Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Dalle 9 alle 5 orario continuato” di Colin Higgins

(USA, 1980)

Sono passati esattamente trentanove anni dall’uscita nelle sale di questa pungente commedia sul maschilismo becero e imperante nel mondo del lavoro, e noi ancora parliamo di “quote rosa”.

Quando Patricia Resnick e lo stesso Colin Higgins – che poi lo dirigerà – iniziarono a scrivere la sceneggiatura, negli Stati Uniti così come nel resto dell’Occidente, si respirava un’aria di cambiamento. Le lotte sociali degli anni precedenti sembravano aver creato l’atmosfera giusta per portare le donne, per la prima volta nella storia, a chiedere e pretendere le stesse possibilità degli uomini anche nell’ambito lavorativo.

Ma l’ipocrita e subdolo maschilismo è sempre stato una brutta bestia, viscida e infida, e così gli autori dovettero comunque creare una storia con tinte grottesche per permettere a tre donne di gestire – molto meglio degli uomini, ovviamente – un intero reparto di una grande compagnia multinazionale americana.

Se negli Stati Uniti, così come in alcuni altri grandi paesi industrializzati, negli ultimi quarant’anni sono brillate manager capaci e innovative, nel nostro Paese, escludendo la compianta Marisa Bellisario (che per le sue rare e incredibili doti manageriali era chiamata vilmente da alcuni suoi colleghi ometti – evidentemente invidiosi e con più che giustificati sensi di inferiorità – “la signora coi baffi”, soprannome che la dice lunga sulla nostra cultura, troppo spesso miope e femminicida, che non riesce ancora ad accettare completamente doti e capacità solo al femminile, tanto che fra i termini più usati per descrivere qualcuno molto abile, intelligente e preparato usa il termine “cazzuto”…) non è stato concesso loro lo spazio necessario. Basta pensare al fatto che il primo Ministro degli Interni donna, nella storia della Repubblica Italiana, è stata Rosa Russo Iervolino che giurò il 21 ottobre del 1998.

Ma torniamo al film di Higgins: Judy Bernly (una sempre brava, ammaliante e permanentata Jane Fonda) è stata lasciata dal marito, per la sua giovane e procace segretaria, dopo oltre quindici anni di matrimonio. Sola e senza figli, Judy è costretta a entrare nel mondo del lavoro alla soglia dei quarant’anni, come anonima segretaria, nella sede di Los Angeles di una grande compagnia internazionale.

Viene assegnata nel reparto gestito da oltre cinque anni dalla capace e competente Violet Newstead (Lily Tomlin) il cui capo e il dirigente è Franklin M. Hart Jr. (un bravo quanto antipatico Dabney Coleman), suo ex collega che lei stessa ha aiutato far carriera, ma che adesso la sfrutta con arroganza e meschinità.

La procace segretaria di Hart è Doralee Rodhes (un’esordiente davanti alla MDP Dolly Parton) che lo stesso dirigente fa credere a tutti essere la sua amante. Le tre donne, stanche dei soprusi arroganti e sessisti del loro capo, decidono di passare insieme una serata fantasticando su come, ognuna di loro, lo ucciderebbe il più crudelmente possibile.

La mattina dopo, mentre Violet prepara il caffè per Hart – fra i suoi esaltanti compiti quotidiani… – erroneamente invece dello zucchero ci mette del micidiale veleno per topi. L’uomo, poco prima di bere il caffè avvelenato però sbatte casualmente la testa perdendo i sensi e subito viene portato all’Ospedale per accertamenti.

Quando Violet si rende conto dello scambio che ha fatto e vede portar via l’uomo in ambulanza si convince di averlo avvelenato. Con Judy e Doralee corre in ospedale ma…

Higgins dirige una godibilissima commedia che ancora oggi ci fa riflettere, indignare e anche sorridere.

Per la chicca: Jane Fonda, per interpretare il ruolo di Judy, volle prima intervistare decine di donne entrate nel mondo del lavoro tardi, rispetto ai canoni di allora, per motivi legati al divorzio o alla morte del coniuge.

