Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Potter Potted – L’esperienza potteriana non autorizzata in una parodia di Dan e Jeff” di Daniel Clarkson e Jefferson Turner

(UK, dal 2007)

Tutto nasce ovviamente dal genio planetario della grande J. K. Rowling.

All’uscita del “Principe Mezzosangue”, il sesto libro della mitica serie su Harry Potter, una delle grandi librerie di Londra ebbe la strepitosa idea di ingaggiare due attori per intrattenere le persone in attesa nelle lunghe file.

Alla base c’era un recap, una sorta di sintesi recitata dei libri precedenti, fatta in pochi minuti. Con il passaparola il piccolo spettacolo iniziò ad avere sempre più successo fra le file davanti alle librerie.

Con il passare degli anni e l’uscita dell’ultimo capitolo della saga, “Potter Potted” da pochi minuti arriva a superare l’ora. Nel 2007 approda in teatro e col passare del tempo, e girando in tutto il mondo, riscuote un enorme successo e vince numerosi premi.

Finalmente questo particolare, atipico e divertentete spettacolo teatrale è approdato anche nei nostri teatri, regalandoci oltre settanta minuti di esilerante parodia sul fantastico mondo di Harry Potter.

Davide Nebbia e Mario Finulli sono i bravissimi interpreti della nostra versione, fatta per amanti del mondo di Hogwarts, e non solo.

“Il corridoio della paura” di Samuel Fuller

(USA, 1963)

Questo è uno degli esempi più riusciti e immortali del cinema indipendente americano, realizzato da uno dei maestri indiscussi del genere come Samuel Fuller, autore che ancora oggi i più grandi cineasti omaggiano e citano.

Girato a bassissimo costo e tutto in interni, “Il corridoio della paura” ci trascina in un viaggio allucinante nella mente umana e nei suoi più oscuri antri. E, come molti altri B movie dell’epoca, proprio grazie alla sua produzione indipendente e alla sua storia apparentemente banale, ci grida – tipico di Fuller – alcune denunce sociali.

La prima, quella più evidente, è il totale abbandono e la segregazione del tutto simile a quella carceraria delle persone con problemi psichici: sia di quelle pericolose per se stesse e per gli altri e, soprattutto, di quelle completamente innocue.

Poi, con grande coraggio, Fuller – che produce, scrive e dirige il film – lancia un urlo contro il razzismo (siamo nel 1963, è giusto ricordarlo) raccontandoci la storia di Trent, un paziente internato nel manicomio – allora si chiamavano ancora tristemente così – dove si fa rinchiudere il protagonista Johnny Barrett.

Trent è un uomo di colore nato nel profondo sud degli Stati Uniti. Dotato a scuola, grazie a numerose borse di studio riesce ad arrivare all’Università e diventare il primo studente di colore in un campus che da secoli era riservato ai bianchi.

Questo lo trasforma in un simbolo della lotta al razzismo, ma l’enorme pressione a cui è sottoposto e, soprattutto, il viscido e subdolo razzismo dei suoi professori e dei suoi compagni di studio dopo pochi anni lo fanno crollare. E così, nei momenti in cui non è catatonico, è convinto di essere uno dei membri più feroci del Ku Klux Klan, sempre a caccia di “negri” da linciare o impiccare.

L’ultima denuncia Fuller la lancia, con il plot principale, contro quel giornalismo spregiudicato e disposto a tutto pur di fare uno scoop. Johnny Barrett (Peter Breck) è un giovane e promettente redattore del giornale più venduto della città. La sua voglia di affermarsi e vincere il Premio Pulitzer lo porta a farsi internare nel manicomio cittadino per scoprire l’identità dell’assassino di un paziente.

Barrett ha l’appoggio del suo direttore, mentre la sua procace fidanzata Cathy (Costance Towers) nota spogliarellista, è totalmente contraria. Barrett, infatti, deve fingersi disturbato di mente e il piano è quello di far passare Cathy come sua sorella e lui come incestuoso fratello.

Alla fine Cathy cede, e per amore asseconda il piano, così Johnny viene internato nell’ospedale psichiatrico, dove l’unico momento di incontro con gli altri pazienti è nel corridoio. Il giornalista inizia le sue indagini che lo porteranno a trovare il colpevole, ma quanto gli costerà diventare famoso?

Davvero una pietra miliare del cinema mondiale.

“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi, le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.