Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Giorno maledetto” di John Sturges

(USA, 1955)

Tratto dal racconto “Bad Time at Honda” di Howard Berslin, pubblicato sul “The American Magazine” nel gennaio del 1947, e adattato per il grande schermo da Don McGuire e Millard Kaufman, “Giorno maledetto” è considerato giustamente uno dei più riusciti western moderni di quegli anni. Per western moderni si intendono pellicole con le classiche caratteristiche dell’epico cinema di frontiera, ma ambientati in epoca contemporanea.

A due mesi dalla fine del secondo conflitto mondiale, e ben dopo quattro anni dall’ultima volta, un treno passeggeri si ferma nella piccola stazione di Bad Rock, nel sud ovest degli Stati Uniti.

A scendere è solo un uomo che indossa una abito nero e tiene nella mano destra una piccola valigia marrone. I pochi abitanti della piccola località sperduta nel deserto osservano il nuovo arrivato diffidenti e curiosi.

L’uomo, che si chiama John J. Macreedy (un bravissimo Spencer Tracy), che ha il braccio sinistro evidentemente offeso, si reca nell’unico albergo del posto e chiede una stanza giusto per una notte. Poi si informa su come raggiungere la località chiamata “La Steppaia”, lontana qualche miglio, dove dovrebbe abitare un certo Komoko. Sentendo quel nome, Reno Smith (Robert Ryan) il più facoltoso proprietario terriero della zona, si irrigidisce…

Strepitoso film d’azione e suspense – come si diceva una volta – con una cast stellare fra cui spiccano, oltre a Tracy e Ryan, i giovani Lee Marvin, Ernest Borgnine e Anne Francis; una costruzione perfetta e ad orologeria; nonché una regia fra le migliori di quegli anni.

Memorabile è comunque l’interpretazione del grande Spencer Tracy, premiato al Festival di Cannes nel 1955, che incarna John Macreedy, simbolo della lotta contro ogni forma di razzismo e intolleranza, e che ci sussurra un bell’inno alla pace.  

“La notte brava del soldato Jonathan” di Don Siegel

(USA, 1970)

Cominciamo col dire che il titolo in italiano c’entra con la storia del film come i cosiddetti cavoli a merenda. Perché quello originale è “The Beguiled”, che letteralmente si traduce come: l’ingannato.

Identico titolo lo possiede anche il romanzo da cui è tratto il film, pubblicato per la prima volta nel 1966 e scritto dallo statunitense Thomas P. Cullinan (1919-1995), e il cui primo titolo era “A Painted Devil” (Un diavolo dipinto).

Baci e abbracci, quindi, al nostro distributore e a chi per lui ha scelto il titolo italico.

A parte ciò, questa pellicola del maestro Don Siegel è davvero indimenticabile, sia per la regia, che per le fantastiche atmosfere gotiche, morbose e claustrofobiche che solo un grande autore poteva creare.

Siamo in Virginia, durante la Guerra di Secessione. Nella fastosa, ma ormai decadente, villa di famiglia persa nella campagna Martha Farnsworth (una bravissima Geraldine Page) ha istituito un collegio femminile. A coadiuvarla sono la ventenne Miss Edwina Morrow (Elizabeth Hartman) che si occupa con Miss Matha dell’educazione delle sei ospiti, tutte adolescenti; e Hallie (Mea Mercer) la donna di colore schiava da sempre della famiglia Farnsworth.

L’atmosfera di quiete surreale e l’ostentata serenità, soprattutto sull’esito del conflitto che vede sempre più in difficoltà l’esercito confederato a cui lo Stato della Virginia appartiene, vengono messe in crisi quando l’educanda più piccola, la dodicenne Amy (Pamelyn Ferdin), mentre è in cerca di funghi nella campagna circostante trova un soldato nordista gravemente ferito.

L’uomo, che dice di chiamarsi Jonathan McBurney (Clint Eastwood) riesce a farsi portare nel collegio per essere curato e, soprattutto, scampare alle pattuglie sudiste che battono la zona.

Se all’inizio Miss Martha ospiterà il clandestino solo per dimostrare alle sue collegiali la propria carità cristiana, lentamente, grazie all’avvenenza e alla scaltrezza dell’uomo, i suoi sentimenti cambieranno, così come quelli di tutte le altre residenti nella villa. Ma…

Fra le più crude pellicole di Siegel, con ogni fotogramma impregnato di sangue e di sesso, “La notte brava del soldato Jonathan” è forse un dei film più rilevanti degli anni Settanta, con alcune sequenze che ancora oggi danno i brividi.

Non a caso, nel 2017, Sofia Coppola gira il remake dal titolo “L’inganno” (e non aggiungo altro…) con Colin Farrell nel ruolo di Eastwood, Nicole Kidman in quello della Page e Kirsten Dust nei panni che furono della Hartman.  

