Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Hysteria” di Tanya Wexler

(UK/Lussemburgo, 2011)

Qualche simpatico buontempone ancora scherza sulla storia dell’emancipazione delle donne e su come queste vergognosamente venivano – e purtroppo a volte ancora oggi vengono – trattate e considerate.

Se ci fermiano un attimo a pensare che nel nostro Paese il voto alle donne è stato concesso solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da fare gli spiritosi. E allora andiamo in Gran Bretagna, alla fine del XIX Secolo.

Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy) viene assunto dal noto Dottor Darlymple (un bravissimo Jonathan Price) proprietario del più famoso studio medico di Londra che cura il male del momento: l’isteria femminile. Ovviamente parliamo solo di quella che affligge le ricche signore dell’alta borghesia e aristocrazia britannica. E la cura che propone il serio Dottor Darlymple non è altro che una masturbazione travestita da terapia medica. Tutte la altre donne si devono arrangiare. E se qualcuna esagera nell’essere troppo ribelle e volitiva, il Codice Penale di Sua Maestà prevede l’isterectomia coatta.

Drlymple ha due figlie femmine: Emiliy (Felicity Jones) e Charlotte (Maggie Gyllenhaal). la prima è la classica e remissa donna che la società maschile esige, la seconda invece è volitiva, ribelle e indomita, proprio una spina nel fianco nel becero e conservatore padre. Viste le ottime capacità di Granville, Darlymple gli propone un accordo: sposare sua figlia Emily e succedergli un giorno come titolare dello studio. I sogni del giovane medico sembrano finalmente realizzarsi, ma i dolori lancinanti alla mano, che aumentano inesorabilmente dopo ogni seduta, e il suo successivo scarso rendimento li fanno naufragare.

Per fortuna l’amico d’infanzia di Granville, Lord Edmund St. John-Smythe (Rupert Everett), è un patito di nuovi macchinari a corrente elettrica, e sta mettendo a punto una sorta di piumino elettrico. Il nuovo e strano strumento verrà preso da Granville come spunto per realizzare il primo vibratore della storia…

Scritto da Jonah Lisa Dyer, Stephen Dyer e Howard Gensler, “Hysteria” ci racconta con eleganza e pungente ironia la nascita di uno degli strumenti più utili della storia, che ha contribuito a liberare le donne, così come la pilolla anticoncezionale, da una schiavitù mentale e fisica medievale. Strumento che però purtroppo ancora oggi troppi considerano – per ragioni quelle davvero imbarazzanti – un vero e proprio tabù.

Hysteria

“I sospiri del mio cuore” di Yoshifumi Kondō

(Giappone, 1995)

Questo struggente film diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki, è ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi. Prodotto e realizzato dallo Studio Ghibli, nasce da un’idea dello stesso Miyazaki.

Il maestro del cinema d’animazione giapponese è stato sempre attento al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, e la sua sensibilità si respira tutta in questa bellissima pellicola.

Shizuku è una stundetessa delle medie in vacanze per l’estate. La sua passione è la lettura e così si reca quasi ogni giorno nella biblioteca civica della città o in quella della sua scuola per prendere sempre nuovi libri in prestito.

Casualmente si accorge che un certo Seiji Amasawa ha preso prima tutti i libri che lei chiede in prestito. Intanto, una mattina incontra casualmente un gatto che la porta in un particolarissmo negozio di antiquariato dove è esposta, tra le altre cose originali, una statuetta rappresentante un gatto antropomorfo che si chiama Baron. La strana magia che ruota intorno al gatto cambierà la sua esistenza facendole decidere di diventare scrittrice e permettendole di incontrare il nipote dell’antiquario…

Stupenda pellicola di formazione su un’età così particolare. Da ricordare anche la canzone “Take Me Home, Country Road” di John Denver che la stessa Shizuku tenta più volte di tradurre e adattare in giapponese.

Nel 2002 viene realizzato sempre dallo Studio Ghibli lo spin-off “La ricompensa del gatto” ispirato al gatto Baron di questo film.

