Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Solo: A Star Wars Story” di Ron Howard

(USA, 2018)

Come prima cosa dobbiamo ricordarci che Ron Howard ha sempre raccontato che sul set di “Willow” (1988) aveva accanto lo stesso George Lucas – autore del soggetto – che di fatto gli fece, durante tutte le riprese, un vero e proprio “master” in regia cinematografica.

Scritto da Lawrence Kasdan (autore già dello script del grandioso “L’impero colpisce ancora”) e da suo figlio Jon Kasdan, “Solo: A Star Wars Story” ci racconta la genesi dell’eroe preferito della trilogia, quel pilota contrabbandiere con la faccia da schiaffi che rubò la scena a Luke Skywalker.

Gli omaggi al mondo di Lucas sono molti, a partire dall’uso dei pupazzi per arrivare alle scenografie più incredibili e all’autocitazione, con un piccolo cameo di Warwick Davis attore protagonista dello stesso “Willow”.

E poi c’è lui, il Millennium Falcon bello e luccicante che appartiene al giovane, arrogante e imbroglione Lando Carlrissian, già appassionato di mantelli.

Il duello finale (tranquilli che non spoilerizzo!) risolve – finalmente! – l’ardua polemica creata dallo stesso Lucas quando rieditò e – …purtroppo – modificò digitalmente alcuni particolari nei primi tre film della trilogia per riportarli nelle sale alla fine degli anni Novanta.

E’ vero che Harrison Ford nei panni di Han Solo è inarrivabile, ma questo è sempre un bel film da godere tutto, scena per scena. Per padawan e non solo.

Per la chicca: per i più impiccioni questo film ci rivela poi quanti anni ha Chewbecca…

“Odio gli sbirri – L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

(Einaudi, 1956/2017)

Nel 1956 esce nelle librerie americane “Cop Hater” che viene tradotto in italiano  “L’assassino ha lasciato la firma”. Il libro riscuote subito un buon successo e il suo autore comincia ad attirare l’attenzione dei patiti del genere e non solo. Con i libri successivi, Evan Hunter diventerà un vero e proprio maestro del giallo-noir.

Nato a New York nel 1926 come Salvatore Albert Lombino (il cui nome palesa le sue chiare origini italiane) che poi cambierà in Evan Hunter – adottando principalmente lo pseudonimo di Ed McBain – il giovane scrittore fonda un genere nel genere.

Crea i poliziotti dell’87° Distretto di NY, che già dalla prima storia si devono confrontare con un mondo tosto in cui loro, troppo spesso, devono fare un lavoro duro e pericoloso.

Il ritmo e gli ambienti saranno da ispirazione a molte generazioni di giallisti – fra cui spiccano Per Wahlöö e Maj Sjöwall – così come i dialoghi senza troppi fronzoli e i cattivi, cattivi per davvero.

Nel 2017 Einaudi raccoglie i romanzi dedicati al 87° Distretto in una raccolta dal titolo “Odio gli sbirri”, efficace traduzione letteraria del titolo del primo libro.

 

 

 

“Electric Dreams” di Ronald D. Moore, Michael Dinner e Philip K. Dick

(USA/UK, 2017)

Che Philip K. Dick sia uno dei maggiori scrittori del Novecento ormai non è una novità. Così come non stupisce che le sue opere siano ancora attuali e affascinanti.

Ideata e prodotta da Ronald D. Moore e Michael Dinner, questa nuova trasposizione televisiva dei racconti di Dick coglie a pieno il suo spirito filosofico ed esistenzialista.

Attraverso la fantascienza lo scrittore di Chicago si pone e ci pone i quesiti più viscerali dell’essere umano. Come la pasta all’amatriciana, Philip Kindred Dick non passa mai di moda!

E pensare che lo scrittore fece in tempo solo a visitare il set di “Blade Runner” prima di morire e di poter assistere al suo trionfo al botteghino e alla sua definitiva consacrazione di scrittore assoluto.

Con un cast davvero eccezionale che vede, tra gli altri, Bryan Craston (nel ruolo anche di produttore esecutivo) Geraldine Chaplin, Timothy Spall, Steve Buscemi, Anna Paquin e  Vera Farmiga, “Electric Dreams” è sicuramente una delle serie più belle degli ultimi anni.

Fra i dieci episodi della prima serie – tutti davvero molto belli -, se proprio devo scegliere “Real Life” e “The Commuter”: davvero splendidi.

Da vedere e non solo per gli amanti della fantascienza.

Per la chicca: nei titoli di testa c’è un piccolo omaggio al grande Dick.

 

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

Paolo Ferrari

Ieri se ne è andato Paolo Ferrari, classe 1929, fra i pochi grandi rappresentati dello spettacolo italiano che ha saputo attraversare il Novecento e i primi due decenni del nuovo millennio.

