Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Detour” di Egdar G. Ulmer

(USA, 1945)

Edgar G. Ulmer è stato uno dei più importanti e laboriosi scenografi che abbia avuto il cinema mondiale dai suoi albori alla fine degli anni Sessanta. Nato a Olomouc, attuale Repubblica Ceca, Ulmer inizia giovanissimo a collaborare alle scenografie di spettacoli teatrali e film che si realizzano nel centro Europa, legati a filo doppio con l’espressionismo tedesco che in quel momento illumina la cultura mondiale.

A metà degli anni Venti sbarca a Hollywood e collabora con Friedrich Wilhelm Murnau. Dopo una parentesi in Germania, torna a Hollywood dove inizia a dirigere quelli che poco dopo saranno chiamati B-movie, ma che segneranno profondamente la cultura popolare americana, come “The Black Cat” del 1933, con Borsi Karloff e Bela Lugosi.

Così, con un enorme esperienza e un occhio da vero artista, Ulmer nel 1945 gira “Detour”, tratto dal romanzo di Martin Goldsmith, che ne scrive anche la sceneggiatura,

“Detour” è uno dei film più significativi del grande cinema noir americano anni Quaranta (tanto da essere inserito nella lista delle pellicole conservate nella Biblioteca del Senato degli Stati Uniti), nonostante sia stato girato in soli 6 giorni, a bassissimo costo, e con un cast artistico totalmente sconosciuto.

Con cupe atmosfere kafkiane e una narrazione circolare, “Detour” ci racconta gli eventi incredibili e tragicamente assurdi di Al Roberts (Tom Neal), giovane pianista di night club newyorkesi che vuole semplicemente raggiungere e sposare la sua fidanzata Sue, la quale si è trasferita a Los Angeles qualche settimana prima per cercare fortuna come cantante.

Ma nelle tasche di Al ci sono solo pochi spicci, e così l’uomo è costretto a fare l’autostop per raggiungere la West Coast. E proprio un passaggio offertogli dall’allibratore Charles Haskell Jr. cambierà per sempre la sua esistenza. Sulla sua strada poi arriverà Vera (Ann Savage), una Dark Lady da antologia.

Davvero un piccolo gioiello in bianco e nero che ci trascina sospesi e increduli fino alla fine, fotogramma dopo fotogramma.

Fra gli estimatori e riscopritori dell’arte cinematografica di Ulmer ci sono, solo per dirne alcuni, il grande Francois Truffaut e Martin Scorsese.

“Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2010)

Come molte altre opere realizzate dallo Studio Ghibli, questa nasce da una delle letture giovanili del maestro Hayao Miyazaki, e si ispira al romanzo per ragazzi “The Borrowers”, scritto dall’inglese Mary Norton nel 1952.

La giovane prendinprestito Arrietty compie quattordici anni e finalmente potrà andare “a caccia” di oggetti utili con suo padre Pod. Perché i prendinprestito sono una particolare specie di gnomi – alti pochi centrimetri – che vivono nei pressi delle case degli esseri umani dai quali rubano piccoli oggetti “dimenticati”, che poi usano e riadattano in relazione alle loro “piccole” esigenze.

Arrietty è nata e cresciuta sola con il padre e la madre, che le raccontato spesso come una volta la villa di campagna che abitano ospitasse altre famiglie di prendinprestito che ora però, probabilmente a causa della curiosità e della crudeltà degli esseri umani, sono sparite.

Ma nella grande casa sotto la quale abita Arrietty con la sua famiglia, arriva il giovane Shò, un essere umano coetaneo della prendimprestito, che passa lì le settimane prima un importante intervento chirurgico al cuore.

Nonostante le differenze insormontabili, fra i due nascerà un sentimento che entrambi si porteranno dietro per il resto della loro esistenza.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi – regista poi di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega” e che sembra ormai l’erede del maestro Miyazaki – questo film ci parla della prima storia d’amore platonica e impossibile nella vita di due giovani, così diversi e così simili, così come siamo tutti noi.