“Le rose di Shell” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2016)

Siobhan Dowd, oltre che una grande scrittrice, è stata anche una grande attivista: sono state numerose, infatti, le sue battaglie contro la censura dell’editoria in molti paesi del mondo.

Nata a Londra nel 1960, la Dowd si è spenta nel 2007 stroncata da un tumore al seno. Prima di morire però, la scrittrice ha creato una fondazione che ancora oggi, grazie ai diritti dei suoi libri venduti e tradotti in tutto il mondo, sostiene l’accesso alla letteratura ai bambini più disagiati.

Questo “Le rose di Shell” è il suo primo romanzo e ci porta a Coolbar, una piccola cittadina nella contea di Cork, nell’Irlanda della prima metà degli anni Ottanta.

Michelle, che tutti chiamano Shell, è un’adolescente apparentemente come molte altre della sua generazione e del suo Paese che, come il nostro, è molto cattolico. Shell è la sorella maggiore di Johnny e Trix e, soprattutto, solo un anno prima ha perso prematuramente la madre.

Il lutto ha segnato le vite di tutti, a partire da quella del padre che è precipitato definitivamente nell’inferno dell’alcolismo, abbandonando di fatto a loro stessi i suoi tre figli. A scuola, intanto, Shell è corteggiata da un ragazzo più grande con il quale consuma il suo primo rapporto sessuale.

Poco dopo che il giovane, presa la maturità, parte per gli Stati Uniti, Shell scopre di essere incinta. Ma l’unica persona sulla faccia della Terra che poteva aiutarla e sostenerla, sua madre, non c’è più, e così Shell dovrà affrontare la cosa da sola.

Ma come dice il suo soprannome, lei è una conchiglia con dentro un tesoro…

Bellissimo e duro romanzo di formazione tutto al femminile, “Le rose di Shell” – che in originale è “A Swift Pure Cry” frase contenuta nell'”Ulisse” di Joyce, e che letteralmente sarebbe “Un pianto puro e rapido” – è ispirato a due fatti di cronaca realmente accaduti in Irlanda negli anni Ottanta.

Da leggere.

“Ralph spacca internet” di Rich Moore e Phil Johnston

(USA, 2018)

Il tempo passa per tutti, anche per i videogiochi.

Così, dopo sei anni, ritroviamo il grande Ralph Spaccattutto e la sua amica del cuore Vanellope sempre nella vecchia sala giochi del signor Litwak. Anche se di giorno vivono in due videogiochi differenti, passano le notti insieme a raccontarsi le ore in cui non sono stati vicini.

Per un banale incidente però, il volante del gioco di Vanellope si rompe e l’unico posto al mondo in cui è possibile torvarne un altro – ed evitare che Sugar Rush venga tristemente rottomato – è internet. Infatti, da poco, Litwak ha collegato in suoi giochi alla rete. Ralph e Vanellope partono alla ricerca del pezzo di ricambio, ma…

Ottimo sequel di una delle pellicole di animazione più belle degli ultimi anni, con una delicata riflessione sul tempo che passa e sull’amicizia. Ma anche sulla rete e sui suoi lati più oscuri.

Per buongustai e amanti delle citazioni.

“Il ritorno di Mary Poppins” di Rob Marshall

(USA, 2018)

La sfida era una di quelle davvero in salita: competere con una delle pietre miliari del cinema planetario: “Mary Poppins”.

Ma la Disney, bisogna ammetterlo, ha saputo scegliere cast artistico e cast tecnico davvero all’altezza, e così a distanza di oltre cinquant’anni ci godiamo il sequel del film sulla tata più famoso di sempre.

Dietro la MDP c’è Rob Marshall, considerato giustamente uno degli eredi del grande Bob Fosse, che con la regia e le coreografie riesce a mantenere lo stile e le atmosfere del film originale, scegliendo anche gli effetti speciali in linea con quelli degli anni Sessanta.