Già a nove anni inizia la sua carriera artistica alla radio, dove interpreta un piccolo balilla. La stessa radio, grazie alla splendida voce e alla perfetta dizione, sarà uno degli ambiti più importanti della prima parte della sua carriera.

Nel 1938 arriva la prima apparizione davanti alla macchina da presa in “Ettore Fieramosca” di Alessandro Blasetti con Gino Cervi come protagonista, decolla così la sua carriera di attore bambino che lo porta ad interpretare vari film il cui più significativo è forse “Gian Burrasca” diretto dal grande Sergio Tofano nel 1943.

Nel secondo dopoguerra Ferrari, ormai adulto, torna alla radio, al cinema e al teatro. Alla radio, soprattutto, è protagonista di numerosi spettacoli di successo accanto a giovani attori che poi segnarenno il nostro cinema e il nostro palcoscenico.

E grazie alla radio Paolo Ferrari inizia la sua carriera di doppiatore in film che simboli del cinema donando la voce a Franco Citti in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, a Jean-Louis Trintignat nello splendido “Il sorpasso” di Risi, e a Humphrey Bogart in quasi tutti i ridoppiaggi e sopratutto in “Provaci ancora Sam” di Woody Allen.

Oltre che doppiare, Ferrari recita anche davanti alla MDP, e sono da ricordare le sue interpretazioni in “Camping” diretto da Franco Zeffirelli nel 1957 con Nino Manfredi e “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile del 1964, in cui ha il ruolo di assoluto protagonista.

Ferrari è uno dei primi protagonisti anche del nuovo mezzo che si affaccia in Italia, la televisione. E’ accanto a Vittorio Gassman nello storico “Il Mattatore” del 1959, presenta il il Festival di Sanremo accanto ad Enza Sampò nel 1960, e partecipa a numerosissime fiction da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmuller del 1964, passando per “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli del 1969 e “Disokkupati” di Franza di Rosa del 1997 per arrivare a “Notte prima degli esami” del 2011.

Sempre per la tv, nel 1981 è il protagonista di una serie di “Buonasera con…” in cui ripercorre, assieme alla sua seconda moglie Laura Tavanti, la sua già allora lunga carriera, e in cui non risparmia frecciate a esimi colleghi, a partire dallo stesso Gassman.

Sempre in televisione (nel bene e nel male…) Paolo Ferrari è protagonista di alcuni spot pubblicitari legati ad un detersivo, spot che lo renderanno famoso anche alle nuove generazione (…sob…) entrando di fatto nell’immaginario quotidiano della nostra società.

Ma Ferrari è attivo anche e soprattutto in teatro, forse la sua grande passione. Fra i numerosi allestimenti mi piace ricordarlo in “Sostiene Pereira” tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi per la regia di Teresa Pedroni, e nel bellissimo “Un ispettore in casa Birling” di John Boynton Priestley con Andrea Giordana per la regia di Giancarlo Sepe, spettacoli che ho avuto la fortuna di vedere.

Oltre alla sua grande arte, ci mancherà molto la sua sorniona ironia.

“Omicidio al Savoy” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1970/2008)

Questa sesta avventura di Martin Beck è quella che ci racconta, più delle precedenti, l’abisso sociale che separa la ricca aristocrazia industriale dal proletariato.

Il “papà e la mamma del poliziesco d’oggi” – come chiama Andrea Camilleri gli autori Per Wahlöö e Maj Sjöwall – ci raccontano di un insolito omicidio: in una bella sala dello storico e lussuoso hotel Savoy di Malmo il ricco industriale Viktor Palmgren tiene una piccola cena/conferenza con i suoi uomini più fidati.

Mentre il magnate parla, uno sconosciuto entra nella sala e gli spara alla testa. I presenti rimangono allibiti e l’assassino fugge facilmente da una finestra.

Palmgren era un uomo con amicizie molto influenti e così il caso viene affidato a Martin Beck, visti i risultati eccellenti delle sue ultime indagini. I sospetti investono subito le attività commerciali del morto, molte delle quali si perdono in Paesi stranieri e in loschi commerci. Viene analizzata anche l’ipotesi dell’attentato politico, ma Beck non è convinto…

Un grande giallo sociale che lascia l’amaro in bocca, e che non può far pensare incredibilmente all’omicidio di Olof Palme avvenuto a Stoccolma il 28 febbraio del 1986.

Ovviamente fra la figura reale dell’allora Primo Ministro svedese Palme e quella immaginaria dell’oscuro imprenditore Palmgren non ci sono attinenze. Ma nelle modalità del loro assassinio si.