“La moglie che ha sbagliato cugino” di Umberto Domina

(Sellerio, 2008)

Pubblicato per la prima volta nel 1965, questo delizioso romanzo ci ricorda che grande umorista e autore – letterario, radiofonico e televisivo – è stato Umberto Domina, scomparso nel 2006.

Classe 1921, Domina nasce a Palermo ma si trasferisce subito a Castrogiovanni, che nel 1927 tornerà a prendere l’antico nome di Enna. Alla fine del secondo dopoguerra, poco più che vent’enne, Domina tradisce la sua isola e “il povero cielo azzurro del Sud per la ricca foschia del Nord” – come scrive lui stesso ne “Morti di nebbia” – e si trasferisce a Milano.

In realtà Domina è abituato alla nebbia, visto che Enna è il capoluogo di provincia più nebbioso d’Italia, ma lo stacco è comunque enorme. Lui però sarà capace di vivere a pieno quel Nord centro nevralgico del Boom e dell’industrializzazione spinta italiana, senza scordare mai la sua isola.

L’autore siciliano, infatti, è fra i pochi che riesce a metabolizzare e sintetizzare l’essenza del Sud assieme quella del Nord. “La moglie che ha sbagliato cugino” ne è un’ottima testimonianza, raccontandoci la strana storia di due cugini siciliani, che condividono lo stesso nome e cognome: Liborio Cappa, entrambi emigrati a Milano. Uno controlla le schedine per il Totocalcio, l’altro vive alle spalle della moglie inglese. Le cose prenderanno una piega incredibile quando il primo deciderà di partecipare a un concorso pubblicitario…

La pubblicità, infatti, ha un ruolo determinate nella storia, e questo perché il primo vero e redditizio lavoro di Domina è stato quello di pubblicitario. Ma l’autore è sibillinamente conscio che se la pubblicità fa bene al commercio …può fare molto male al Paese.

E oggi, come dargli torto?

Insomma, un vero e proprio capolavoro ironico e umorista, in cui Domina gioca con la nostra società e con il nostro lessico – cosa che poi farà straordinariamente anche Stefano Benni – anticipando non poche svolte profonde della nostra cultura. Di lui – e del suo umorismo – il grande Enzo Biagi diceva che era “un siciliano che scrive come un inglese”.

Per la chicca: nella nota dell’edizione della Sellerio, Tano Gullo ipotizza che per la “sovrapposizione” dei due cugini omonimi, Domina si sia ispirato a quella che fece veramente Romain Gary – il cui vero nome era Roman Kacev – con suo cugino Paul Pavlovitch, che si prestò a interpretare Émile Ajar – lo pseudonimo con cui Gary pubblicò quattro romanzo fra cui lo splendido “La vita davanti a sé” – davanti a pubblico e stampa.

“Milioni che scottano” di Eric Till

(UK, 1968)

Marcus Pendleton (un grande Peter Ustinov) esce, dopo un paio d’anni, dalle regali prigioni di Sua Maestà. Ha scontato la sua pena per truffa aggravata, ad inchiodarlo è stato un famigerato computer, cosa che lui proprio non aveva …calcolato.

Tornato in libertà, Marcus desidera “vendicarsi” dei programmatori elettronici – così si chiamavano allora – preparando una nuova truffa milionaria, ma per realizzarla senza rischi deve diventare un vero e proprio programmatore.

Padrone della programmazione, Marcus ruba l’identità e il curriculum di Caesar Smith (Robert Morley) che, per seguire la sua passione per l’ornitologia, si reca nella foresta fluviale.

Smith/Pendleton viene assunto così come responsabile programmatore presso la sede londinese della società americana Tacanco, il cui Vice Presidente Esecutivo Carlton J. Kempler (Karl Malden) rimane subito colpito dalle sue capacità. Solo Willard C. Gnatpole (Bob Newhart), secondo Vice Presidente dell’azienda, nutre dei sospetti sul nuovo assunto.

Una mattina, nel suo ufficio, Marcus trova la sua nuova segretaria: Patty Terwillinger (un’avvenente e prosperosa Maggie Smith) la sua goffa e pasticciona vicina di casa, che lo conosce come Mr. Pendleton…

Scritta dallo stesso Ustinov assieme a Ira Wallach, questa deliziosa commedia possiede un cast davvero straordinario. Oltre a Ustinov e la Smith – già allora notissimi attori shakespeariani – spiccano Karl Malden, fra i più conosciuti caratteristi di Hollywood, e Bob Newhart che molti decenni dopo impersonerà Arthur Jeffries, il professor Proton, vero e proprio feticcio del mitico Sheldon Cooper in “The Big Bang Theory”.