Bellissimo.

 

Per la chicca: nel 1997 Peter Hewitt dirige “I rubacchiotti” con John Goodman, e ispirato allo stesso romanzo della Norton.

“River” di Abi Morgan

(UK, 2015)

John River (un grandioso Stellan Skarsgård) è un uomo molto particolare. Alla soglia dei sessant’anni è senza famiglia e vive da vero misantropo in un appartamento di Londra che sembra essere rimasto sospeso nel tempo.

John River è un detective di Scotland Yard, ha una percentuale di casi risolti di oltre l’80%, ma capita spesso che metta in imbarazzo il suo capo. Perché John River non vive con nessuno, ma non è solo.

Accanto a lui, quasi in ogni momento, ci sono visioni di persone morte. Ma non c’è nulla di terrificante anzi, le persone decedute lo aiutano a riflettere, a risolvere i casi e spesso a comprendere – anche crudelmente – se stesso.

L’ultima e persistente visione che tutti i giorni, ormai da oltre tre settimane, dialoga con lui è quella di Jackie “Stevie” Stevenson, la sua ex collega. La donna, infatti, è stata freddata da un colpo di arma da fuoco alla testa mentre attraversava la strada, proprio davanti agli occhi increduli di River.

Per il profondo sentimento che lo legava alla donna, forse l’unica al mondo che lo abbia mai davvero capito, River affronta il mondo crudele e le sue angosce più profonde…

Fra emozionanti atmosfere e duri colpi al cuore, “River” è davvero una bella miniserie in sei puntate, proprio nella grande tradizione televisiva noir britanica.

“La camera chiusa” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1974/2010)

Ottava indagine del commissario Martin Beck che, reduce dai gravi postumi dell’avventura vissuta in “L’uomo sul tetto”, torna alla sua scrivania. Per facilitare il suo rinserimento lavorativo gli viene affidata un’indagine all’apparenza molto semplice.

Deve chiudere l’inchiesta sulla morte, causata da un colpo di arma da fuoco, di un uomo chiuso nel suo appartamento. Il cadavere è stato ritrovato dopo circa due mesi dal decesso e così le rilevazioni della scientifica sono molto approssimative.

Gli agenti e i sanitari accorsi per primi sul posto hanno erroneamente considerato la morte come un suicidio, visto che nessuno ha trovato l’arma da cui è partito il colpo. Intanto Stoccolma è preda di numerose – e alcune volte sanguinarie – rapine in banca…

Come sanno tutti, l’apparenza spesso inganna, e così Beck dovrà usare tutte le sue risorse per risolvere un caso davvero intricato.

I maestri del giallo Maj Sjöwall e Per Wahlöö ci regalano un’altra dura fotografia della società svedese, divisa fra il passato e il presente, ma soprattutto fra i pochi ricchi fortunati e i molti poveri disperati.

Da leggere, come sempre.

“Disincanto” di Matt Groening

(USA, dal 2018)

E’ arrivata su Netflix la nuova seria animata firmata dal papà de “I Simpson” Matt Greoning. Il geniale autore di Portland, ambienta la sua nuova creazione televisiva in un Medioevo molto speciale.

La protagonista è la principessa Tiabeanie – detta Bean – anticonvenzionale e con un serio problema di alcolismo, che è attratta dall’indipendenza e dalla libertà nonostante il suo ruolo nobile e le relative responsabilità.

Al suo fianco ci sono un elfo fuggito dal mondo fantastico e lo spirito maligno Lucienne Pendergast – detto Luci – che le da sempre il consiglio sbagliato al momento giusto.

Seguiamo così le improbabili e spesso sfortunate – e quasi mai “politicamente corrette” – avventure di Bean, che rischiano quotidianamente di mandare a gambe all’aria il regno del padre e il mondo intero, ma…

In piena tradizione Simpson, “Disincanto” mantiene le promesse del suo creatore.