Il ruolo di Mary Poppins è affidato a una bravissima Emily Blunt che, oltre a essere all’altezza delle enormi aspettative, ritrova la sua terribile capa di “Il diavolo veste Prada” Meryl Streep in una scena davvero spettacolare.

Non si può non ricordare infine lo straordinario cameo del mitico Dick Van Dyke che, abbondatemente superati i novant’anni, canta e balla come un giovanotto. Incredibile.

Per chi ama l’originale e non solo!

“Revival” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2016)

Jamie Morton, alle soglie delle Terza Età, ci racconta la sua storia, terribile.

Il giorno in cui le cose presero una piega molto particolare, che portarono lo stesso Jamie a vivere ed essere testimone di fatti e sofferenze atroci, risale al suo sesto anno di vita.

Quando, innocente e inconsapevole, giocava con i soldatini – che le aveva regalato sua sorella maggiore Claire – e la terra nel giardino di casa Morton, tentando di costruire una montagna in miniatura.

Un’ombra coprì il sole allungandosi su di lui, era il giovane reverendo Charles Jacobs, appena giunto nella piccola cittadina dei Morton assieme alla graziosa moglie e al loro unico figlio Morrie, ancora in fasce. Jacobs, in poco tempo, diventò un riferimento per tutta la comunità, ma il suo fedele preferito era sempre Jamie.

Grazie alla sua profonda passione per l’elettricità, Jacobs riuscì infatti a guarire Con, uno dei fratelli maggiori di Jamie, che per un brutto colpo alla gola non poteva più parlare. Ma il destino aveva in serbo, per Jacobs prima, e per lo stesso Jamie poi, grandi e oscure novità…

Gran romanzaccio del Re, che tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Possono passare gli anni e cambiare le mode, ma il Re è sempre il Re. E come sempre è capace, oltre che di farci riflettere, …di terrorizzarci!

Viva il RE!

“Suffragette” di Sarah Gavron

(UK, 2015)

Qui non parliamo del Paleolitico o del Medioevo, qui parliamo di circa un secolo fa, parliamo del tempo delle nostre bisnonne: di quando le donne non avevano alcuna ufficiale rilevanza nella società, al pari – o forse anche un grandino più in basso – dei bambini o degli anziani che non potevamo più lavorare.

Anche in quella che per circa un secolo e mezzo si è considerata la democrazia più avanzata del pianeta, la Gran Bretagna, agli albori del XX secolo la donna non poteva permettersi alcun ruolo ufficiale sociale o familiare indipendente. Intendiamoci, le donne si spezzavano la schiena per crescere i propri figli e badare alla casa magari lavorando pure, e questo è certo, ma non avevano alcun diritto, compresi quelli sui figli che solo il padre, in quanto uomo, li accampava tutti.

Ma il “secolo breve” illumina anche la storia delle donne che, finalmente, riescono a capire la terrificante imparità sociale con la quale sono state cresciute per millenni. E’ questo il problema più grande: averne coscienza. Perché se una persona è convinta di non meritarsi nient’altro, è semplicissimo soggiogarla…

Scritto da Abi Morgan – già autrice di splendide sceneggiature come quella del film “Shame” o della serie televisiva “River” – e con un cast davvero superbo fra cui spiccano Carey Mulligan, Helena Bonham Carter e Meryl Streep, questo splendido film ci mostra bene quanta strada, dolorosamente, è stata fatta e quanta ancora ci sia da fare per la vera uguaglianza sociale fra i sessi.

Se noi italiani abbiamo concesso il diritto di voto alle donne solo nel 1946, oltre quindici anni dopo la Turchia per esempio, ci possiamo consolare con l’amena e linda Svizzera dove, a livello federale, il suffragio parziale femminile risale al 1971 – anno in cui io ero già nato …sob! – precedendo solo il Portogallo (1976) e il paradiso fiscale del Liechtenstein (1984).

E soltanto dall’anno in cui ai Mondiali di calcio furoreggiò Totò Schillaci, il 1990, le donne, in Svizzera, sono elettrici ed eleggibili in ogni singolo cantone. Complimenti!

