebbe un bambino da schiacciare. Ma la nonna ignora che proprio in quei giorni, nel lussuoso resort, è previsto il convegno della Società Internazionale per la Prevenzione degli Abusi sui Minori. E che tale società è il paravento dietro il quale si nascondono le streghe americane, la cui presidente è la Strega Suprema (una cattivissima Anne Hathaway)…

Delizioso film fantasy, non solo per ragazzi, che come tutti i libri di Dahl ci parla di tolleranza e rispetto, per gli altri ma soprattutto per se stessi. Il cambio di ambientazione ci ricorda inoltre, con tagliente eleganza, la tragedia del razzismo che ancora attanaglia e miete vittime negli Stati Uniti, e non solo.

Da ricordare anche l’interpretazione di Stanley Tucci nei panni del mellifluo direttore del resort, e la partecipazione del regista premio Oscar Alfonso Cuarón, compatriota di Del Toro, alla produzione.

“Il Gatto con gli Stivali” di Kimio Yabuki

(Giappone, 1969)

Poco più di dieci anni dopo l’uscita nella sale giapponesi dello splendido “La leggenda del serpente bianco“, il primo anime nella storia del cinema, la Toei Animation realizza il suo quindicesimo lungometraggio.

Così come per il primo, ispirato ad un’antica leggenda cinese, anche per questo la società di produzione prende spunto da una fiaba fuori dalle tradizioni giapponesi, cosa che le consente di ampliare il mercato di distribuzione.

Viene scelta “Il gatto con gli stivali” del francese Charles Perrault, alla quale gli sceneggiatori Hisashi Inoue e Morihisa Yamamoto uniscono spunti ed elementi tipici dei romanzi immortali del maestro Alexandre Dumas. Al gatto protagonista viene dato il nome Pero – senza accento – proprio in onore del suo creatore.

Assistiamo all’imponente processo felino nel quale Pero viene condannato a morte dai suoi simili perché ha lasciato fuggire vivo e vegeto un topo. Ma Pero è così: ama la giustizia e la vita. Così, ascoltata la condanna alla pena capitale, saluta tutti col suo cappello e fugge via grazie alla sua scaltrezza e alla sua spada.

Sulle sue tracce vengono inviati tre maldestri gatti sicari, tra cui il più imbranato è Gattognan, che però non riescono mai a prenderlo. Intanto Pero s’imbatte casualmente nel povero e cortese Pierre, giovane contadino vittima dei suoi fratelli maggiori che gli hanno portato via tutto.

Grazie al suo ingegno Pero riesce a far incontrare Pierre con la bella principessa Rosa che, suo malgrado, è al centro delle attenzioni del perfido e malefico Re Lucifero. Ma Pero non si lascia intimidire dai suoi nefasti poteri magici…

Ottanta minuti di ottimo cinema d’animazione, con trovate e gag molto divertenti, conditi da musiche e canzoni scritte apposta per il film. Il successo è planetario tanto da portare la stessa Toei Animation ad adottare Pero come mascotte usando il suo ritratto stilizzato nel proprio logo, e ha mettere in cantiere vari sequel.

Al di là del fatto che questa pellicola è una delle più care della mia infanzia, anche perché veniva trasmessa a ripetizione da un’emittente privata romana alla fine degli anni Settanta, possiede due rilevanti elementi in comune col grande cinema d’animazione che l’ha preceduta e con quello che la seguirà.

Infatti non è casuale il richiamo a “Puss in Boots”, uno dei primi cortometraggi realizzati da Walt Disney nel 1922. Inoltre nel cast tecnico, fra gli animatori, ci sono Hayao Miyazaki e Yasuo Ôtsuka. I due collaboreranno molto insieme, soprattutto nei decenni successivi in serie televisive come “Le avventure di Lupin III” e “Il fiuto di Sherlock Holmes” dirette dallo stesso Miyazaki.

Ma soprattutto Ôtsuka parteciperà alla realizzazione di “Lupin III: Il castello di Cagliostro” primo lungometraggio animato diretto da Miyazaki, in cui alcune scene spettacolari si ispirano esplicitamente a quelle animate dai due dieci anni prima ne “Il gatto con gli stivali”, relative all’inseguimento di Rosa e Pierre da parte di Lucifero sulla torre del suo oscuro castello. Anche la scena finale ricorda molto quella conclusiva de “La ricompensa del gatto“.

Un lungometraggio d’animazione davvero particolare, che in Italia venne presentato all’apertura del Salone Internazionale dei Comics di Lucca del 1969.