I sospiri del mio cuore

 

“Il turista involontario” di Anne Tyler

(Guanda, 2012)

Che Anne Tyler (vincitrice del Pulitzer nel 1989) sia una delle mie scrittrici preferite in assoluto è un fatto relativo, visto che è universalmente riconosciuto che ogni suo libro possiede sempre qualcosa di indiscutibilmente straordinario. Come questo “Il turista involontario” del 1985 che ci parla di una delle tragedie più strazianti dell’essere umano: la perdita di un figlio.

Macon Leary è una persona che ama le abitudini, come l’ordine e il proprio salotto, che trova il luogo più sicuro del pianeta. Per questo è l’autore di una serie di piccole guide per chi è costretto a viaggiare suo malgrado, elencando le cose più utili e opportune da portare o da evitare, che si intitolano “Il turista involontario”.

Ma la vita di Macon Leary sta inesorabilmente franando verso un baratro senza fondo. L’estate precedente il suo unico figlio Ethan, appena dodicenne, è stato assassinato durante una rapina in un drugstore. Poco dopo anche il suo matrimonio con Sarah è naufragato.

A complicare la sua esistenza ci si mette anche Edward, il cane di Ethan, che da qualche tempo ha cominciato a diventare sempre più irascibile e aggressivo. Proprio a causa del cane, Macon incontra la giovane Mauriel, una strampalata e singolare addestratrice di cani…

Splendido romanzo che affronta uno dei temi più difficili dell’animo umano in maniera davvero eccezionale. Da leggere e da tenere nella propria libreria.

Nel 1988 Lawrence Kasdan dirige l’adattamento cinematografico che prende il titolo “Tursta per caso”, e che viene candidato a quattro premi Oscar.

Turista involontario

 

“La carica dei 101” di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi

(USA, 1961)

Ecco un classico dei classici, una delle pietre miliari della cinematografia mondiale che a quasi sessant’anni è ancora fresco e divertente come un bambino.

Poco dopo l’uscita nelle librerie del romanzo “I cento e una dalmata“ scritto da Dodie Smith nel 1956, quel gran genio di Walt Disney ne acquistò i diritti per la riduzione cinematografica. A scrivere la sceneggiatura chiamò il suo collaboratore di fiducia Bill Peet, che migliorò notevolmente il romanzo, come ammise la stessa Smith.

Per realizzare il lungometraggio poi venne sviluppata la tecnica della xerografia che consentì a Disney e ai suoi collaboratori di risparmiare tempo – quasi la metà – e denaro, visto che i costi di quella tradizionale avevano portato lo stesso Disney a pensare di chiudere il reparto animazione. 

E, come capitò proprio alle soglie dell’avvento dell’animazione digitale quando una grave crisi sembrava dover investire inesorabilmente la Disney, Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi riuscirono a realizzare un capolavoro assoluto che ancora oggi vanta milioni di fan di tutte le generazioni.

Se la storia dei cuccioli di Pongo e Peggy, che vengono rapiti per rischiare di diventare una pelliccia, ancora ci emoziona, quella che davvero è entrata a far parte dell’immaginario collettivo è lei, la cattiva per eccellenza: sua perfidia e malvagità pura Miss Crudelia De Mon!

Se è vero che ogni storia che funziona ha cattivo che funziona, “La carica dei 101” ci regala una delle cattive più cattive di tutte, più della regina di Biancaneve, degna di salire sul podio dei più cattivi di tutti i tempi accanto a quel Lord Darth Vader che ancora ci intimorisce. Insomma, una cattiva da capolavoro. 

La carica dei 101

“La sposa cadavere” di Mike Johnson e Tim Burton

(USA/UK, 2005)

Tim Burton è davvero un geniaccio visionario, e ha iniziato la sua carriera come disegnatore e animatore per la Disney. Cresciuto guardando i più classici B movie anni Cinquanta e Sessanta, shakera in maniera sublime queste sue due anime, regalandoci spesso pellicole indimenticabili come questa “La sposa cadavere” girato in stop-motion.