“La fantastica signora Maisel” di Amy Sherman-Palladino

(USA, dal 2017)

Amy Sherman-Palladino torna sul piccolo schermo come autrice, produttrice e regista di una nuova serie incentrata sempre su una donna.

Se il suo precedente più grande successo televisivo “Una mamma per amica” era dedicato alla figura fuori dagli schemi di una ragazza madre che cresce da sola la propria figlia – serie che possedeva anche numerose caratteristiche tipiche di una soap opera – in questa nuova produzione per il piccolo schermo  “La fantastica signora Maisel”, la Sherman-Palladino ci racconta una donna ancora più anticonvenzionale: una giovane divorziata con due figli a carico, che vuole fare la comica nella New York del 1958.

La penna della Sherman-Palladino ci descrive i lati più retrogradi e maschilisti di una società che voleva le donne ordinate e ubbidienti, e che considerava Lenny Bruce una minaccia per l’ordine pubblico e soprattutto per la morale. Un uomo.

E allora una donna, madre di famiglia e ripudiata dal marito che ha preferito la sua florida e giovane segretaria?

Con monologhi strepitosi e situazioni crude e indigeste per i palati più conformisti, “La fantastica signora Maisel” segna la televisione del presente, grazie anche alla straordinaria interpretazione della sua protagonista Rachel Brosnahan che non a caso vince l’Emmy Award e il Golden Globe come miglior attrice dell’anno.

Da vedere.

 

“Sette minuti dopo la mezzanotte” di Juan Antonio Bayona

(USA/Spagna, 2016)

Tratto dal romanzo per ragazzi dell’angloamericano Patrick Ness (che ha accettato di elaborare e concludere l’idea iniziale della pluripremiata scrittrice inglese Siobhan Dowd stroncata a 47 anni da un cancro al seno) “Sette minuti dopo la mezzanotte” ci racconta di una delle tragedie dell’infanzia: il rapporto con la morte.

Conor è un bambino solitario che da tempo deve convivere con la malattia atroce che ogni giorno consuma sua madre (Felicity Jones).

A scuola è quotidianamente vittima delle angherie di un compagno di classe e a casa, oltre alla madre, non ha nessuno con cui davvero confidarsi. Suo padre, infatti, dopo aver divorziato si è trasferito negli Stati Uniti dove ha creato una nuova famiglia. E sua nonna, la signora Clayton, la madre di sua madre (non a caso interpretata da una sempre brava Sigourney Weaver) è una donna molto dura e formale.

Conor è poi vittima di un incubo atroce, che non riesce neanche a ripensare durante il giorno, ma che lentamente lo sta consumando.

Una notte, però, il grande tasso che troneggia sull’antico cimitero che vede in lontananza dalla sua finestra prende vita, e lo afferra annunciando che gli racconterà tre storie, finita l’ultima sarà lo stesso Conor a dover raccontargli la sua.

A nulla serviranno i rifiuti del ragazzino, l’albero mostro sarà implacabile…

Struggente pellicola con un cast davvero di prim’ordine e una regia fantastica. Nella versione originale la voce dell’albero mostro è quella di Liam Neeson, che appare di sfuggita in un ruolo che all’inizio sembra marginale.

Davvero un bel film.

 

“Mi chiamo Julia Ross” di Joseph H. Lewis

(USA, 1945)

I Quaranta, giustamente, sono considerati gli anni d’oro del cinema noir, tanto da permettere al genere di dominare la scena mondiale nel decennio successivo.

E, come vale per tutti gli altri, non sono state solo le grandi produzioni ha fondare un genere, ma soprattutto le piccole e indipendenti.

Così questo “Mi chiamo Giulia Ross”, pellicola indipendente americana uscita l’anno della fine della Seconda Guerra Mondiale, rimane una delle pietre miliari del noir.

Anche se i mezzi a disposizione dell’artigiano della macchina da presa Joseph H. Lewis erano assai ridotti, per questo quasi completamente girato in interni, il film possiede un fascino e un pathos non indifferente.