In piena “Swinging London”, hanno fatto epoca le lunghissime e sinuose gambe della Smith, allora già vincitrice di un premio Oscar, che poi impersonerà Minerva McGranitt nella saga di Harry Potter.

E, a proposito di Oscar, la pellicola viene candidata per la Miglior Sceneggiatura Originale.

“Anima” di Paul Thomas Anderson

(UK, 2019)

In contemporanea con l’uscita dell’omonimo album di Thom Yorke – avvenuta lo scorso 29 giugno – su Netflix approda il cortometraggio diretto dal regista americano Paul Thomas Anderson – che nel 2016 aveva curato la regia del video dei Radiohead “Daydreaming” – ispirato alle sue musiche.

Protagonista visivo è lo stesso Yorke che rincorre e cerca una donna – che ha il viso dell’attrice italiana Dajana Roncione, sua compagna nella vita – incontrata su un vagone della metro. Le coreografie sono firmate dal francese Damien Jalet, che sul set di “Suspiria” di Guadagnino ha incontrato Yorke, che ne curava la colonna sonora.

Osservando il frontman dei Radiohead nel corto, è impossibile non pensare a “O” protagonista del cortometraggio “Film”, diretto da Alan Schneider, scritto da Samuel Beckett nel 1964 e interpretato da Buster Keaton. Corto di cui ho già avuto occasione di parlare.

Girato in parte a Praga e in parte a Le Baux-de-Provence in Francia, “Anima” ci dona 15 minuti di ottima musica ed emozionanti immagini.

“Toy Story 4” di Josh Cooley

(USA, 2019)

Ci risiamo, ecco la quarta grande avventura di Woody e Buzz – soprattutto di Woody in realtà – i due grandi protagonisti e apripista dell’animazione digitale, apparsi per la prima volta sul grande schermo quasi venticinque anni fa.

Woody deve fare i conti con l’età, ovviamente non con la sua ma con quella di Bonnie, la bambina a cui appartiene. E soprattutto col fatto che la piccola preferisce altri giocattoli a lui. Il rischio quindi è quello di diventare un giocattolo dimenticato e poi inesorabilmente perso.

Ma, ce lo ricordano bene i tutti i giocattoli che appaiono nel film – con omaggi e citazioni alla storia stessa della Pixar – c’è anche un’altra via…

Ennesimo grande lungometraggio firmato dalla casa di produzione fondata da John Lasseter, che con coraggio chiama in causa i due personaggi principi della sua storia, senza sbagliare il colpo.

Tutti cresciamo, volenti o nolenti. Crescere però non vuol dire per forza invecchiare, ma probabilmente solo cambiare punto di vista. E così Woody ci racconta una nuova svolta nella sua storia che ricorda tanto quella di un genitore con i suoi figli.

Ma d’altronde, per i bambini i genitori all’inizio non sono solo dei grandi, morbidi e coccoloni giocattoli?

Da vedere. 

Per la chicca: è doveroso ricordare Fabrizio Frizzi che a partire dal 1995 ha donato con divertimento e ironia la voce a Woody nelle nostre versioni della saga. La Disney per questo nuovo film ha deciso di sostituirlo con Angelo Maggi, storico doppiatore di Tom Hanks, che è la voce originale di Woody. E’ giusto, per questo, sottolineare anche la grande bravura di Maggi.

“Il corriere – The Mule” di Clint Eastwood

(USA, 2018)

L’ultima fatica di Clint Eastwood è tratta dall’articolo “The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule” di Sam Dolnick, pubblicato sul “New York Times” nel 2014, che raccontava la storia vera di Leo Sharp un ex floricoltore – che durante la presidentza di George W. Bush piantò i suoi fiori anche presso la Casa Bianca – arrestato a 87 anni per essere divenuto un corriere della droga.

Earl Stone (Eastwood) ha visto fallire, a causa di internet, la sua florida azienda di floricoltura. Ma non solo quella, la sua vita personale, infatti, è sprofondata ormai da anni. Il matrimonio con sua moglie Mary (una bravissima Dianne Wiest) è durato solo dieci anni, e il suo rapporto con la figlia Iris (Alison Estwood, vera figlia di Clint) forse anche meno. L’unico che sembra sopravvivere è quello con la nipote Ginny (Taissa Farmiga).

Senza più nulla, tranne il suo vecchio pick up Ford, Earl si presenta alla festa prematrimoniale di Ginny. Lì conosce un ragazzo che rimane particolarmente colpito dal fatto che in numerosi decenni di attività Earl, col suo furgone, non abbia mai preso una multa. Forse ha un lavoro per lui…

Bella pellicola del grande Eastwood che ci racconta l’ascesa agli inferi di un uomo che ha cercarto di “…essere qualcuno da un’altra parte invece del fallimento che era a casa sua…” e che passati abbondatemente gli ottant’anni imbocca la strada del crimine, non essendo un uomo “…da piano B”.