Infatti, lo statista svedese la sera del 28 febbraio, appena uscito dal cinema nel quale era stato con la moglie, venne raggiunto da due proiettili esplosi da uno sconosciuto che lo aspettava sul marciapiede per poi dileguarsi nel nulla.

Palme morì in ospedale nelle prime ore del 1° marzo e ancora oggi il suo omicidio, che sconvolse profondamente la Svezia, rimane irrisolto.

 

“Un eroe dei nostri tempi” di Mario Monicelli

(Italia, 1955)

Si possono scrivere interi saggi sullo stile di vita del nuovo Millennio, o sulle generazioni.com, ma i tratti distintivi – anche se è sempre sbagliato fare di tutta l’erba un fascio – di un popolo rimangono sempre gli stessi.

Sono passati esattamente 63 anni dall’uscita nelle sale italiane di questo capolavoro diretto dal maestro Mario Monicelli che rimane uno dei documenti storici e sociali più rilevanti, nonostante siano caduti muri e repubbliche, per capire il nostro Paese di oggi.

Alberto Menichetti, protagonista del film, è uno dei personaggi più feroci, riusciti e veritieri della cultura italiana del Novecento. E con lui tutta quella miriade di piccoli personaggi meschini o ipocriti che popolano il film, dal Direttore alla bella e verace parrucchiera.

Alberto Sordi, la cui modernità recitativa sorprende ancora oggi, ci regala il primo grande ritratto dell’italiano medio disposto a vendere parenti, amici e colleghi pur di primeggiare o quanto meno cavarsela. Memorabili sono anche i duetti con l’immensa Franca Valeri, che ci preparano ad un altro capolavoro che i due gireranno quattro anni dopo, “Il vedovo” di Dino Risi.

Scritto da Rodolfo Sonego assieme allo stesso Monicelli “Un eroe dei nostri tempi” dovrebbe essere visto e studiato nelle scuole con la sua battuta finale: “…Ci sarà pericolo?”.

Per la chicca: nel ruolo dell’integerrimo Direttore di Menichetti – che ha poi per amante la sua procace segretaria – c’è il regista Alberto Lattuada, mentre in quello di Ferdinando, il manesco fidanzato della bella parrucchiera Giovanna Ralli, c’è un gigante dal fisicaccio: Carlo Pedersoli, senza barba e ancora lontano dal prendere lo pseudonimo di Bud Spencer.

“Matrix” di Larry e Andy Wachowski

(USA/Australia, 1999)

Non c’è dubbio che il film degli allora fratelli Larry and Andy Wachowski – oggi Lana e Lilly Wachowski – uscito alla fine del millennio, abbia segnato in modo profondo la cinematografia e la cultura mondiale dei primi anni di quello successivo.

E’ indiscutibile anche che gli effetti speciali innovativi (il “bullet time” per esempio) hanno avuto un ruolo determinante nel suo successo. Ma non deve essere sottovalutata neanche la trama.

Gli autori hanno dichiarato di essersi ispirati a numerose opere letterarie o cinematografiche (rimane in sospeso per esempio “Razzi amari” di Disegni & Caviglia, fumetto uscito nel 1992, che a detta dei suoi autori ha davvero molti punti in comune col film), ma soprattutto ci lascia respirare arie e filosofie orientali volte alla scoperta di noi stessi.

E questo, probabilmente, è l’elemento che rende “Matrix” sempre attuale e avvincente, nonostante siano passati quasi vent’anni, di storie ed effetti speciali.

Così come non deve essere dimenticato il cast su cui svettano Keanu Reeves nei panni di Neo (anagramma di One), Laurence Fishburne in quelli di Morpheus e Hugo Weaving in quelli dell’implacabile agente Smith.

Nell’edizione italiana è giusto ricordare anche il grande lavoro dei nostri doppiatori quali Luca Ward (Neo), Ennio Coltorti (agente Smith), Massimo Corvo (Morpheus) ed Emanuela Rossi (che doppia Trinity) e che con il suo “….schiva questa!” rimane nella storia del cinema.

Il film ha vinto, tra i numerosi premi, quattro Oscar. Dei due sequel però, non ne parliamo proprio…

“Tentativo di corruzione” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1980)

In questo bel giallo Paolo Levi abbandona Mario Aldara – protagonista dei suoi precedenti “Ritratto di provincia in rosso” e “Delitto in piazza” – per presentarci Renzo Caluso, un ispettore di Polizia in ferie.

Caluso, che ha molti tratti in comune con Aldara, è reduce da una tragica esperienza: qualche mese prima, durante l’inseguimento di alcuni rapinatori è stato costretto ad ucciderne uno. Si trattava di un giovane tossicodipendente che prima di morire aveva ucciso l’agente che era con Caluso.