Proprio le sue due anime vengono richiamate simbolicamente all’inizio del film, quando sui titoli di testa appare un gatto del tutto simile a Vincent, il protagonista del suo primo cortometraggio datato 1982. E poi quando Victor e Victoria si incontrano per la prima volta, e lui suona un pianoforte marca “Harryhausen”, omaggione al genio degli effetti speciali e dei mostri cinematografici più inquietanti dei film anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta Ray Harryhausen, di cui mi è già capitato di parlare.

Per scrivere la sceneggiatura John August, Pamela Pettler e Caroline Thompson si basano sui personaggi creati dallo stesso Burton assieme a Carlo Grangel (disegnatore e animatore di film come “Madagascar”, “Kung Fu Panda”, “Bee Movie” o  “Hotel Transylvania”) che a loro volta prendono spunto da un racconto folkloristico della cultura ebraica del Seicento.

I Van Dort possiedono una pescheria grazie alla quale sono diventati la famiglia più ricca del paese. L’unica cosa che gli manca è far dimenticare le umili origini dalle quali la signora e il signor Van Dort provengono. Gli  Everglot, invece, sono la famiglia più blasonata del paese, ma che ormai è sul lastrico. Per assecondare le rispettive esigenze le due famiglie organizzano un matrimonio combinato fra i rispettivi figli unici: Victor Van Dort (che nella versione originale è doppiato da Johnny Depp) e Victoria Everglot (Emily Watson).

Ma il carattere timido e impacciato di Victor cozza con la rigida formalità che un evento del genere esige, e così il ragazzo preso dal panico fugge nel bosco. Lì, suo malgrado, risveglierà il cadavere di Emily (Helena Bonham Carter) una giovane donna uccisa il giorno del suo matrimonio…      

Come capita spesso, Burton ci racconta una storia dove i mostri più orrendi non sono i cadaveri che riprendono vita, ma i vivi eleganti e di bell’aspetto… Da vedere.  

Per la chicca: il personaggio di Bonejangles, lo scheletro che cantando e ballando accoglie Victor nel regno dei morti, è ispirato al grande Sammy Davis Jr.

La sposa cadavere

“Non guardarmi: non ti sento” di Arthur Hiller

(USA, 1989)

Nella cultura britannica, anche al di là degli oceani, si parla di disabilità in maniera molto più onesta, rispettosa e sincera al contrario di come invece ne parliamo generalmente noi. Questo ovviamente vale anche per il cinema, e questo “Non guardamri: non ti sento”, che festeggia quasi i trent’anni è un ottimo esempio.

Perché se si considera la disabilità un tabù, fra tutti i grandi limiti che si hanno nel cervello, ci sarà anche quello di non riuscire a riderci. Ovviamente intendo ridere non sulla disabilità, ma sui preconcetti e i pregiudizi che questa, nelle menti più ottuse o semplicemente più impaurite comporta.

Così non si potrà apprezzare questa divertente commedia anni Ottanta, con due mostri sacri della comicità americana come Gene Wilder e Richard Pryor, che parte proprio dai pregiudizi che hanno un non vedente e un non udente sulle loro rispettive disabilità.

Wallace “Wally” Karue (Richard Pryor) ha perso la vista a causa di un ubriaco che lo ha investito e fa di tutto per non sembrarlo. Così si reca al colloquio per un posto di commesso presso l’edicola di David “Dave” Lyons (Gene Wilder), che a causa di una grave forma di scarlattina, nell’arco di alcuni anni, ha perso completamente l’udito.

A cambiare le loro vite ci penseranno l’avvenente Eve (Joan Savarance) e il perfido Kirgo (un giovanissimo e sconosciutissimo Kevin Speacy) due killer senza scrupoli, alla ricerca di un’antica e preziosissima moneta…

Scritto da Earl Barret, Arne Sultan e Marvin Worth, e diretto da uno dei grandi artigiani di Hollywood come Arthur Hiller (Oscar umanitario nel 2012), questo “Non guardarmi: non ti sento” ancora diverte, grazie anche ai suoi due strarodinari protagonisti. A proposito di Richard Pryor, è giusto ricordare che ha interpretato questo film un paio di anni dopo che i medici gli diagnosticarono la sclerosi multipla, malattia che lo uccise nel 2005. E poi dite che non sapeva affrontare la vita con spirito…

Non guardarmi: non ti sento

 

 

“Paris, Texas” di Wim Wenders

(Germania Ovest/Francia/UK, 1984)

Fra le molte cose belle scritte da Sam Shepard c’è anche il soggetto e poi la sceneggiatura, redatta insieme allo stesso Win Wenders e a L. M. Kit Carson, di questo bellissimo “Paris, Texas”, diretto dal regista tedesco nel 1984.