Crepuscolare, intimista ma senza sconti, anche questa volta il duro Eastwood non sbaglia il colpo.

Nel cast anche Bradley Cooper e Andy Garcia.


“L’asso nella manica” di Billy Wilder

(USA, 1951)

Il maestro Billy Wilder firma uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema.

Charles Tatum (un duro e arcigno Kirk Douglas, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre) è un giornalista d’assalto, pronto a tutto pur di avere uno scoop. Ma il suo carattere aggressivo e la sua passione per l’alcol e le donne lo hanno allontanato dalle testate più importanti della nazione.

Così sbarca ad Albuquerque, nel New Mexico, dove riesce a farsi assumere nel piccolo quotidiano locale. Il progetto di Tatum è quello di trovare il grande scoop per tornare a lavorare presso gli stessi giornali che lo hanno cacciato.

Ma per un intero anno ad Albuquerque non accade nulla, fino a quando Tatum non viene mandato a realizzare un servizio su un’esposizione di serpenti fuori città. Sulla strada, nei pressi di un’area di sosta, il giornalista si imbatte in un’ambulanza a sirene spiegate.

D’istinto la segue e scopre che il giovane proprietario dell’aria di servizio Leo Minosa è rimasto vittima di una frana che lo tiene bloccato in un’antica grotta indiana. Il malcapitato non è raggiungibile, il cunicolo in cui è intrappolato è mezzo franato. Charles può guardalo e parlargli da pochi metri, ma niente di più.

Tatum ha un sussulto: finalmente il fato gli offre quell’occasione di rivalsa che lui tanto brama. In pochi minuti avvisa il suo giornale e gli altri mezzi di comunicazione. Poche ore dopo l’area desertica intorno alla caverna inizia a riempirsi di curiosi e giornalisti.

Per avere la totale esclusiva, il giornalista promette allo sceriffo locale di appoggiarlo alle prossime elezioni. E così quando il responsabile degli scavi chiamato per salvare Leo illustra il suo piano che puntellando il cunicolo in circa sedici ore lo libererebbe, lo sceriffo, su indicazione di Tatum, lo obbliga invece ad iniziare a scavare direttamente dalla cima della collina, scelta che porterà alla salvezza di Leo in non meno di cinque o addirittura sei giorni.

In quei cinque o sei giorni, Tatum è convinto infatti, che tutto il mondo finirà col seguire il salvataggio, e lui potrà finalmente tornare nell’Olimpo della carta stampata…

Eccelsa riflessione sul giornalismo d’assalto e sulla sua più cinica spettacolarizzazione. Probabilmente nel 1951 nel nostro Paese – a differenza degli Stati Uniti – il giornalismo non era ancora stato vittima di tale triste fenomeno, eravamo probabilmente troppo preoccupati a leccarci le tragiche ferite della Seconda Guerra Mondiale appena persa.

Ma di lì a poco (nel 1954) in Italia sarebbe arrivata la televisione che, suo malgrado, avrebbe cambiato, oltre il modo di vedere le notizie, anche quello di farle.

Scritto dallo stesso Wilder assieme a Walter Newman e Lesser Samuels “L’asso nella manica” è ancora un grande capolavoro.

Da vedere.

“Kitbull” di Rosana Sullivan

(USA, 2019)

La Pixar ci regala un nuovo piccolo gioiellino digitale.

Nella periferia di San Francisco, nel quartiere chiamato Mission Dristrict, fra i rifiuti e i rottami abbandonati in un cortile vive un gattino randagio.

Le cose sembrano prendere una brutta piega quando nel cortile viene portato da un umano un enorme pitubull bianco. Il felino è terrorizzato dal nuovo arrivato ma, casualmente, i due cominciano a giocare insieme grazie a un tappo di bottiglia.

Una sera, dopo alcune ore, l’umano apre la porta del cortile per buttare fuori il pitbull dolorante e totalmente coperto da ferite e morsi.

Per la paura il felino tenta di nascondersi ma rimane incastrato in un pezzo di plastica. Il cane allora si avvicina e lo libera, ma il felino gli soffia impaurito.

Al cane non rimane altro che tornare nella sua cuccia zoppicando. Il gattino si pente di essere stato così aggressivo e va dal cane per consolarlo…

Scritto e diretto dall’americana Rosana Sullivan, “Kitbull” con i suoi nove minuti di delizioso e commovente cinema d’animazione, è un corto da vedere che ci ricorda giustamente chi sono le vere “bestie” sul nostro pianeta…