La breve inchiesta ha chiarito la dinamica e così Caluso non ha subito nessuna ripercussione legale o lavorativa. Ma se parliamo di morale la cosa è ben diversa. Non passa notte, infatti, che Renzo non sogni il giovane criminale mentre muore. E così decide di prendersi due settimane di vacanze comprando il biglietto per una crociera nel Mediterraneo.

Sulla “Magellano” Caluso si sente un pesce fuor d’acqua, ma almeno passa il tempo ad osservare la più varia umanità che come lui ha deciso di prendersi quindici giorni di ferie in mezzo al mare.

Proprio quando sembra cominciare ad ambientarsi, il comandante della nave lo fa chiamare: poche ore prima è stato ritrovato il corpo di Antonio Sassu, noto giornalista “controcorrente”. Accanto al cadavere è stata trovata una rivoltella e tutto fa sembrare al suicidio.

Ma visto che l’uomo sei mesi prima è stato vittima di un’aggressione da parte di alcuni sedicenti terroristi che gli hanno sparato riducendolo in fin di vita, il capitano vorrebbe essere sicuro dell’accaduto per poi avvisare gli uffici competenti in Italia. E l’unico passeggero con l’esperienza e la competenza adatta è proprio lui. Malvolentieri Caluso accetta l’inchiesta che lo porterà a confrontarsi con un mondo a lui socialmente lontano, ma anche con una parte di se stesso poco conosciuta…

Sfizioso giallo nella nostra grande tradizione, che ha forse solo un piccolo neo: il suo protagonista. Troppo vicino a Mario Aldara, del quale sembra un po’ un fratello irrisolto.

 

 

“La parola ai giurati” di Sidney Lumet

(USA, 1957)

Il 13 aprile del 1957 usciva nella sale statunitensi lo splendido “La parola ai giurati” diretto dall’esordiente Sidney Lumet.

Reginald Rose, nato a New York nel 1920, appena congedato dall’esercito americano decide di guadagnarsi da vivere scrivendo soggetti per il nuovo e singolare mezzo che inesorabilmente sta prendendo sempre più piede nelle famiglie americane: la televisione.

Nei primi anni Cinquanta inizia a collaborare con la CBS firmando drammi da un’ora per la serie Studio One. Una mattina gli viene recapitata la convocazione per far parte della giuria in un processo per omicidio.

Il giovane rimane impressionato dalle dinamiche legali, e soprattutto da quelle umane, che si avvicendano durante tutte le sedute. Quando, dopo le arringhe dei legali, è chiuso nella stanza della giuria assistendo al dibattito, capisce di avere davanti agli occhi “il dramma perfetto” da raccontare.

In poco tempo Rose scrive lo script de “La parola ai giurati” che, svolgendosi tutto nella stanza di una giuria, sembra perfetto per il teatro e per l’allora fiction televisiva che ad esso si ispirava. L’episodio di un’ora viene trasmesso nel 1954. Il successo è davvero grande e così la produzione decide di realizzare un adattamento cinematografico.

Allo stesso Rose viene affidato il compito di scrivere la sceneggiatura, mentre al giovane, ma già esperto regista di drammi televisivi, Sidney Lumet viene affidata la regia.

Se nel ruolo del protagonista viene chiamata una stella di prima grandezza come il sempre bravo Henry Fonda, per quelli dei comprimari vengono scelti alcuni fra migliori caratteristi di Hollywood, che poi diverranno protagonisti o coprotagonisti di numerose serie televisive di successo, meno famosi ma che con la loro bravura renderanno la pellicola una delle più belle della storia del cinema.

Nella piccola stanza di un tribunale la giuria, formata da dodici individui che non si conoscono, deve scegliere se dichiarare il giovane imputato presunto parricida colpevole o innocente. Il caso sembra semplice, tutti gli indizi sono a sfavore del ragazzo, ma alla prima votazione salta fuori un giurato contrario alla condanna.

Si tratta del giurato n.8 (un Henry Fonda davvero luminoso) che ammette di non essere affatto certo dell’innocenza dell’imputato, e per questo quindi non può essere sicuro della sua colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”.

L’uomo viene quasi aggredito verbalmente dagli altri giurati, molti dei quali vorrebbero tornare rapidamente alle loro occupazioni quotidiane, ma il giurato n. 8 inizia a smontare ogni indizio che fino a quel momento sembrava davvero ineccepibile…

Strepitosa pellicola, girata in uno splendido bianco e nero, che di fatto fonda (non l’attore!) il genere legal drama, e che ci pone una delle domande basiche della nostra società: quanto riusciamo ad essere obiettivi ed imparziali, nonostante le nostre esperienze personali?

Da antologia.

Il film, oltre ad essere candidato a tre premi Oscar e quattro Golden Globe, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.