Al confine con il Messico, un vagabondo disidratato viene soccorso da un medico della zona che gli trova in tasca solo un biglietto da visita che riporta il nome Walt Henderson. Il medico, sperando in una sorta di ricompensa, chiama il numero di telefono al quale risponde ovviamente Walt Henderson (Dean Stockwell) che, una volta ascoltata al descrizione del vagabondo, lo riconosce come suo fratello Travis (un bravissimo Harry Dean Stanton) scomparso quattro anni prima. Walt, che vive a Los Angeles, corre subito e riesce a convincere Travis di seguirlo a casa dove c’è sua moglie e soprattutto Hunter, il figlio di Travis che lui da quattro anni ha accolto dentro casa come fosse il suo.

Il nuovo arrivato destabilizza la famiglia di Walt, e soprattutto Hunter, che decide di andare a Huston insieme al padre per cercare Jane (una indimenticabile Nastassja Kinski), sua madre. A Huston però…

Pellicola memorabile sia per le immagini che per la storia e i dialoghi. Con questo film Wenders si conferma cineasta a livello planetario, così come Shepard scrittore di cinema, e la Kinski icona del cinema con quel suo maglione fucsia scollacciato.

Meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes, e con una colonna sonora davvero di atmosfera, “Paris, Texas” è da tenere nella propria videoteca.

Paris, Texas

“Ascensore per il patibolo” di Louis Malle

(Francia, 1958)

Sono convinto che per celebrare una delle icone della cinematografia mondiale come Jeanne Moreau, la cosa migliore sia di parlare di uno dei film da lei interpretati e resi immortali, come “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle.

Al film d’esordio di quello che poi diventerà uno dei registi più rappresentativi del Novecento, oltre alla Moreau, partecipano alcune delle figure che diventeranno fra le più emblematiche del cinema francese come gli attori Maurice Ronet, Charles Denner (che Truffaut sceglierà per impersonare il suo alter ego ne “L’uomo che amava le donne”), Lino Ventura e Jean-Claude Brialy.

Per scrivere la sceneggiatura, tratta dal romanzo omonimo di Noël Calef del 1956, Malle chiama l’amico personale e scrittore Roger Nimier, che a soli 28 anni aveva già pubblicato cinque romanzi fra cui “L’ussaro blu”, per il quale divenne il simbolo del cosiddetto movimento letterario degli “ussari”.

Florence Carala (una splendida e sensuale, come poche, Jeanne Moreau) e Julien Tavernier (Ronet) si amano clandestinamente, visto che Simon Carala (Jean Wall), marito molto più anziano di Florence, è uno degli uomini più potenti e influenti del Paese. Ma l’amore e il desiderio, nonché le consistenti sostanze dello stesso Carala, portano i due amanti a elaborare un piano perfetto per eliminare il terzo e ricco incomodo, senza destare sospetti. Ma quando tutto sembra andare come previsto, Julien rimane bloccato nell’ascensore…

Claustrofobico e disperato noir d’antologia, con sequenze e spunti che hanno fatto la storia del cinema, grazie anche alla colonna sonora originale firmata ed eseguita da Miles Davis, e a una Parigi notturna sullo sfondo indimenticabile.  

Il titolo si riferisce direttamente alla pena di morte che in Francia era prevista per gli assassini. Venne abrogata definitivamente dal Codice Penale francese dal neo Presidente della Repubblica François Mitterrand nell’autunno del 1981.  