Il senso di claustrofobia che ci causano tutti gli interni, infatti, viene appositamente squarciato nella scena finale, l’unica ripresa in esterni e non a caso nello spazio più ampio che l’uomo, dagli albori, conosce: il mare.

Così Lewis riesce a conciliare i pochi mezzi con la storia, tratta dal romanzo “The Woman in Red” di Anthony Gilbert pubblicato quattro anni prima, piena di sorprese e colpi di scena.

Londra, la giovane e senza famiglia Giulia Ross (Nino Foch) rientra nella sua camera ammobiliata triste e frustrata. Non riesce a trovare un lavoro e, soprattutto, il suo ex vicino di stanza Dennis, di cui lei è stata sempre innamorata, proprio in quelle ore si sta sposando in Scozia.

Grazie a un’inserzione letta casualmente sul giornale si reca a fare un colloquio presso una nuova agenzia di collocamento. L’offerta è per una giovane segretaria presso un’anziana e ricca signora che vive sola con il figlio.

La selezionatrice, appurato che Giulia non ha parenti né legami sentimentali, telefona immediatamente alla vedova Hughes (May Whitty) che in pochi minuti è sul posto insieme al figlio Ralph (George Macready).

Il nuovo colloquio ha esito positivo e Giulia potrà prendere servizio la sera stessa presso la residenza Hughes. Dopo un lauto anticipo, a Giulia vengono concesse un paio d’ore per disdire la stanza ammobiliata e fare i bagagli.

Tornata nella camera dove abita per preparare le valige, Giulia vi ci ritrova Dennis, tornato dalla Scozia dove alla fine ha capito di non amare quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie. Giulia ha un sussulto di gioia, ma la sua nuova datrice di lavoro l’attende. E così saluta Dennis con la promessa di vedersi il giorno dopo davanti la residenza Hughes. Ma…

Con un cast di ottimi attori provenienti dal teatro, ma che al cinema avranno solo spazio in ruoli secondari, “Mi chiamo Giulia Ross” è avvero un piccolo grande noir.

Per la chicca: nel 1987 il maestro Arhtur Penn dirige un nuovo adattamento del romanzo dal titolo “Omicidio allo specchio”.

“La ballata di Buster Scruggs” di Joel e Ethan Coen

(USA, 2018)

Con questo “La ballata di Buster Scruggs”, presentato alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, anche i fratelli Coen approdano su Netflix.

I fratelli pluripremiati del cinema americano scelgono di raccontare in sei episodi la storia della mitica “frontiera” e del cosiddetto Far West, le cui profonde radici sono ancora molto evidenti nell’America contemporanea.

I sei episodi, che all’inizio dovevano essere le puntate separate di una miniserie, sono frutto di scritti e appunti che i Coen hanno redatto in circa venticinque anni.

Se il primo, che dona il titolo al film, “La ballata di Buster Scruggs” può essere considerato “alla Coen” – con richiami palesi ad altre pellicole dirette dai due – gli altri spaziano più sui lati più intriganti dell’animo umano.

Così assistiamo alla sorte particolare del cowboy rapinatore interpretato da James Franco, per passare a quella più cruda dell’”Usignolo senza ali” con Liam Neeson, per assistere poi alle vicende del vecchio cercatore d’oro che ha il volto di Tom Waits, a quelle della giovane Alice Longabaugh interpretata da Zoe Kazan, nipote del grande Elia (episodio che preferisco), arrivando alla cupa corriera che con i suoi particolari passeggeri, nel buio più oscuro e misterioso della prateria, deve raggiungere Fort Morgan nell’ultimo episodio.

Le opere dei fratelli Coen lasciamo sempre il segno e così anche questa loro ultima fatica che omaggia, oltre le grandi pellicole western, anche la memorabile serie tv trasmessa a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, e che ha segnato profondamente il cinema hollywoodiano degli ultimi decenni: “The Twilight Zone” del mitico Rod Serling.