“L’uomo sul tetto” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1971/2010)

Settima indagine di Martin Beck, e i suoi autori Maj Sjöwall e Per Wahlöö questa volta puntano l’obiettivo sulla Polizia stessa. Sui limiti dei tutori della Legge svedesi, e su i suoi personaggi più oscuri.

Agli inizi degli anni Settanta molti alti gradi della Polizia svedese, come del resto quelli delle altre polizie europee – non esclusa quella italiana – avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale.

Chi dalla parte dei vincitori e chi da quella dei perdenti. E così Sjöwall e Wahlöö ci raccontano di una piccola squadra di poliziotti al comando di un ufficiale con idee quanto mai reazionarie e violente.

A pagare le dure conseguenze di una mentalità troppo ristretta e intollerante, questa volta ci sarà anche Martin Beck in persona…

Bel giallo cupo e duro che parla di un mestiere difficile in cui bisogna combattere anche la tentazione di farsi “prendere la mano”.

“Darling” di John Schlesinger

(UK, 1965)

In piena “swinging London” John Schlesinger ci regala un ritratto di donna, che segnerà un’epoca. Il volto e le forme della protagonista sono quelle splendide di Julie Christie, che con questa pellicola viene definitavamente consacrata a star internazionale.

Diana Scott (la Christie) è una giovane e bellissima donna. Questa sua avvenenza sembra darle una libertà speciale, soprattutto con gli uomini. Ma alla fine sarà proprio il suo aspetto a rinchiuderla per sembre in una gabbia dorata.

Diana Scott è un simbolo molto efficace della storia della donna negli anni Sessanta, anni in cui tutto sembrava possibile, anche che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini.

Ma la società non era evidentemente pronta (…e oggi lo è?), e così una donna come la Scott non potendo essere “addomesticata” con le cattive – visto che la sua bellezza faceva parte integrante dei piaceri degli uomini – viene alla fine addomesticata con le “buone”…

Splendida pellicola, fra i pilastri del miglior cinema inglese di sempre, con una Julie Christie mozzafiato e una grande interpretazione di Dirk Bogarde.

Vincitore di tre Oscar, fra cui quello per la miglior sceneggiatura originale.

“Diritto di cronaca” di Sidney Pollack

(USA, 1981)

Prodotto e diretto dal maestro Sidney Pollack, e scritto da Kurt Luedtke (che poi collaborerà con Pollack in “La mia Africa”) “Diritto di cronaca” affronta un tema ancora oggi molto caldo: i “limiti” morali del giornalismo.

Il titolo originale “Absence Of Malice” (che si potrebbe tradurre: “In buona fede”) è certamente più indicativo di quello in italiano, che forse colpisce di più il nostro immaginario.

La decisa e rampante giornalista d’assalto Megan Carter (una sempre brava Sally Field) asseconda un pò troppo ingenuamente il procuratore distrettuale di Miami che, non avendo l’ombra di una prova, vuole mettere sotto pressione Michale Gallager (un sempre grande Paul Newman), che gestisce una piccola ditta di stoccaggio al porto.

Le attenzioni del procuratore non sono dovute alla sua attività, ma a suo padre che in vita era notoriamente legato alla criminalità organizzata. Nulla però accomuna ufficialmente le attività di Michael a quelle del padre, ma la “macchina del fango” e delle illazioni, grazie proprio a Megan, parte inesorabile.

Le conseguenze sono devastanti, tanto che la ditta di Gallager cade in una grave crisi, per non parlare poi della sua vita personale. Ma l’uomo non è tipo di arrendersi, e con lo stesso carattere con cui è riuscito a mantenersi a una certa distanza dalle criminali attività del padre, prede in mano la situazione…

Splendida prova d’attore di Newman e della Field, che ci regala sempre grandi ritratti di donne, nel bene e nel male.

Da vedere e far vedere, soprattutto nelle redazioni e nelle scuole di gioralismo.