Ascensore per il patibolo

“Il mistero di Sleepy Hollow” di Tim Burton

(USA, 1999)

Basandosi sul racconto “La leggenda della valle addormenta” di Washington Irving (scrittore statunitense nato a New York nel 1783, morto nel 1859, e sepolto nel cimitero di Sleepy Hollow, davvero!) Tim Burton ripropone in maniera fantasticamente visionaria una delle leggende più tradizionali della cultura americana, quella di Ichabod Crane e del mitico cavaliere senza testa (che Walt Disney invece raccontò con tutti altri toni nel 1949). Proprio dallo scritto di Irving, infatti, Kevin Yagher (maestro degli effetti speciali) e Andrew Kevin Walker scrivono il soggetto e Walker da solo poi la sceneggiatura di questo film, forse il più gotico di Burton.

New York 1799, il giovane detective della Polizia Crane (Johnny Depp) a causa dei suoi metodi empirici e innovativi che aborrano la tortura, viene mandato a Sleepy Hollow, un piccolo paesino di agricoltori, dove un fantomatico cavaliere senza testa ha ucciso e decapitato già tre persone.

Il giovane Ichabod a Sleepy Hollow oltre a risolvere il caso, troverà molte cose, come l’amore, ma soprattutto ritroverà una parte di se stesso che credeva perduta…

Con il 99% dei set artificiali, “La leggenda di Sleepy Hollow” è uno dei film più riusciti di Tim Burton, con un Depp d’annata così come Christopher Walken che indossa i panni sanguinari del cavaliere senza testa.

Ma Burton, che cura l’aspetto visivo dei suoi film in ogni particolare, è attento anche a quello artistico e così affianca ai due protagonist Depp e Christina Ricci, una serie di attori di teatro britannici molti bravi e famosi come Michael Gambon, Miranda Richardson e Richard Griffiths.

Attori di indiscusso talento tanto da partecipare anche alla saga cinematografica di Harry Potter: il primo nei panni di Albus Silente (dopo la morte di Richard Harris), la seconda in quelli di Rita Skeeter e il terzo in quelli di zio Vernon.

Il mistero di Sleepy Hollow

“Microbo & Gasolina” di Michel Gondry

(Francia, 2015)

Il passaggio dall’infanzia alla pubertà, e poi alla vera e propria adolescenza non è mai facile. Come non è mai semplice raccontarlo. Ma Michel Gondry, regista visionario (la cui opera più nota è “Se mi lasci ti cancello”) ci riesce molto bene.

Daniel (Ange Dargert) è un ragazzino introverso e solitario, che nasconde il suo viso ancora acerbo dietro una folta chioma. La sua più grande passione è disegnare, ma a casa e a scuola sono davvero in pochi a comprenderla. Se in famiglia è schiacciato dai suoi due fratelli maggiori e da una madre (Audrey Tautou) patologicamente apprensiva ma allo stesso tempo indifferente, a scuola è soprannominato Microbo. Quando però nella sua classe arriva Théo (Théophile Baquet), appena trasferitosi con la famiglia in città, le cose cambiano.

Fra i due nasce subito un forte legame, anche se Théo è considerato da tutti un tipo strano, e viene soprannominato Gasolina, per l’odore di benzina che emanano le sue mani. Infatti è figlio di un antiquario, che in realtà assomiglia molto più a un robivecchi, e passa il suo tempo fuori della scuola a costruire e inventare strani macchinari usando il materiale di scarto dell’attività paterna.

Per reagire alle rispettive famiglie che in modi differenti li ignorano, e soprattutto all’angoscia che provoca il crescere, i due decidono di costruire un piccolo veicolo a motore, camuffato da casetta da giardino, con il quale attraversare il Paese e visitare il Massiccio Centrale, dove Théo passò una vacanza in colonia. Ma il viaggio, come il crescere, comporterà forti emozioni, dolori e sorprese…

Gondry ci racconta tutto questo con una sensibilità e un realismo misto a una sconfinata fantasia davvero particolari, che a tratti ricordano i grandi maestri del genere come Vittorio De Sica e François Truffaut.

Microbo & Gasolina