“L’altro capo del filo” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2016)

Mentre la sua Vigàta è meta quotidiana di sbarchi notturni di poveri e disperati migranti, che attraversano il mare in cerca di una speranza che troppo spesso si trasforma in un abisso senza fondo – che inghiotte soprattutto donne e bambini – o in centri d’accoglienza, il Commissario Montalbano è quasi testimone del brutale assassinio di Elena, un’avvenente sarta da qualche anno trasferitasi in città.

A mandarlo da Elena, pochi giorni prima del delitto, è stata Livia. I due sono invitati ad una cerimonia e Salvo aveva bisogno di un vestito nuovo.

Montalbano così si trova attore principale – come sempre – nell’indagine dell’omicidio della donna, che da viva era davvero molto affascinante, ma nascondeva un fitto mistero alle spalle…

Con il maestro Camilleri, il semplice incastro investigativo ha forse poca importanza, quello che conta e che rende unico il “poliziotto” di Vigàta, sono le atmosfere, i personaggi disegnati e gli occhi di Montalbano che sanno guardare il mondo come pochi altri…

Da leggere. Come sempre.

 

“Il processo di Frine” di Alessandro Blasetti

(Italia, 1952)

Tratto dall’omonimo racconto di Edoardo Scarfoglio e scritto per il cinema dalla grande Suso Cecchi D’Amico e da Alessandro Blasetti, “Il processo di Frine” è l’ottavo e ultimo episodio del film “Altri tempi – Zibaldone n.1” diretto dallo stesso Blasetti nel 1952.

Voglio parlare di questo episodio, e non di tutto il film, perché nonostante contenga quasi tutta la generazione di attrici e attori che negli anni successivi segneranno il nostro cinema e il nostro teatro, gli altri sette segmenti sono troppo legati ai gusti e alle esigenze di cassetta del momento storico in cui la pellicola uscì nelle sale.

Non a caso Blasetti, grande uomo di cinema, lo mise per ultimo – come dessert… –  e chiamò a recitare il suo vecchio collega, anche lui salito alla ribalta come attore durante il periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, il maestro Vittorio De Sica.

E in questi pochi minuti di storia del cinema – perché di grande cinema parliamo – , ancora oggi possiamo godere dell’attore De Sica, e comprendere al meglio che maestro del cinema, dietro e davanti alla macchina da presa, era.

Il set è quello che poi prediligerà la grande commedia all’italiana: l’aula di un tribunale. Oltre alla corte canuta e al pubblico rumoroso c’è la popolana Mariantonia Desiderio (già il cognome è tutto un programma…), tanto ingenua quanto prorompente, incarnata – è proprio il caso di dirlo… – da una bellissima e giovanissima Gina Lollobrigida.

Ma soprattutto c’è lui: l’avvocato difensore (d’ufficio), che spesso scorda anche il suo nome, ma che folgorato dalla bellezza della sua protetta enuncerà un’arringa difensiva memorabile, che scatenerà i fragorosi applausi sia del pubblico che della corte.

La recitazione di De Sica, che ironicamente prende in giro i tronfi – e repressi… – burocrati che da dietro la “scudo crociato” criticavano e censuravano i suoi capolavori immortali che tutto il mondo ancora studia, è fatta di sguardi e gesti allusivi così strepitosi da toccare quelli assoluti di Totò. Una recitazione ancora oggi così efficace da essere attualissima.

De Sica, maestro indiscusso del Neorealismo, davanti alla macchina da presa è fra i primi anticipatori della grande commedia. In quegli anni l’Italia era ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, e ancora lacerata materialmente e moralmente, infatti il pericolo di una catastrofica guerra civile era sempre presente.

Ma difendendo la “bona” – in tutti i sensi – Mariantonia Desiderio, De Sica ci ricorda che nella vita, oltre che saper piangere, bisogna anche saper ridere. Strepitoso.

Per la chicca: con questo “Il processo di Frine” nasce ufficialmente il termine “maggiorata fisica” che segnerà i nostri canoni di bellezza per oltre un decennio, e De Sica ce lo scandisce urlando in maniera immortale!